Il Traditore di Marco Bellocchio, agiografia di un (non) pentito

 In Cinema e Teatro

Il 23 maggio 1992 moriva nella strage di Capaci il magistrato antimafia Giovanni Falcone, 17 anni dopo, lo stesso giorno esce nelle sale italiane per una pura coincidenza (a detta del regista, ma siamo un po’ scettici) l’ultimo lavoro di Marco Bellocchio, Il traditore che ripercorre le vicende giudiziare e i momenti più salienti della vita di Tommaso Buscetta.
Il boss dei due mondi, ex membro di Cosa Nostra e collaboratore di giustizia (o pentito, come si suole chiamarli), qui interpretato da Pierfrancesco Favino, diede avvio con la sua lunghissima confessione di quasi 500 pagine, rilasciata a Falcone, al maxi processo degli anni ’80 che portò all’arresto oltre 300 mafiosi.
L’inizio de Il traditore è in Brasile, dove Buscetta vive con la sua terza moglie e i loro 8 figli da quando a Palermo la vecchia Cosa Nostra ha iniziato a soccombere sotto la valanga di eroina venduta da Totò Riina (Nicola Calì) e i suoi bestiali scagnozzi. Se il boss parvenu è attaccato al potere in maniere morboso ed è pronto a fare stragi pur di averlo, Masino appare fin dall’inizio uno che i soldi vuole goderseli e che di finire a vivere coi suoi miliardi in uno scantinato coi topi (sorte toccata a molti capo-clan) non ci pensa proprio. Ecco perché la prima oretta del film, in cui solo sullo sfondo appare la Sicilia e le sparatorie a sangue freddo sui sagradi delle chiese, sembra più la puntata  di  uno spin-off di Narcos con le immense piantagioni dell’Amazzonia, i traffici loschi di eroina e le sfarzose feste in case super kitsch che un film sulla mafia. Sostituite lo spagnolo al portoghese e vi sembrerà di sentire Favino dire: “Plata o plomo”. 

Ma il tempo a Bellocchio non manca, Il Traditore dura 148 minuti e 60 possono essere sacrificati per la presentazione di questo uomo d’altri tempi portatore di vecchi discutibilissimi valori. E neanche Buscetta ha fretta di tornare, ma si sa che se traffichi droga in due continenti qualche rischio che la polizia ti prenda, ti torturi e ti estradi forse c’è. Così arriviamo finalmente in Italia, a Roma, dove il boss dei due mondi incontra Giovanni Falcone (Fausto Russo Alesi) con cui inizia una lunghissima chiacchierata in cui sciorina nomi, aneddoti, ricordi, senza mai attribuirsi uno straccio di reato. Don Masino però non è, a sua detta, un traditore, perchè non è la vecchia intoccabile Cosa Nostra che sta consegnando alla polizia, ma questa cosa violenta, amorale, che uccide finanche donne e bambini, creata da Totò Riina.
Quello che segue è storia nota: il maxi processo, la strage di Capaci, gli arresti, le confessioni di altri che seguiranno l’esempio di Buscetta (di parlare per salvarsi la pelle). Nel frattempo il traditore, come lo chiamano io suoi ex “soci”, gira il mondo sotto scorta, protetto dallo Stato, scrive libri, diventa nonno e quando serve torna in Italia per aggiungere altri nomi, altre storie, altri arresti. 
Bellocchio tratteggia un personaggio complesso, che con la stessa fermezza è capace di sostenere sia che “la mafia non esiste” sia che Giulio Andreotti è il mandante dell’omicidio di Falcone. Un uomo che ha un solo valore inalienabile: la sua vita ed è pronto a tutto pur di tenersela stretta e di morire di vecchiaia nel suo letto (cosa che avverrà davvero). Il pentimento non ci sarà mai, Buscetta accusa gli altri ma mai se stesso, la sua appare quasi una vendetta personale contro quelli che hanno tradito la sua Cosa Nostra e la sua famiglia, primo tra tutti Pippo Calò (Fabrizio Ferracane), che dopo decenni di amicizia passa dalla parte di Riina e non si tira indietro neanche davanti all’ordine di uccidere Antonio e Benedetto Buscetta, figli del suo vecchio amico. 
Il rischio di un film del genere era ovviamente quello della pesantezza, di certo non aiutata dalla lunghezza della pellicola, e in alcuni momenti tutto sembra scorrere troppo lentamente, perdersi in quelle ore interminabili in isolamento, temporeggiare sui particolari, sui volti dei mafiosi, sulle loro parole al processo. Ma alla fine anche questo tempo dilatato serve. 
Il Traditore è un film lungo, denso, con una miriade di fatti, di personaggi, di accadimenti su cui non si può glissare. Il problema della pellicola però è che Bellocchio non sceglie/sa da che parte stare, cosa vuole raccontare e come. C’è la storia personale di Buscetta, che è al contempo marito, padre, uomo d’onore, mafioso e pentito; c’è Falcone e il rapporto atipico e profondo che li lega, la sua morte, la disperazione dei cittadini; c’è Riina e la sua sete di potere e di sangue; c’è Pippo Calò, traditore del traditore; ci sono i mafiosi indignati, vendicativi, gretti fino a dare sui nervi; c’è l’America, la vita sotto scorta, la paura della morte. Insomma c’è troppo. Troppo anche per un attore fenomenale come Favino, troppo anche per il ruolo in secondo piano ma fondamentale di Salvatore Contorno, interpretato da un sempre emozionante Luigi Lo Cascio (anche se a sentirlo parlare in siciliano ci verrà sempre e solo in mente una cosa…), troppo anche per uno che di regia ne sa parecchio come Bellocchio. 

Fare un film sulla mafia è difficile, farne uno che riesca a mettere insieme l’uomo e la bestia, cancellando la linea netta di confine tra buoni e cattivi lo è ancora di più, Il Traditore in parte, non del tutto, riesce nell’intento, commettendo qualche scivolone che forse gli si può perdonare. E in fondo, diverso ma per tanti tratti simili, un exemplum ben più riuscito che parla di mafia, politica e esseri umani con leggerezza, ritmo serrato e ironia c’è, ed è quel Il Divo di Paolo Sorrentino che pare destinato a restare ancora a lungo inarrivabile. 

A Marco diamo un 6 e mezzo, per l’impegno e le idee. Il tutto però molto migliorabile.

Nike Del Quercio

Nike Del Quercio

Se dovesse essere descritta con tre frasi, queste potrebbero essere: non riesce mai a stare ferma e appena può salta su un aereo; viaggia sempre con un libro in borsa, tipo copertina di Linus; parla tanto, a volte troppo, ma ogni tanto dice anche cose intelligenti.
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