Inutile negarlo, la musica proposta in questi anni da Jack White nei panni di solista, non ha convinto proprio nessuno. Si fa fatica a considerare i primi due album Blunderbuss (2012) e Lazaretto (2014) come album “completi”, al contrario non hanno fatto altro che dimostrare quanta strada ancora ci sia da percorrere per il nostro John Anthony Gillis – questo il suo nome di battesimo. Lo stesso John Anthony Gillis, nato a Detroit nel 1975, cresciuto a pane e musica. Artista apprezzato enormemente per le sue infinite doti di chitarrista – per molti lui è Mr. Perfeciton, visto il suono pulito che è in grado di far venir fuori con quelle sue dita bianco cadaveriche – e per il suo interessantissimo background musicale: The White Stripes, The Dead Weather, The Raconteurs e infinite collaborazioni che lo porteranno ad essere l’artista riconosciuto e rispettato che è oggi. Uno dei protagonisti del documentario It Might Get Loud (2009), manifesto dei chitarristi che hanno fatto la storia del Rock, insieme ad un certo Jimmy Page dei Led Zeppelin e The Edge degli U2. Va bene, so cosa state pensando: che ca**o ci facevano Jimmy Page e Jack White insieme a The Edge? E soprattutto perché a quasi 60 anni si fa chiamare ancora “The Edge”?

La copertina dell’album

Ma tornando a noi, con tutto questo popò di curriculum ci saremmo aspettati ben altro dal nostro amico dalla pelle olivastra. Ebbene a quanto pare qualcosa nell’aria sta cambiando. Infatti lo scorso 23 Marzo esce Boarding House Reachil terzo solo album di Mr. White che sta volta sembra davvero andare nella direzione giusta. Lo stesso Jack White, ospite al programma di Jimmy Kimmel dichiara di non aver mai suonato in una band tanto potente. Questo evidentemente perché sono cambiati molti dei musicisti che erano al suo fianco in questi anni da solista. L’album è composto da 13 tracce e presenta un pò l’insieme di tutte le influenze musicali che hanno girato intorno a Jack White: Punk, Garage, Indie e l’imprescindibile blues. Certo è che parliamo di un album estremamente sperimentale, totalmente diverso dai precedenti e che al primo ascolto è davvero difficile riuscire a farsi un’idea ben precisa di ciò che si ha davanti. Basti pensare al brano che introduce il disco, Connected By Love, che pronti via appare lento e mieloso, o perché no a What’s Done its Done e Why Walk A Dog?, canzoni che non hanno minimamente senso nell’armonia dell’album. E ci ritroviamo nella condizione di non vedere l’ora che arrivi Over and Over and Over, senza dubbio il brano meglio riuscito in purissimo stile Jack White, vera bandiera di questo album.

Invece basta dare all’album una seconda chance e tutto sembra migliorare. Innanzitutto si apprezza il tagliente tono di voce di Jack White, che di anno in anno perfeziona sempre più. Si apprezzano anche i doppi synth sparsi qua e là come fossero laser sparati a caso – ascoltare Get in The Mind Shaft per credere – e tornando alla già citata Connected By Love, ci avvolge letteralmente per la profondità del messaggio moderno, di quell’unica e vera forma di connessione che l’uomo è in grado di concepire: non digitale, non a banda larga, ma una pura e semplice connessione d’amore, condita da splendidi cori angelici che recitano “We’re connected! We’re connected” risvegliando in modo molto evidente il passato da chierichetto di Jack White. Incontriamo poi la particolarissima Ice Station Zebra, non solo per il suo muted groove ma soprattutto per la sua anima rap, con urla a metà tra l’insopportabile e il condivisibile. Misto blues e garage rock invece in Corporation e Hypermisophoniac dove la band fa quello che il suo frontman sa fare meglio: lasciare spazio ad affilatissimi assoli di chitarra. Davvero unica nel suo genere invece la storia di Humoresque, ultima traccia dell’album che Jack White ha voluto reinterpretare. La leggenda narra si tratti di un brano di Al Capone – il criminale – che era solito suonare con la sua band durante l’ergastolo ad Alcatraz. Nei giorni in cui Jack White e la sua band erano in studio a registrare, per caso l’anziana signora che porta i caffè in studio d’un tratto esclama: “Come mai suonate Humoresque di Dvořák?” – compositore boemo di fine ‘800. Brano dunque di origini più sinfoniche e sofisticate rispetto ai meatball spaghetti dei sobborghi newyorchesi.

Insomma ci troviamo davanti ad un signor album che per il suo essere così esoterico, di certo non sbaraglierà le classifiche mondiali, ma che come detto fin’ora, segna finalmente una strada molto più convincente per la carriera di Jack White.
Dunque munitevi dei vostri migliori auricolari e godetevi questo trionfo di volume pronto a farvi sanguinare i timpani.

PS_ ancora non mi capacito…ma che razza di soprannome è “The Edge”??

Enjoy!

 

Valutazione dell'autore

Camillone

Camillone

vivo tra Napoli e Milano. Ognuno ha un Dio a cui rivolgersi e pregare; io ho la musica.