L’ isola dei cani: le meravigliose favole di Wes Anderson

 In Approfondimento, Cinema e Teatro

Nei giorni tumultuosi dell’uscita di Loro1, la prima parte del nuovo film di Sorrentino, c’è un capolavoro nelle sale che rischia di passare inosservato:
L’ isola dei cani di Wes Anderson.
C’è un parallelismo importante fra i due registi, ma andiamo con ordine.
L’isola dei cani è un film interamente reso in stop-motion, il che non toglie nulla alla portata del film, anzi; utilizzare la computer grafica sarebbe stato troppo gravoso e pesante, e con questo espediente Anderson riesce in un duplice obiettivo: rendere protagonisti della pellicola animali a quattro zampe e aggiungere un tocco fiabesco all’esperienza visiva.
Quello che impressiona è la perfezione tecnica del film: ogni fotogramma animato è ricchissimo di dettagli, giochi di luce, paesaggi e minuzie preziose; L’isola dei cani non rimane storia fantastica fruita e goduta, ma riesce ad immergere completamente nel mondo che mette in moto.
Il coinvolgimento è totale: emotivo, visivo, sonoro, riflessivo.
isola dei cani

Proprio su quest’ultimo punto si aprono innumerevoli spunti; il film di Anderson è semplice da godere, ma incredibilmente complesso e sfumato nelle parti che lo compongono. C’è di tutto.
La cosa più importante è il modo in cui viene resa la critica della società: in maniera lampante ma leggera, con tono quasi fanciullesco, Anderson evidenzia paradossi del mondo moderno (pur spostando il calendario un po’ più avanti, il film infatti è ambientato nel 2037). La società resa dal film ha caratteri universali, ed ironicamente attinge a piene mani dal reale sia sul piano politico, dove assistiamo ad una specie di dittatura soft, ipocritamente attenta e garantista ma in realtà spietata, sia sul piano umano, dove la massa civile viene caratterizzata da una tendenziale neutralità all’affare del momento, ovvero la questione dei cani, per antonomasia i migliori amici dell’uomo.

Nel chiacchiericcio sociale, quello che emerge è la crudeltà dell’ignavia umana, l’assoluta inefficienza della coscienza che diventa tradimento, cecità.
Pur mettendosi profumo d’Oriente (il film è ambientato in Giappone) il messaggio è chiaramente rivolto agli occidentali, sempre mantenendo il contesto umano generico ispirato dall’universalità a cui abbiamo accennato.
La confezione nipponica è solo un espediente stilistico, perfetto se vogliamo dare un giudizio, ma sapientemente lasciato a margine per lasciare alla storia un’eco comune, emotiva.
Il mondo giapponese è finemente ritratto in caratteristiche comprensibili e mai altisonanti: rassomiglia più ad uno stato d’animo che ad un contesto vero e proprio, e gli aspetti caricaturali non risultano mai invadenti o preponderanti.
Esso è sì campo d’azione ma mai confine: pur facendosi apprezzare nei suoi tratti tipici, l’ambiente nipponico non diventa mai un limite narrativo.

Anche la trovata di non tradurre il linguaggio umano (le parti parlate dagli uomini, fatta eccezione per alcuni dialoghi cardine, sono interamente in giapponese senza sottotitoli) diventa perno geniale per l’immedesimazione nei personaggi canini.
I protagonisti sono i cani, non gli uomini; per questo non ci interesserà nemmeno sapere cosa dicono. In più questo facile espediente rende immediata l’empatia con i cani che sono diretti sviluppatori del messaggio del film e della trama.
L’uomo sembra un contenitore lontano che decide delle sorti ma rimane troppo invischiato, troppo corrotto per essere avvertito come vicino.

Personalmente, ciò che mi ha toccato di più è l’idea del maltrattamento dei buoni, l’esilio fattuale e concettuale che si impone all’ideale canino che, per definizione, si caratterizza nelle qualità della fedeltà, dell’onore, del coraggio. Quello che i cani rappresentano è un idealismo sconfitto, romantico, sacrificato senza troppe remore perché in effetti inutile alla praticità del mondo.
isola dei caniLa poesia della figura del cane è custodita nella sua accezione più antica, quella di amico e compagno, commilitone e spalla su cui piangere, dipendente e impavido.
Tutto questo ricco mondo letterario viene intrappolato nella spazzatura della civiltà, fra i resti del mondo che continua a scorrere dimenticandosi senza troppe difficoltà dei suoi amici. L’inutile fedeltà dei cani viene sacrificata senza indugio al primo, presunto, problema, rappresentando una bontà d’animo, una predisposizione all’idealismo che trovano sempre meno spazio effettivo di sviluppo nella nostra società.
Non è un caso che l’unico a sbarcare sull’ isola dei cani in cerca del proprio amico sia un bambino: gli adulti dimenticano in fretta, giorno dopo giorno, affare dopo affare, il valore e la portata dei sentimenti: nessun padrone è mai andato a riprendere il proprio amico dall’isola della spazzatura.

Bambino che, per inciso, non risulta mai stucchevole ma anzi, diventa uno degli elementi più esilaranti del film. Wes Anderson insomma riesce a far ridere e a pensare alla propria maniera, come fa sempre ma senza ripetersi, ed è qui che casca l’asino con Sorrentino, ma anche con tanti altri.

Il manierismo di Anderson è un marchio, ma non è una gabbia.
Molti registi sono diventati un marchio sulle proprie opere, Sorrentino, Tarantino, Ridley Scott, i fratelli Cohen, Tim Burton; ma Anderson è sicuramente il miglior interprete di questa corrente a mio avviso, e spiego il perché.

Egli riesce in due cose fondamentali in cui gli altri hanno qualche difficoltà: si fa sentire senza pesare, la sua “mano” è evidente e prepotente (l’abusata simmetria delle immagini, l’umorismo black un po’ inglese e patetico, l’uso di personaggi sfigati per costituzione) ma non inficia mai la storia che racconta ed ha due qualità cardine, non annoia e sa reiventarsi. Non vi è mai una forzatura, dell’immagine, della storia o di qualsiasi tratto, per adattarsi alla firma d’autore: essa sgorga naturale e limpida come rugiada, sapendosi immolare totalmente all’idea del film ed alla sua narrazione. Rispolverando la sua filmografia si noterà che i suoi film sono similissimi fra loro, eppure così diversi per contesti, concetti, sentimenti da non sembrare collegati in alcun modo.

La seconda caratteristica, e qui molti dei sopracitati dovrebbero prendere esempio, soprattutto compaesani, è quella di abbandonare totalmente ogni autoreferenza.
L’isola dei cani è un film di Anderson non perché lui ha voluto farcelo sapere, ma perché nel suo modo di fare le cose, egli spreme il meglio dell’idea di base per ottenere un risultato universale. Non c’è mai il bisogno di seguire il regista: è lui che si propone attraverso sì i propri caratteri preferiti e tipici, ma senza la spocchia di amante in fuga che prega di essere seguito.
Anderson riesce ad ammaliare lo spettatore nei suoi mondi, ci trascina e ci fa stare a nostro agio. Ci mette comodi alla sua maniera, inseguendo sempre con toni infantili la ricerca di un estetismo fiabesco, un mondo perduto di favole che non vengono più raccontate.
Riesce ad essere se stesso senza essere feticista delle sue qualità, soprattutto senza spocchia di un manierismo che si impone e si complica per puro gusto di farlo, in nome di un intellettualismo vuoto che uccide il cinema d’autore.

Inseguendo la propria immaginazione con il risvolto positivo di curare anche la nostra.

[yasr_overall_rating size=”medium”]
Enrico Zautzik

Enrico Zautzik

Non sono responsabile delle censure di quei %&*"°# degli autori
Post suggeriti
Comments
  • francesco
    Rispondi

    Un plauso al mio compare scrittore! Un intelligenza e una sensibilità di animo, che pur se non apprezzando LIBERATO, che vanno sempre aldilà di quello che resta tangibile per chiunque altro!
    Un abbraccio

Leave a Comment

Contact Us

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.

Illeggibile? Cambia il testo. captcha txt

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca