Italiani a Berlino: prima o poi (a cantare) ci vanno tutti

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Le tappe del tour europeo 2014

Quando il 13 aprile 2014 i Ministri sono stati sul palco del White Trash Fast Food a Berlino, Il Mitte aveva parlato di concerto da leggenda; oltre al festival tedesco, il tour aveva toccato le principali capitali europee, comprese Amsterdam, Londra e Parigi. «Per un trio rock, suonare in queste città è più di una trasferta – è un viaggio di nozze», avevano spiegato i membri della band. «Ed è anche un bel modo per incontrare i tanti ragazzi italiani scappati oltre le Alpi».

Quando ho letto questa intervista per un attimo mi sono bloccata e mi sono chiesta una cosa: che cosa hanno in comune, insieme ai Ministri, Nek e Brunori Sas? Occhei, non è stata proprio la prima domanda. Però pensateci: niente? Acqua. Cantano tutti e due? Fuochino. Sono italiani? Fuocacqua.

Nella vita tutti lo abbiamo sentito o pensato: “No, basta. Adesso appendo tutto e me ne vado a fare il cameriere a Londra”. Noi giovani italiani a un certo punto abbiamo questo desiderio di svolta, di rivoluzione, di cambiamento radicale e, non si capisce perché, vogliamo ricominciare nel Regno Unito. Qualcuno ci va anche per davvero. Ai cantanti e ai cantautori succede più o meno la stessa cosa, ma con una città diversa: fare il video nella capitale germanica o, ancora meglio, nominarla in una canzone assicura loro quel tocco internazionale semplice ma non banale, il marchio certificato della multiculturalità e dell’uguaglianza vere e non mainstream: Berlino è libera, cangiante e creativa e tutti gli italiani, dagli artisti pop alle icone indie, prima o dopo ne vogliono un pezzo.
I Ministri, a essere precisi, hanno parlato di quelli che scappano, ma ci arriveremo.

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La cover “berlinese” di Achtung Baby

Non è un fatto solo nostro, anche gli U2 e David Bowie hanno avuto a che fare con la città del Muro: la band di Bono Vox nel 1991 omaggiava la storia di Berlino mettendo insieme inglese e tedesco per il titolo di Achtung Baby e raccontando, in una delle canzoni più conosciute dell’album, della stazione dello zoo dove andavano quei famosi ragazzi che il fine settimana giravano per tutto lo Schleswig – Holstein in macchina e poi a un certo punto camminavano a piedi finché non trovavano un posto assolutamente figo. Il duca bianco ci ha vissuto ed è stato talmente prigioniero della sua stregoneria da dedicarle Low, Heroes e Lodger, una trilogia che nemmeno Tolkien.
Gli stranieri si lasciano trasportare, sono attraversati misticamente dalle pulsazioni metropolitane tedesche e ci si dondolano come gli appassionati di techno sulle note di Paul Kalkbrenner, dando vita a un qualcosa di pacifico, organico e memorabile. Gli italiani invece sono lì, in pieno blocco creativo e hanno tutti la stessa illuminazione: “No, aspetta, ci devo mettere Berlino”.

Negli anni che possiamo ricordare più da vicino i risultati hanno accontentato ogni tipo di fan (e volendo li potete riascoltare).

1993. Nek – Il Muro di Berlino c’è
Il 9 novembre 1989 il Muro di cui parla Filippo Neviani (che sarebbe Nek, ho googlato) cade, mettendo fine al dissesto economico tra le due Germanie e facendo finalmente rivedere tutte le persone che si conoscono e si vogliono bene senza rischiare di finire ammazzate. Quattro anni dopo questo muro diventa il palo di una ragazza che di Nek non ne vuole sapere niente e gira mano nella mano con un altro mentre lui strabeve. Il testo non dà molte indicazioni sulla fine della storia: sicuramente lei era arrabbiata, c’era di mezzo un figlio e l’Italia è un paese di “isteria minima”. In tutto questo ricordare e considerare Filippo intanto si trova a Modena, la sua città natale, a parlare con lei che gli dice ancora di no, certo di una cosa sola: “nell’hamburger la carne di manzo/ ci sta bene con il ketchup, lo so”. Quello tra i due è un muro che ha costruito lei, lui non si rassegna e di Berlino c’è solo il nome di un muro famoso.

2008. Afterhours – Riprendere Berlino 
Quando, dopo parecchi anni, si riprende la questione siamo di fronte a un’altra storia finita, ma almeno questi due a Berlino ci sono stati in vacanza o ci hanno vissuto. La città viene nominata e per un attimo si materializza con il suo vagone di ricordi. Manuel Agnelli è solo e nostalgico, vaga per la stazione dei treni in una giornata nuova e risolutiva; con lei è chiusa, ma lui si fa comunque un mare di domande, ha un gran mal di testa e vorrebbe solo fare la pace. Più che altro resta lì, a chiedersi se capiterà, ché non sarebbe male. Nel repertorio di uno dei più importanti gruppi indie-alternative-post grunge-post rock italiani una citazione del genere ce la possiamo aspettare, altrimenti non sarebbe bello.

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Dario Brunori

2009. Brunori Sas – Italian dandy
Se lo fanno gli Afterhours, lo possono fare tutti. L’anno dopo I milanesi ammazzano il sabato anche Dario Brunori, cantautore, afferma di essere stato “in quel bar di Berlino a fumare Pall Mall”. Ci troviamo di fronte un altro uomo innamorato, ma in una maniera un po’ strana. Lui chiede a lei di amarlo per tutta la vita con millemila poesie, immaginando una storia che è già durata tutta la vita, ma quando lei a trent’anni lo chiede a lui, lui dice no e continua a cantare. Il bar della città del Mitte si trova nella prima delle poesie scritte dal protagonista durante l’adolescenza e insieme a Novella 2000, Prévert e Edwige Fenech (senza dimenticare le sigarette) è un dettaglio che ci catapulta nell’ universo retrò di chi aveva 16 anni negli anni ʾ90 ed era un po’ tanto sfigato. Eh, sì, perché Brunori non va solo a Berlino: nei suoi versi arriva a Marsiglia a mangiare escargot e pure a rubare baguette all’Esselunga. Qua non si tratta nemmeno più della storia d’amore: è la fuga, dalla realtà però.

2009. Ministri – Berlino 3

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Le giacche napoleoniche della band

Chi invece se ne vuole scappare sul serio, e nello stesso anno di Dario B., sono proprio i Ministri.
Il 6 febbraio 2009, quando la crisi ancora non imperversava come adesso, Davide Autelitano, Federico Dragogna e Michele Esposito escono con Tempi bui e ci raccontano la fenomenologia dei giovani italiani usciti dal liceo che vogliono andare a fare i camerieri.
L’Italia è messa peggio della Terra in Resident Evil. Il singolo omonimo dell’album è ispirato alla poesia Quelli che verranno dopo di noi di Brecht (che veramente se n’era dovuto andare, in esilio) e in Bel canto il trio delle giacche napoleoniche è addirittura più categorico di Nanni Moretti: “Ci meritiamo le stragi, altro che Alberto Sordi”. Lascia che schiattino, che si mangino tra di loro, che arrivi la peste bubbonica, non ci sta niente da fare, scappiamocene a Berlino, “forse te l’han detto già”, ci spronano. Vabbè, lo avete detto talmente tante volte voi che a pensarci… perché siamo tutti fissati solo con Londra (e stiamo ancora qua)?

Qualche anno fa
Di video musicali ambientati nei pressi della Porta di Brandeburgo si sono resi protagonisti, per citare i più recenti, Samuele Bersani (Psyco, del 2012), Gianna Nannini (I wanna die 4 U, 2011) e Laura Pausini (Le cose che non mi aspetto, sempre 2011); non che le canzoni c’entrino direttamente qualcosa, però cantare di “quel sole d’ottobre che scalda Roma” tra i graffiti berlinesi fa più… più… fa più, e basta.

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Milva e Battiato in studio

Arriviamo alla domanda cruciale: perché se gli italiani devono parlare d’amore o di fughe scelgono Berlino? Di chi è la colpa? Di Milva, ecco di chi. Anzi, di Milva e di Battiato. Nel 1982 il cantautore che cerca un centro di gravità permanente scrive un brano apposta per lei, che si chiama Alexanderplatz. In questo momento il Muro non è ancora stato abbattuto e quella della canzone è una storia di quegli anni, la possibile favola triste di una coppia borghese che pur di non ammettere gli eccessi del regime comunista si trasferisce a Berlino Est e si dice che non è poi così male. Lei segue lui per amore, però le vengono le borse sotto gli occhi, e camminare nella neve non è più la stessa cosa e allora aufwiederseen Alexanderplatz, magari sono io che vorrei scappare adesso, sembra pensare la donna. Quando Milva interpreta questa canzone, con i suoi sussurri e le sue impennate, sta impersonando un’epoca. Nel 1989 la inciderà pure Battiato e andrà bene uguale. Poi arriviamo al 1993, e da lì forse abbiamo un po’ travisato il messaggio originale.

C’è però un’altro italiano che ha fatto un pensierino su Berlino, prima di Nek e prima di Battiato. Lucio Dalla, nel 1980, pubblica Futura, e ci presenta la bambina che due amanti, uno di Belino Est e uno di Berlino Ovest, progettano di avere. Ma non mi riferisco a questo. L’immagine che attraversa la testa del cantautore romagnolo quando sente parlare della città tedesca è precisa e la dice lunga sulla voglia di scappare che abbiamo oggi: sto parlando di Disperato Erotico Stomp, del 1977.

Girando ancora un poco ho incontrato uno che si era perduto
gli ho detto che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino.
Mi guarda con una faccia un po’ stravolta e mi dice: “Sono di Berlino”.
Berlino, ci son stato con Bonetti, era un po’ triste e molto grande
però mi sono rotto, torno a casa e mi rimetterò in mutande.

In realtà, a parte Berlino e il resto, la prima domanda che mi sono fatta a leggere l’intervista dei Ministri è stata: “Perché?”. Perché c’abbiamo nello stomaco questo impulso alla fuga? Anche Dalla preferiva restare a casa sua. A volte ho paura di ritrovarmi come Abatantuono nella scena finale di Mediterraneo, a pensare all’Italia come un paese dove davvero non ci avranno lasciato cambiare niente, e allora mi viene la voglia di andare ad aprire un bar sulla spiaggia a Honolulu. Però, pensandoci, abbiamo un sacco di tempo, e forse uno a un certo punto si scoccia pure di starsene in mutande, o no?

Iolanda Sequino

Iolanda Sequino

Sono nata lo stesso giorno di Montale, però a Villaricca, provincia di Napoli, e nel 1990. Mi sono laureata in Lettere moderne alla Federico II. Il mio regno per gatti, feste a tema e giochi di parole. Studio come parlano le persone, mi piace un sacco.
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