Janis Joplin: «È difficile essere liberi ma quando funziona, ne vale la pena!»

 In Approfondimento, Musica

di Alessandra Farro

Quest’anno a carnevale volevo vestirmi da Janis Joplin. Per una serie di mirabolanti (dis)avventure alla fine non ce l’ho fatta, tra queste la difficoltà oggettiva di trovare degli enormi occhiali tondi dalle lenti rosa caramella. Voglio raccontare, però, perché avevo fatto questa scelta. Non era per dar sfoggio delle mie scarsissime abilità camaleontiche, piuttosto perché avvertivo la necessità di sentire, o quantomeno immaginare a provare, cosa significasse appartenere ad una generazione tanto unica come quella degli anni Sessanta, di cui lei è l’assoluta essenza immobile negli anni.

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Janis Joplin nacque il 19 gennaio 1943, oggi avrebbe settantun’anni, invece ne ha vissuti appena ventisette. La città che ha avuto l’onore di partorirla è stata Port Arthur, che si dice sia uno dei luoghi più cupi dell’America. Forse questo l’ha aiutata a sviluppare le sue immense doti artistiche, ché per produrre dell’arte parrebbe fondamentale un forte disagio alla base della propria esistenza.
La sua prematura scomparsa la rende partecipe al “Club dei 27”, in cui ritroviamo tutti quegli artisti che c’han lasciato a quella tragica età, tra cui Jimi Hendrix, Kurt Cobain, Robert Johnson, Brian Jones, Jim Morrison e, per ultima, Amy Winehouse.
Fu ritrovata morta in una stanza del Landmark Motor Hotel di Hollywood, l’autopsia rivelò che si trattava di un’overdose di eroina. La prendeva di nuovo da qualche settimana, solo in tarda notte, per rilassarsi dopo le registrazioni del nuovo disco.
Nel suo testamento aveva lasciato tutto quel che le era appartenuto e 2.500 dollari agli amici, voleva prendessero quel che più li aggradava tra i mobili, i vestiti e il resto e che facessero una festa dopo la sua morte. Fu cremata e le sue ceneri vennero disperse nell’Oceano sulla costa di Maryn County e tutto sommato viaggiare per sempre tra le onde del mare non è per nulla male come fine.

«Essere un’intellettuale crea molte domande e nessuna risposta. Puoi colmare la tua vita con idee e continuare a tornare da sola a casa. Tutto quello che hai e importi veramente sono i sentimenti. Questo è la musica per me.»

Cantare per lei era una salvezza, una redenzione per l’anima, l’unico sfogo che le consentisse di superare o almeno convivere in modo più pacifico con la sua profonda tristezza, con la sua malinconia, con la sua fragilità. Basta ascoltare la sua voce modularsi al tempo con le note per rendersi conto di quanta passione ci mettesse dentro, di quanto di lei vi fosse in ogni sua singola parola.
Una voce graffiante, potente, quasi mi sembra di poter percepire la libertà che provava mentre cantava. Ascoltando lei, mi sembra di ascoltare la rappresentazione della libertà. Mi vien voglia di ficcare in uno zaino il mio maglione preferito, un buon romanzo e la moka del caffè e partire senza una meta prestabilita.


A diciassette anni mollò il college e scappò dalla sua “prigione natale”, come lei definiva la sua città natia. Decise, a quell’epoca, che avrebbe dedicato la sua vita alla musica, seguendo le orme delle sue muse, nonché idoli, Bessie Smith e Odetta Leadbelly.

Aveva immolato la sua anima al blues nell’adolescenza e non avrebbe mai cambiato rotta.
La sua carriera musicale cominciò nei club country&western del Texas, non appena racimolò una somma decente di denaro emigrò verso San Francisco, dove si unì alla Big Brother and the Holding Company, divenendone la cantante.
Non passò molto tempo perché Janis Joplin si rendesse conto delle sue potenzialità e nonostante lo splendido lavoro condiviso col gruppo, decise di dedicarsi ad una carriera da solista.
La band che l’avrebbe seguita si chiamava Kosmic Blues Band, un nome piuttosto significativo. Fu dopo l’incisione del suo primo album per la Columbia –  I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama! – che decise di dare un taglio alle sregolatezze della sua vita. Aveva un problema con l’alcool e con le droghe, ma voleva andar oltre, ché voleva si smettesse di arrivare ubriachi sul palco e aveva finalmente conosciuto una persona con cui poter condividere davvero i suoi sentimenti. «Seth Morgan era un bell’uomo robusto e mi era stato presentato come il fidanzato di Janis. […] La notte della veglia funebre di Janis, il suo presunto fidanzato fece l’amore con una delle sue migliori amiche», così lo ricorda la sorella minore, Laura Joplin, nel libro “Con amore, Janis Joplin” dedicato alla sua «fedele compagna e interprete del mondo».

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Erano quasi gli anni Settanta e lei stava lavorando ad un altro album “Pearl” – il soprannome che le era stato affibbiato dagli amici – con un nuovo gruppo “Full-Tilt Boogie Band” (era davvero intenzionata a cambiare vita e per una cantante è importante cambiare gruppo in un momento di svolte personali). Prima che il disco venisse pubblicato, “la voce femminile più blues della storia del rock” abbandonò questo mondo, disperdendosi nelle acque dell’Oceano Pacifico. Il lavoro uscì postumo, riscuotendo un successo enorme, vinse il suo terzo disco d’oro grazie a “Pearl”.
Due settimane prima della sua morte acquistò la lapide della tomba della sua grande musa Bessie Smith. A quel tempo non sapeva avrebbero condiviso tanto, giacché diventerà lei stessa la musa di grandissime artiste, come Patti Smith, Annie Lennox e PJ Harvey.

Nel 1995 è stata inserita nella “Rock and Roll Hall of Fame”, nel 2005 è stata insignita del Grammy Award alla carriera e nel 2008 la rivista Rolling Stone l’ha piazzata al 28° posto nella classifica dei 100 cantanti più importanti di tutti i tempi.
Janis Joplin è stata davvero un’Artista, la sua musica e la sua anima erano inscindibili. Dolore, malinconia, energia, passione, tenerezza, sofferenza, voglia di vita, libertà, amore, gioia, dipendenza, godimento, purezza. Un’esplosione vibrante di emozioni, questa era la sua voce, questa era Janis Joplin.
Io la ringrazio personalmente per avermi aiutato a comprendere cosa significhi vivere per le proprie passioni, senza limiti.

 «Alcuni artisti hanno un modo di vivere e un modo di fare arte, per me ne esiste uno solo.»

 

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Alessandra Farro

Alessandra Farro

Nata a Napoli, il suo secondo romanzo s'intitola "Blue", Ultra Edizioni. Sforna pensieri e dipinge ricordi. È innamorata della musica, dei libri e del buon caffè fin da che ne ha memoria. Ha un problema (oggettivo) col tempo, prova a respirare poca realtà e viaggia sempre con una moka in valigia, spesso senza lasciare la sua camera. Quando la vita la confonde troppo, si mette a testa in giù su un tessuto aereo. Ribelle dal 1991.
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