Joker di Todd Philips, quando la società genera mostri

 In Cinema e Teatro

Secondo Bram Stoker, la risata è un re che irrompe senza chiedere il permesso a nessuno, senza badare all’opportunità del momento né al vero sentimento che si sta provando. La risata è un re che ci invade e chiede a gran voce l’attenzione del mondo. A volte, verrebbe d’aggiungere, disperatamente.

È con questi pensieri nella testa e la risata nevrotica di Joaquin Phoenix ancora nelle orecchie che esco dalla visione di Joker diretto da Todd Philips, regista che ci aveva abituato a tutt’altri schiamazzi con la sua precedente saga Una notte da Leoni. Dopo aver domato un diverso Leone, stavolta D’oro, durante una tiepida edizione del Festival di Venezia (ormai collaudato trampolino di lancio per gli Oscar) Joker, origin story della nemesi di Batman, arriva nelle nostre sale e lo fa nell’anno dei festeggiamenti per gli 80 anni dell’uomo pipistrello.

Facile definire Batman, meno facile inquadrare Joker. Batman è ciò che la legge vorrebbe essere ma non può, il suo braccio “violento” che gioca sullo stesso terreno dei criminali, negli angoli più bui di Gotham City, metropoli immaginaria e per questo metropoli per eccellenza. E Joker? Joker è l’antitesi dell’uomo pipistrello, una maschera ridente alla quale il cinema ha di volta in volta cambiato la natura in funzione del suo Batman di turno. Ma allora senza eroe cosa resta del villain? Prima di Batman chi era Joker?

Per Todd Philips, ancor prima di Joker c’è Arthur, un uomo affetto da profondi disturbi mentali che sfociano in una patologica risata irrefrenabile. Arthur lavora come pagliaccio e sogna di diventare un grande comico nonostante l’inferno che è la sua vita. Scheletro sul punto di accartocciarsi su se stesso, Arthur è un invisibile che si materializza agli occhi altrui solo quando indossa il cerone da pagliaccio per diventare il bersaglio della cattiveria di un’intera società.

Arthurdesidera una qualche forma di normalità, un riconoscimento del suo “esistere”: l’amore, un senso d’appartenenza, magari la celebrità. Infrante queste possibilità, non gli resta che abbandonarsi alla follia, prestando così involontariamente la sua maschera a un malessere febbricitante che percorre da cima a fondo Gotham City. Ed ecco, dopo aver ucciso le sue prime vittime, la vera sorpresa: la violenza tonifica il suo corpo rachitico, gli dà un sinistro charme; l’invisibile Arthur recupera la sua ombra, la divora, diventando Joker .

Tratto dal fumetto di Alan Moore, The Killing Joke, Joker ha un debito fortissimo con un preciso immaginario cinematografico, attingendo a piene mani ai crudeli riti televisivi di Re per una Notte e all’alienazione metropolitana che unisce con un sottile filo Tempi Moderni e Taxi Driver. Così la Gotham City dei primi anni ’80 diventa irriconoscibile dalla coeva New York con i suoi tombini fumanti, i vicoli pieni di sporcizia morale e materiale e i grattacieli che intrappolano lo sguardo. L’unica fetta di cielo concessa è quella in cima ad una ripida scalinata, verso la quale Arthur più volte si dirige con fatica e alla quale emblematicamente Joker darà le spalle danzando beatamente.

Girato come se fosse un film di Steve McQueen, Joker nel bene e nel male si identifica esclusivamente con l’interpretazione da brividi di Joaquin Phoenix che tiene per lo stomaco anche quando la sceneggiatura scricchiola. Joker è un film potente ma non è il “capolavoro del decennio”. La sensazione è che il suo limite più grosso stia nel volersi collocare in una scatola cinematografica così definita da ridurne certi aspetti a cartoline di un’epoca passata (Martin Scorsese raccontava una New York che era ancora lì, fuori la finestra e dentro lo schermo televisivo).

Fuori dalla Storia ma come intrappolato in essa, Joker soffre inoltre di una strana collisione tra un realismo esasperato e il racconto di un malessere sociale a volte un po’ informe/macchiettistico/riduttivo, con i ricchi cattivi-cattivi e tutti gli altri…beh semplicemente furiosi. È come se si creasse uno strano squilibrio tra la volontà di sfocare lo sfondo (in tutti i sensi) e la pretesa volontà di fare della parabola del Joker qualcosa di più ampio e universale.

Bisogna però ricordarsi che questo Joker non mette diabolicamente in mano a dei cittadini un detonatore, ponendo loro qualche dilemma morale come faceva Heath Ledger in The Dark Knight. Il Joker di Philips se ne frega di dimostrare qualcosa.

Con un che di inquietantemente moderno, vuole solo rappresentarsi ed essere rappresentato, pretende un occhio nel quale rispecchiarsi in una metropoli che è corpo biologico, tessuto nervoso percorso da rabbia e impotenza, pronto a generare i suoi vigilanti e i suoi vendicatori nel giro di una notte ma sempre sulla pelle dei più deboli.

Così Joker e Batman si ritrovano alla fine uniti da una storia non troppo diversa, condannati ad essere nemici e fratelli, figli prediletti di Gotham: due bambini diversamente danneggiati, tesi ed antitesi della stessa folle società.

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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