James Blake – The Colour in Anything – Recensione

 In Musica

 

James Blake ha iniziato a farsi notare, o meglio, ha iniziato a farsi conoscere in Italia, quando Giò Sada ha interpretato (bene) la cover di Retrograde a X-Factor, perché in realtà, è tuttora una realtà per pochi e non certo di massa. L’artista fa parte di un filone musicale che da noi non sembra attecchire, se non in produzioni nuovissime e ancora del sottobosco artistico mentre oltralpe e nel resto del mondo è un punto di riferimento per un genere che prende un po’ di tutto: RnB e soul, elettronica e sperimentale, con influenze soft dubstep. Tante, troppe parole. Per capire cos’è che fa James Blake, si deve ascoltare James Blake.

Il ventisettenne londinese figlio d’arte (il padre era componente dei Bandit, e poi solista) comincia ad essere in rotazione sulla radio della BBC fin dalle sue primissime produzioni nel 2009, ma è con il primo album, omonimo, del 2011, che diventa un vero e proprio fenomeno musicale.

James Blake viene lanciato da un’ottima cover di Feist, Limit to Your Love, eletta da nientepopodimeno che Zane Lowe come Hottest Record in the World, cosa che lo aiuta ad attirare ancora più attenzione su di sé. L’album è un successo, e, secondo il parere di chi scrive, il migliore in assoluto, e la cosa straordinaria, che gli conferisce ancora più valore, è il fatto che sia stato interamente prodotto dall’artista, a soli 23 anni, nella sua cameretta londinese, senza aiuto alcuno: non è di certo roba da tutti.

Tralasciando i numerosi Ep cui Blake dà luce, il secondo disco, Overgrown, coprodotto con Brian Eno, è un successo almeno pari al primo, e raggiunge, anzi, un traguardo che l’esordio aveva solo sfiorato: la vittoria al Mercury Prize del 2013.

Col tempo, comunque,  James riesce ad affermarsi non solo come artista solista ma anche come produttore (Drake, Beyoncè), remixer (Destiny Child, Drake) e disk jokey della BBC.

Ed è proprio tramite il suo programma su Radio 1 che James Blake ha annunciato l’uscita del suo ultimo lavoro in studio, The Colour in Anything, anticipato dai singoli Modern Love, l’11 febbraio, e Timeless, il 16 aprile.

La vittoria al Mercury Prize, 2013

La vittoria al Mercury Prize, 2013

Premessa della nascita di questo disco è il fatto che James ha dichiarato di aver curato la fase di scrittura dei nuovi brani solo piano e voce. Al contempo ha però realizzato che,  arrivato ad un certo punto, aveva bisogno di un aiuto esterno per mettere a punto alcuni brani, e dare una veste diversa ad altri. Riguardo le collaborazioni per The Colour in Anything, sono state spese nei mesi passati già moltissime parole. In primis sappiamo che, per la produzione di alcuni brani, Blake è volato in America da Rick Rubin, mentre altri preziosi interventi, vedono le mani di Frank Ocean e Justin Vernon, quest’ultimo dai più conosciuto come Bon Iver. Altro featuring di lusso che sarebbe dovuto essere presente era quello con Kanye West, venuto meno in corso d’opera. Tutto ciò giustifica anche il fatto che le attenzioni di mezzo mondo musicale fossero per James e il suo nuovo lavoro. A noi convince ma non del tutto: purtroppo i picchi toccati dall’esordio rimangono ancora inarrivabili. Lungi però l’affermare che sia un lavoro di basso livello, anzi.

The copertina di "The Colour in Anything", realizzata da Sir Quentin Blake, conosciuto per aver collaborato con Roald Dahl

The copertina di “The Colour in Anything”, realizzata da Sir Quentin Blake, conosciuto per aver collaborato con Roald Dahl

Partendo dalle collaborazioni su citate, ci si sarebbe ad esempio aspettati di più dal genio di Frank Ocean: le canzoni che vedono il suo zampino (My Willing Heart e Always), invece, non emergono rispetto alle altre. Discorso totalmente opposto è per i brani con Justin Vernon tra gli autori: I Need a Forest Fire e Meet You in the Maze sono probabilmente i migliori del disco. La prima è un gioiellino con un ritornello favoloso; la seconda, solo vocoder, è la perfetta chiusura dell’album.

Molto affascinante nella opening track, Radio Silcence, la metafora della comunicazione ormai inesistente con una ex ragazza: “there’s a radio silence going on”. L’amore, la fine di una storia o comunque il rapporto di coppia, è un leitmotiv di tutto l’album, basti prendere il secondo brano Points (“it’s sad that you’re no longer her”) o anche Forever, gran bella ballad da fine film, in cui James ci dice (come se avessimo bisogno che qualcuno ce lo ricordi) che l’amore non può durare per sempre. Con I Hope My Life abbiamo una svolta quasi disco: alla fine della canzone ci ritroviamo sbalzati su un dancefloor negli ’80, sensazione favorita dalla ripresa di un synth quasi identico a quello di Sweet Dreams degli Eurythmics. Altri elementi da segnalare sono le stupende metafore in Waves Know Shores e i grandi arrangiamenti per archi in Two Man Down. Il resto, secondo chi scrive, poteva rimanere nel cassetto. La pecca del disco è, infatti, il fatto che sono pochi i brani che riescono a lasciarsi ricordare ad ascolto ultimato. D’altro canto, anche la scelta di incidere 17 canzoni è molto coraggiosa, forse azzardata. Probabilmente sarebbe stato meglio ridurne il numero e tenere solo quelle che realmente avevano le gambe per camminare da sole lasciando un segno all’ascolto.

In generale si tratta di un buon lavoro, che non riesce a tenere alto il livello per tutta la sua durata, ma che vede in ogni caso delle cose anche molto positive.

Beach Flavour

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