James Bay – Hold Back The River EP

 In Musica

A distanza di un mese dall’uscita del suo terzo EP è arrivato il momento di raccontare la bella storia di James Bay. Così come Renagade non è nessuno senza la sua motocicletta, allo stesso modo James Bay non è nessuno senza il suo cappello. Si tratta di una vera e propria simbiosi. Non si può parlare del cantante dell’Hertfordshire senza fare riferimento al suo cappello, e viceversa. Dopo avervi reso partecipi di quanto mi piacerebbe andare in giro con un cappello così,  sotto la lente di ingrandimento ci finisce “Hold back the river”, extended play uscito lo scorso 17 novembre, frutto di un percorso partito dal 2013. Considerato che siamo alle porte del 2015, sono quasi tre anni che si fortifica e si fa sempre più acuto l’estro artistico di questo ragazzo di 22 anni. Forma la sua vena artistica frequentando il Brighton Institute of Modern Music, una vera e propria academy di talenti e nuove proposte nel panorama britannico. Ambiente piccolo, familiare e tanta buona musica.
La sfida più difficile per il nostro capellone dalla carnagione lattefacente è stata quella di cercare di differenziarsi da quella sfilza infinita di coetanei, anche loro artisti emergenti e in balia delle classifiche UK (quelle che più di tutte contano). Perché diciamoci la verità, una volta che siamo sulla pagina Spotify di James Bay, se solo osiamo premere il tasto “artisti simili”, veniamo involontariamente risucchiati in un vortice di svariate proposte che non fanno altro che depistarci. Probabilmente ci fanno anche cambiare idea sullo stesso artista dalla quale è partita la nostra ricerca. Sembrano tutti uguali: voci chiare, spesso in falsetto, e chitarre in cerca di accordi sempre più complicati da riconoscere su pentagrammi terrestri. Insomma se mai ci venisse in mente la malsana idea di cercare la tablatura dei suddetti su Ultimate-guitar, a confronto leggere un testo in aramaico sarebbe un gioco da ragazzi come lo sono i bigliettini dei baci Perugina.

In questo il nostro James è diverso. Se pensiamo al pezzo grazie al quale ha ottenuto successo, tutte queste strutture e sovrastrutture crollano immediatamente. Infatti con “When we were on fire” e “Let it go” capiamo già di che pasta sia fatto: testi molto orecchiabili, cantati da una gran bella voce e una chitarra avvolgente come fosse velluto. Senza girarci troppo intorno, canzoni che piacciono dal primo ascolto. È proprio questo aspetto che oggi, a mio modesto modo di vedere, viene fin troppo demonizzato. Non si può pensare che l’avere successo vada per forza a braccetto con l’essere venduti o troppo commerciali. La tendenza generale di artisti di questo genere è avere come imperativo categorico quello di individuare le loro differenziazioni, arrivando (aihmè!) a suoni sempre più complicati e troppo elaborati. Lasciatemi dire che questi rimarranno per sempre sospesi in un limbo eterno che potremmo definire la “nicchia della nicchia”.

Torno a ripetere quindi che la forza di James Bay è proprio quella di aver trovato il giusto canale. E proprio con il suo ultimo EP raggiunge una discreta maturità. Il singolo “Hold back the river” è carico di adrenalina, con ritornelli da cantare con le mani al cielo e i nostri pensieri sempre più leggeri. Il secondo brano, “Sparks”, risulta più stiloso e con un sound più intimo. Una canzone che descrive il più perfetto degli appuntamenti con il proprio partner. Una canzone sensuale, piena di elettricità.
In fine, giusto prima di re-incontrare la prima traccia (sta volta dal vivo al The Hotel Cafè di Los Angeles), c’è “Wait in line”, anche questo un pezzo molto piacevole e sincero. Paga soltanto lo scotto di sembrare ripetitivo, ciò che non permette a noi ascoltatori di decollare definitivamente verso la mente del cantante.

james bay

james bay

Dunque che dire di questo ragazzo: di sicuro tre volte bravo, come i suoi lavori in studio di registrazione. Ma soprattutto non ci resta che augurarci di vedere sempre più spesso la sagoma del suo cappello all’ombra dei riflettori di un palco e che possa esprimersi al meglio, continuando a scrivere musica in questo modo. Chapeux!

Camillone

Camillone

vivo tra Napoli e Milano. Ognuno ha un Dio a cui rivolgersi e pregare; io ho la musica.
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