Non solo questioni di metodo – Intervista a Michela Murgia

 In Letteratura

Negli ultimi mesi, ed in particolare nelle ultime settimane, abbiamo assistito a fenomeni d’odio sempre più numerosi e violenti verso alcune minoranze indifese, vulnerabili. In un clima che è diventato via via più tossico, è riapparso dopo anni, un fantasma che in Italia pensavamo di aver eliminato e che per molti, nell’affrontarlo, rappresenta ancora un tabù: il fascismo. Per capire come ci siamo ritrovati in questa situazione, il 31 ottobre, anticipato da un test su l’Espresso (il famoso fascistometro) che ha fatto discutere tantissimo, è uscito per Einaudi il libro di Michela Murgia che ci viene in soccorso: s’intitola Istruzioni per diventare fascisti e attraverso sette lezioni fa il punto su cosa può significare essere fascisti o democratici oggi, quali sono i metodi e le retoriche della comunicazione fascista.
Ne ho voluto parlare con l’autrice a cui ho fatto alcune domande.

Partiamo dal clamore attorno al test del fascistometro, un test che in realtà non solo anticipa la pubblicazione del tuo libro ma ne è parte integrante. La prima domanda che vorrei farti forse è banale, ma quanto c’è di provocatorio nel tuo test o è davvero un tentativo di monitorare l’attitudine fascista di un intero paese?

Credo che la categoria della provocazione sia abusata, quindi ho difficoltà a riconoscerlo provocatorio. È il tentativo di dire “Attenzione, perché questo è un test dove tutti perdono”, nel senso che non esistono i puri. In questo libro anche se totalizzi zero ti dà del protofascista. È un modo per dire che devi riuscire a darti zero tutti i giorni. Perché oggi ti dà zero, ma domani, in forza di una propaganda populista potrebbe darti cinque questo test, poi dieci, un giorno le pensi, un giorno le dici e un giorno forse queste frasi le voti. Quindi nessuno è al sicuro. In questo senso non è una provocazione, è un monito.

Durante la presentazione (a Cagliari, ndr) hai parlato di Lucca, città in cui è nata l’idea del tuo libro, e  delle associazioni dicotomiche di parole in cui si partiva da uno stesso significante per poi “tradurle” in due varianti: una democratica e una fascista. Durante la lettura del tuo libro, però, non ho trovato una sola volta la parola “comunisti” o “comunismo”, termini che per un certo elettorato, fanno parte di una narrazione quanto mai consolidata e contraria al fascismo. Quindi per te la categoria opposta ai fascisti sono i democratici?

Sì, per lo stesso motivo per cui non credo che il fascismo sia un processo di destra, nel senso che credo che ci sia una destra che non viene dal fascismo ma dal liberismo, una destra liberista e liberale che di per sé può essere anche democratica. E quella destra è nemica del fascismo tanto quanto la sinistra. Non facciamo dell’antifascismo un patrimonio della sinistra, perché significa che la costituzione non è per tutti in questo paese. La costituzione è antifascista.

Quindi è una questione post-ideologica?

Più che di post-ideologia, io sono sicura che da un fare si arrivi ad un pensare, e persone che non sono ideologicamente fasciste possono diventarlo a forza di agire come i fascisti. È per quello che io pongo l’accento sul metodo, ma il fascismo è nemico della democrazia, non è un nemico della sinistra, ed è nemico pure della destra democratica.

Sempre durante la presentazione hai detto una cosa che mi ha colpito: “La democrazia si misura sulla possibilità del dissenso”. Durante tutto il berlusconismo da un certo punto di vista abbiamo assistito alla presenza di un’opposizione che anche attraverso la satira riusciva a dissacrare il potere quasi ridimensionandolo. Ma contro un governo pluralista come quella attuale, che utilizza retoriche sempre più violente verso determinate minoranze, che spazio e che ruolo può avere la satira?

La satira c’è stata sempre anche nel periodo del fascismo. Era una satira fascista quindi veniva utilizzata per denigrare o ridicolizzare i neri o i comunisti, per esempio. La satira in democrazia funziona se attacca i forti, non se attacca i deboli.  Per cui se attacca i forti sta facendo il suo lavoro perché contribuisce a esercitare un’azione di controllo sul loro operato, ma se attacca i deboli è squadrismo. Quindi tu puoi essere satirico contro i deboli, certo, ma devi sapere che quello che stai facendo è un’operazione di annichilimento di una categoria fragile. Mentre, invece, attaccare con la satira chi comanda è un dovere.

Nel libro parli di quella sensazione di rumore bianco che si crea nei social network, dove il parlare continuamente e di tutto, l’esprimere dissenso per ogni cosa, paradossalmente fa gioco ad un certo tipo di potere, annullandosi. Penso però alle persone che durante le Primavere arabe, utilizzando gli stessi strumenti, le stesse piattaforme, sono riuscite a insorgere e ribellarsi. In che modo, allora, quel tipo di comunicazione riesce ad essere efficace al fine di scardinare una dittatura? Qual è la differenza?

I social network sono strumenti attraverso il quale è possibile organizzare il dissenso. Quando funzionano in questo senso di solito il potere tende a limitarli, infatti sotto la Primavera araba, il governo egiziano, in quel caso, e anche in altri luoghi, penso in Turchia, quando c’è stata la sommossa di piazza Taksim e di via Istiklal, il governo la prima cosa che ha fatto è stata disattivare le comunicazioni via WhatsApp, via Facebook, eccetera… Quando un potere è realmente minacciato dallo strumento della rete sospende le libertà di comunicazione, fino a quando non lo fa significa che la rete è funzionale anche al potere.

Parlando di potere mi viene in mente la situazione di Mimmo Lucano e del boicottaggio violento contro la sua figura e contro il modello che aveva creato a Riace. Durante la presentazione hai fatto un parallelo particolare tra lui e Mateotti…

La differenza è che Mimmo Lucano è vivo, ma si tratta comunque del tentativo di una morte civile. Certamente è una morte politica. Si toglie a Mimmo Lucano quello che ha fatto di Mimmo Lucano un modello a Riace. Quindi in qualche modo è una morte civile.

In relazione a un certo tipo di narrazione mediatica a Mimmo Lucano è stato contestato, da più parti, di non essere davvero stato l’espressione di una disobbedienza civile. Quindi mi chiedo, da semplici cittadini, a quali strumenti possiamo attingere o fare riferimento, affinché situazione e realtà simili, come il modello Riace, appunto, vengano tutelate?

Intanto facendo rumore di Piazza. Mimmo Lucano non va lasciato solo perché il suo operato esprime una linea politica in cui molti si possono riconoscere. Riace era un modello, non era solo l’esperienza, era una cosa scalabile, riproducibile, ed è il motivo per cui poi è stato stroncato. Quindi credo che le persone abbiano altri esempi da sostenere. Perché quando hai un Mimmo Lucano vicino non ti sembra eccezionale quello che sta facendo, fino a quando un intero governo non si mette ad attaccarlo. Allora scopri che ne fanno un martire e reagisci. Un’esperienza come quella andava protetta quando era già in corso. Ma ci sono anche altri casi: penso ai sacerdoti che in questo momento sono sotto attacco. Penso al sacerdote veneto che ha ricevuto una visita con un dispiegamento di forza degno di un narcotrafficante, ed era solo una comunità religiosa che ospitava dei migranti. Quindi, in questo senso c’è una criminalizzazione dell’ospitalità che interessa molte realtà e che invece dovrebbero essere protette da chi pensa che quella sia la strada giusta per l’integrazione vera.

Parlando di migranti, penso al progetto della Mare Jonio, una nave di soccorso che opera nel Mediterraneo, che ti ha visto impegnata in prima linea assieme ad altre scrittrici e scrittori. Ma che ruolo possono avere gli artisti oggi?

Tenere alta la tensione e manutenere gli spazi della domanda. Non è nostro compito dare risposte, ma probabilmente, può essere nostro compito rappresentare lo spazio in cui quelle domande possono continuare ad essere fatte.

Diego Frau

Diego Frau

È nato a Cagliari ma vive a Pisa dove ha studiato Scienze Politiche. Convive con le sue ossessioni (la letteratura e il tennis) e odia le bio.
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