Jeff Buckley – You & I – Recensione

 In Musica

La voce sussurrata di Jeff rompe il silenzio: <<This is called “Poor Boy”>> accenna rapidamente al microfono, prima di lanciarsi in una versione da brividi dello standard country-blues reso famoso da Bukka White. Quel momento ci spalanca le porte di un Pantheon in cui Buckley siede accanto ai suoi modelli – Nina Simone su tutti – modello egli stesso per chiunque abbia provato, dal 1997 ad oggi, a toccare le corde dell’emozione utilizzando una chitarra e un microfono come estensioni naturali del proprio Io interiore; veniamo trasportati in una dimensione non terrena, viaggiando idealmente lungo gli argini di quei fiumi – gli affluenti del Mississippi – che troppo presto lo strapparono alla vita, collocandolo al contempo nella Storia della Musica.

La copertina del disco

La copertina del disco

Una fine violenta, traumatica come quella di Jeff Buckley ha accelerato i tempi della sua santificazione musicale, con il lascito enorme in termini di talento che si è andato a fondere con la consapevolezza di non aver visto il suo estro esprimersi compiutamente. L’album postumo appena uscito – “You & I” ha visto la luce in data 11 marzo – non fa che confermare quanto detto finora: quel ventisettenne dall’infanzia complicata va posto di diritto tra i grandissimi abitanti del Pantheon musicale, con i quali può conversare amabilmente e senza timori reverenziali.
L’album contiene dieci tracce, di cui ben otto cover e soltanto due pezzi originali: una prima, acerba versione di “Grace” e un brano finora inedito, “Dream of You & I”, si tratta delle prime registrazioni di Jeff Buckley, dei suoi primi passi nel mondo discografico, un cortometraggio di quaranta minuti di una vita da cinema, iniziata artisticamente nel 1993 in uno studio newyorkese con il producer Steve Berkowitz e l’ingegnere del suono Steve Addabbo. I quaranta minuti che segnano l’esordio del cantante dinanzi a un microfono targato Columbia Records sono un magistrale sunto delle oltre sei ore di registrazione a suo tempo realizzate e sono rimasti sepolti in polverosi archivi sino ad ora; non che Addabbo non ci avesse provato, a farli uscire prima: “[…] per ventitrè anni ho tentato di rendere pubblico tale materiale poiché era ed è fantastico; non lo dico perché ci abbia lavorato io, ma perché lo è davvero. Un eccezionale momento da catturare”. Addabbo non esagera, la sua è una considerazione tanto coinvolgente quanto lucida e inattaccabile: le registrazioni di “You & I” consegnano un Buckley forse insicuro, forse non pienamente consapevole della propria grandezza, ma certamente in grado di reinterpretare qualsiasi canzone fino a farla divenire propria, fino a farle assumere le caratteristiche di un proprio brano, e questo è possibile soltanto a pochi eletti.

Questo accade con “Just Like a Woman” in apertura, con quella chitarra elettrica colma di riverbero in grado di inumidire gli occhi anche ai più tenaci sostenitori del “partito anti-lacrime”, con un altro standard afroamericano come “Don’t Let the Sun cath You cryin” o quando lascia che sia l’acustica a parlare e a tracciare sottili arabeschi in “The boy with the thorn in His side” degli Smiths. Già, ci sarebbe da trattare anche di una “Night Flight” da brividi e della spettrale “Grace, con la voce di Jeff a guidarci in una dimensione ultrasensoriale, ma nessuna ulteriore parole potrebbe descrivere pienamente la sensazione si ha entrando in punta di piedi in questa straordinaria prima prova, al contempo ancora abbozzato canovaccio e già complessa piece teatrale. Ci limitiamo a dire queste poche parole: ognuno trovi il momento preferito nell’album, ricercando il fantasma di Jeff in ogni piccola crepa, in ogni nota appena soffiata nel microfono; brani del genere non necessitano di commenti, solo di cuori pronti ad ascoltare.

Andrea Pancani

Andrea Pancani

Classe '91, non fossi un umano semi-senziente vorrei nascere pizza fritta per mangiarmi. Ritmo cardiaco misurabile in twelwe-bar blues.
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