Into the Soul, l’anima degli anni Cinquanta

 In Musica

di Alessandra Farro

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Prima di ricominciare il viaggio, vorrei scusarmi pubblicamente per la scarsa partecipazione delle donne al rock’n’roll degli anni Cinquanta. Insomma, durante il primo decennio della rivoluzione musicale, mentre i generi madre cominciavano a mescolarsi tra loro e a dar vita a una vasta serie di sottogeneri del tutto meravigliosi (destinati, poi, a slegarsi dalla loro radice), le donne si occupavano di gonne, rossetti e torte alla mela. Grazie al cielo abbiamo sempre con noi il roseo ricordo di Wanda Jackson. Ma forse si tratta più semplicemente di accettare che la rivoluzione musicale femminile è in ritardo di dieci anni. Comunque, adesso che mi son messa l’anima in pace con questa faccenda del rock’n’roll, possiamo parlare del soul.

Se il rock’n’roll è stata la colonna sonora della rivoluzione sessuale del tempo, il soul lo è stata della rivincita dei neri sui bianchi, delle donne dall’incredibile prestazione vocale, della musica capace di mettersi in contatto con lo spirito.
Il soul ci rimanda immediatamente a Ray Charles, figura emblematica di questa sorprendente virata musicale del gospel. Ma qui si parla di donne e io non potrei non cominciare parlandovi di lei, La Donna.

Lei non è soltanto una cantante soul, lei è il soul, lei è Aretha Franklin.

Aretha+Franklin+2420070324200706largeÈ stata la prima donna a comparire nella classifica dei 100 più grandi artisti secondo Rolling Stone e al primo posto – non so se mi spiego. È stata definita dalla stessa rivista la più grande voce femminile di tutti i tempi. È stata la prima donna a entrare a far parte della “Rock and Roll Hall of Fame”  nel 1987. Ha vinto 20 Grammy. La chiamano “La Regina del Soul” e la sua voce procura brividi perfino in Indonesia.
Bisogna aspettare gli anni Sessanta perché “Lady Soul” – come oggi noi la conosciamo – spicchi il volo (ahimè!). Cominciò la sua carriera col gospel senza abbandonare mai queste sue radici, tant’è che il suo disco del 1987 “One Lord, Ona Faith, One Baptism” è il più venduto del genere, surclassando addirittura Elvis Presley (ché Elvis faceva pure gospel, nel caso ve lo steste chiedendo).
Le sue labbra carnose e i suoi occhi tristi, carichi di passione. Il suo sorriso da sempre un po’ controllato e il suo naso importante. I capelli bruni e lucenti, il suo fisico massiccio come la sua voce. No, scherzavo, la sua voce è molto di più.
La sua voce è struggente, piena, impressionante, sincera. Atterrisce, addolcisce, addormenta, scuote l’anima. Trasmette amore, dolore. È una carezza che diventa bruscamente schiaffo per tornare teneramente carezza.  La sua voce è un cielo dopo una tempesta: un arcobaleno in lontananza, le ultime gocce di pioggia a lambire i marciapiedi sono leggere, fini, piacevoli e ogni cosa sembra trovare il suo posto nell’universo.

Rabbrividì addirittura Otis Redding in persona ascoltando il suo adattamento del brano “Respect”, le sue corde vocali danzavano nella versione soul di “Satisfaction” dei Rolling Stones e sfido chiunque a ricordare il pezzo originale – povero Burt Bacharach – di “I Say a Little Prayer”. Persino ne “Il Matrimonio del Mio Migliore Amico” la versione intonata da Rupert Everett è di Aretha Franklin, mica noccioline!
Insomma si potrebbe dire che non a caso lo stato del Michigan definisce la sua voce come “una meraviglia della natura”.
10q_aretha_franklin_01A consacrarla come leggenda è stata “(You Make me Feel) A Natural Woman”, di Carole King. Mio Dio, direi che non ci sarebbe dovuto essere
neanche il bisogno di specificarlo. Io mi commuovo ad ascoltarla. È potente, intrisa di un’energia che prorompe come un vulcano attivo, ti rende fiera di essere donna, una vera donna, a natural woman. Ascoltarla quasi ti fa sentire in connessione con lei, come se condividendo quella sua esplosione armonica potessi sentirti anche tu, un po’, una donna del suo calibro.
Si parlava di rivoluzioni all’inizio, e se Aretha Franklin non è stata uno dei più grandi tsunami degli anni Cinquanta, davvero non saprei dire cosa s’intenda oggi col termine “rivoluzione”.

Aretha Franklin – God Bless the Child

“La musica dell’anima” cominciava a respirare, si insinuava nelle vene statunitensi e un’altra grande voce appariva sui palcoscenici, quella di Etta James. La ricordiamo con un’espressione quasi imbronciata, un neo scuro sulla guancia destra, degli innaturali capelli biondi che sembravano formare una morbida nuvoletta sulla sua testa rotonda e i vestiti color oro, quasi il suo corpo diventasse interamente un gioiello.
etta_james-at_last-frontalUna voce melodiosa e allo stesso tempo potente, graffiante, in grado di incantare anche gli orecchi più difficili, più diffidenti verso il soul. La sua è un’impronta unica. Io la conobbi con “I Just Want to Make Love to You”, avevo quattordici anni. Me ne innamorai al punto da imparare tutte le parole nel giro di pochi giorni e ancora oggi ne conosco ogni sillaba.
E come non ricordare “At Last”?
Uno dei suoi più grandi capolavori, che ha animato le colonne sonore di innumerevoli film, spot pubblicitari, serie televisive. Per non parlare di tutte le artiste prossime al mito di Etta James che hanno riprodotto questo singolo, anche per renderle onore.
Vincitrice di cinque Grammy e del Grammy alla carriera nel 2003. Etta James è una più che rispettosa compagna musicale della “Regina del Soul”.

Etta James – If You Want Me To Stay

Sorriso frizzante, capelli ribelli e carattere esuberante, questa è Gladys Knight, conosciuta anche per il suo gruppo, Gladys Knight & the Pips, che si potrebbe definire a conduzione familiare, giacché ne fecero parte anche i cugini e il fratello della cantante.
Lei, in verità, era famosa molto prima degli anni Cinquanta. A sette anni il mondo impazziva già per lei. Nei Cinquanta, più che altro, si fondarono The Pips e cominciarono le tournée. La trasformazione del gruppo da The Pips a Gladys Knight & The Pips risale agli anni Sessanta, per l’abbandono di un membro al gruppo, Langston George.
Possedeva una voce profonda, ma vivace. A me personalmente ascoltarla mette sempre di buon umore, è inevitabile, penso sia la magia di Gladys Knight questa.
Ci sono un paio di chicche divertenti su questa artista: nel 1986 incise un pezzo contro l’AIDS – “That’s What Friends Are For” – assieme a Dionne Warwick, Stevie Wonder e Elton John che vinse un Grammy e a tre anni di distanza si occupò della colonna sonora “Licence to Kill” del film “007 – Vendetta privata”.
Un grazie per l’entusiasmo se l’è meritato, tutto sommato.

Gladys Knight & The Pips – Don’t You Miss Me a Little Bit Baby

In conclusione, un’ultima grande artista, sì del soul, ma britannico: Dusty  Springfield. Gli anni Cinquanta tramontavano, mentre questa cantante sbarcava nel nebuloso mondo della musica. Potremmo definirla la Mina inglese, per l’impatto mediatico che riscosse nel territorio d’oltremanica, senza considerare che lei al Festival di Sanremo c’è pure venuta nel 1965.
Dusty-Springfield-dusty-springfieldCi troviamo di fronte ad un’altra voce profonda, ma di certo più gentile. Onestamente, l’ho scoperta grazie a Pulp Fiction. Alla milionesima volta che lo guardavo e inciampavo in un ritornello semplice quanto efficace, non potei trattenermi dal cercare quella dolce voce e associarla finalmente ad un volto. E che volto! Capelli biondo grano, sorriso grazioso e zigomi leggermente gonfi. Corti vestiti bianchi e frangetta sempre ben ordinata.
Il suo soprannome, Dusty, checché si possa credere, non è un semplice nome d’arte, “Mary” se lo portava dietro dall’infanzia e le era stato affibbiato per i suoi modi da maschiaccio. Prima d’esser solista ha fatto parte di un paio di gruppi. A The Lana Sisters deve l’introduzione al mondo della musica, le prime lezioni sul come stare su un palcoscenico e su quale profilo migliore esibire in televisione. A The Springfields, invece, deve la possibilità di viaggiare, che la portò fin negli Stati Uniti, dove ebbe l’occasione di conoscere una musica totalmente estranea al suo mondo, quella dei neri.
Voglio salutarla così, citando il ritornello che mi ha fatto incontrare le sue corde vocali per la prima volta:

Dusty Springfield – Son of the Preacer Man

“The only one who could ever reach me / was the son of a preacher man!
The only boy who could ever teach me / was the son of a preacher man!
Yes he was, he was, ooh, he was!”

Gli anni Cinquanta stanno volgendo al termine, manca poco perché si possa parlare dei Sessanta e giuro che non si può avere un’idea di quanto non veda l’ora di affrontare l’argomento, ma c’han sempre infinocchiato raccontandoci che la pazienza è la virtù dei forti e voglio provare a crederci. Quindi tra due mercoledì ci sarà l’ultima tappa degli anni Cinquanta, Janis Joplin dovrà aspettare (e pure io).

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Alessandra Farro

Alessandra Farro

Nata a Napoli, il suo secondo romanzo s'intitola "Blue", Ultra Edizioni. Sforna pensieri e dipinge ricordi. È innamorata della musica, dei libri e del buon caffè fin da che ne ha memoria. Ha un problema (oggettivo) col tempo, prova a respirare poca realtà e viaggia sempre con una moka in valigia, spesso senza lasciare la sua camera. Quando la vita la confonde troppo, si mette a testa in giù su un tessuto aereo. Ribelle dal 1991.
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