Willie Peyote si racconta, da Guccini alla trap senza dimenticare la vodka

 In Interviste, Musica

Willie Peyote è l’ultimo romantico degli jemenfoutistes, questo ho scoperto. Sceglie le parole da artigiano e tira loro il collo con ritmo (estremamente elegante). Quello che dei suoi pezzi resta post ascolto non è patina, non è “dresscode musicale”, o parole di tendenza. Ma racconti di beghe del cuore, di società ammalata, di Zōon politikon e gocce di vodka, buona e giusta, impressi a fuoco nei padiglioni auricolari.

E’ nato nel 1985, ma sembra appartenere alla setta dei senza tempo. E’ un bimbo. Per la scanzonatezza che ha, o per la sua risata, che somiglia a quella abbozzata di Robert de Niro.
Ed è un cinquantenne scapigliato. Per il modo in cui tiene un bicchiere, o cita pezzi di storia politica e musicale anni ’70, coi suoi occhiali posizionati a metà tra Papà Castoro e Guccini.

Se n’era parlato qui qualche tempo fa come la promessa di questo 2018. L’ho intervistato per voi.
Buona lettura, gente.

Chi è il cantautore?

E’ uno che scrive le canzoni che canta, non mi spingerei oltre, non darei un giudizio di valore sulla parola cantautore. 

In “Interludio”, brano tratto dall’album “Educazione Sabauda”, citi Guccini. Che rapporto hai con i cantautori?

Guccini in quel caso, secondo me, ha scritto uno dei primi pezzi rap della storia. In quel brano si è tolto grandissimi sassolini dalla scarpa, facendo nomi e cognomi, come quello di Bertoncelli. Molto rap come attitudine, “l’Avvelenata”. L’ho citata per questo. Ho ascoltato molto cantautorato, mi ha influenzato nella scrittura. Gaber, Jannacci, la scuola milanese mi ha sempre molto affascinato, per l’ironia e i suoi temi. Poi De André, Rino Gaetano, e Guccini, appunto.

In una recente intervista su radio Deejay hai parlato di come alcuni dei cantautori italiani di vecchia guardia sarebbero stati rapper se nati nel 2018.

Sì. Intanto, molti di loro se fossero nati oggi non avrebbero sicuramente fatto solo musica voce e chitarra. E sarebbe stato bello, anche perché oggi i cantautori spesso non affrontano temi così rilevanti.


Farebbe bene un po’ d’ascolto cantautoriale ai Millennials?

Beh, è un po’ come far vedere il calcio degli anni ’60 ai calciatori di oggi. Potrebbe servire. Certo è che le cose sono cambiate. Dovremmo tutti renderci conto che la musica va contestualizzata nel suo periodo storico. Società, comunicazione: è cambiato tutto. Quindi sì all’ascolto dei cantautori, ma come una lezione di storia: va conosciuta, soprattutto per non fare gli stessi errori due volte.

Come nascono le tue canzoni?

Come quelle di Vasco, nascono da sole. Ogni tanto ho un’idea, ci lavoro sopra. Poi basi giuste. Di getto. Fortunatamente non ho una struttura nello scrivere canzoni, mi lascio molta libertà di fare sempre una cosa diversa, non sono legato ad un modus operandi.


Che rapporto hai con le parole?

Mi piacciono le parole. E non sempre è facile utilizzarle in un testo, ma mi piacciono le parole bislacche.

Citando Allen, quali sono i tuoi motivi per cui vale la pena di vivere?

Uno se li trova sempre e quotidianamente perché altrimenti si sarebbe ammazzato. Citerei Louis C.K., “Il mondo è pieno di persone che oggi hanno deciso di non uccidersi”. I miei motivi per cui vale la pena di vivere potrebbero essere la musica, fare concerti, interagire con le persone, incontrare qualcuno.

Un incontro che ti ha cambiato?

I miei collaboratori, con cui ho deciso di far strada insieme. O incontri d’arte. Quando ho sentito per la prima volta Giorgio Montanini, mi ha colpito moltissimo. Con Bukowski è stato lo stesso.

Ci racconti l’esperienza di Kaboom? Di come con Zibba, in pochi minuti, sia nata una canzone.

E’ stato quello che avete visto. E il montaggio è davvero ben fatto. E’ stato strano. Ci hanno messo lì e ci hanno detto “Avete un’ora e 30.”. All’inizio mi sembrava roba mielosa, un po’ boy scout, poi risentendola mi è piaciuta, non è male, considerato il tempo in cui è nata.

Guglielmo è più “Willie Poo”/“Ottima scusa” o “Le chiavi in borsa”?

I primi due raccontano una dolce incapacità caustica, e di restituire dignità ai rapporti occasionali. Non so, forse sono più “Ottima scusa”, ma non per scelta. Poi l’incapacità di riuscire a cavare un ragno dal buco nelle relazioni sentimentali è da me cantata in tutti e tre i brani. Se fossi più bravo sarei “Le chiavi in borsa”, non lo sono e quindi sono “Ottima scusa”.

Spostiamoci sulla società. In quale relazione possibile confidi?

Ne ho una in tasca. La comunicazione. Il punto sarebbe come riuscire a utilizzare questi aggeggi al meglio. Non credo ci sia bisogno di grosse rivoluzioni oggi, solo di ragionare un po’ di più sulle cose, rallentando un po’. Essere performanti e veloci va bene, ma non può essere l’unica direzione in cui andiamo.

Quali sono i primi cantanti rap che hai ascoltato?

Gli Articolo31, i Sottotono. Anche Will Smith col “Principe di Bel Air” mi aveva fatto avvicinare a quel mondo. Metà anni ’90, avevo tra i 10 e 15 anni. Mi piaceva, mi è arrivato, era un bel modo di comunicare, schietto e col groove della musica nera. Certo, di musica ne ho ascoltata tanta nella vita e non mi sono mai fossilizzato solo sul rap.

Che pensi della scena contemporanea rap italiana?

Non c’è più, ora c’è “la scena trap”. Rock e rap, e i generi spuri, si sono un po’ persi. Si è mischiato tutto. E non è una cosa negativa. Io non penso di appartenere a nessuna scena specifica, per esempio. Alcuni mi considerano indie, altri mi considerano rap. Va bene così. E la musica italiana è in un buon momento, a prescindere da quale sia il genere. Tanta gente ai concerti, tanti artisti fanno bei numeri.

Ci racconti un ricordo di un concerto?

Quello che mi lega di più al “concerto” come concetto è il momento in cui accompagnavo mio padre ai suoi, avevo più o meno 15 anni. Scaricavo il furgone, facevo i viaggi con loro, vendevo i dischi, scroccavo da bere. Mi sono avvicinato a questo mondo perché mi piaceva quell’atmosfera. All’epoca era un’evasione, anche se non ero io a far musica. Ho avuto poi voglia di farla anche per questo.
Tutti i concerti da me poi fatti sono stati emozionanti, anche se, col passare del tempo, lo sono sempre “meno” perché ho più controllo della situazione. Poi i grandi palchi, come quello di San Giovanni, restano un’emozione enorme, piena di ansia da prestazione.

E il bello quando arriva?

Mai. Non arriva mai, io non sono proprio uno che si gode le cose che fa. Il bicchiere per me non è né mezzo pieno né mezzo vuoto. Se posso lo bevo e fine. Non mi godo le cose, perché domani devo migliorare.

Annarita Chieffo

Annarita Chieffo

Nata in Basilicata nel 1990. Il suo Dio il settimo giorno non si riposò: creò carta e penna, la commedia all'italiana, il cinema francese, quello coreano, l'odore di polvere dei vecchi libri, i dischi in vinile, le autostrade e Monica Vitti. E' convinta che non ci sia niente che Woody Allen e una pizza non possano curare. Non sa fischiare, e i numeri le fanno venire l'emicrania. Certi giorni scrive per vivere e certi vive per scrivere, ma non li distingue mai.
Post suggeriti

Leave a Comment

Contact Us

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.

Illeggibile? Cambia il testo. captcha txt

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca