“Il sacrificio del cervo sacro” : la sadica roulette russa di Yorgos Lanthimos

 In Cinema e Teatro

Il sacrificio del cervo sacro (titolo che si ispira alla figura di Ifigenia, appartenente alla mitologia greca), presentato a Cannes, dove si è aggiudicato il Premio per la Migliore Sceneggiatura, segna la seconda collaborazione fra Colin Farrell e il regista greco Yorgos Lanthimos dopo il fortunato The Lobster, che nel 2015 ha vinto il Premio della Giuria al Festival di Cannes.

Steven Murphy, protagonista di Il sacrificio del cervo sacro, è un chirurgo di successo con una bellissima moglie (un’algida Nicole Kidman) e due figli, vive una vita apparentemente perfetta, nel suo passato però c’è un’operazione andata male, un paziente perso e un senso di colpa che non accenna a svanire. Quest’ultimo aspetto lo ha spinto a creare un particolare feeling con Martin, ragazzo adolescente figlio della vittima, che vede spesso, a cui fa regali costosi, a cui bada come un padre adottivo nei ritagli del suo tempo, in una dinamica ambigua che si trasforma presto in demoniaca, fino a spingerlo alle soglie di una roulette russa di destini e corpi, in bilico tra la vita e la morte.

La narrazione che rifiuta l’empatia, non ammette però catarsi perchè non siamo in una vera tragedia greca, tutto in Il sacrificio del cervo sacro è simbolo, metafora: c’è spazio solo per una vendetta surreale, massimalista e giustizialista, col Fato del teatro greco che si traveste da balletto paradossale ma non meno mortifero e l’assenza del Deus ex machina che interviene salvifico. Lanthimos gira una sorta di horror da possessione demoniaca – alla larga da etichette di genere – eliminando qualunque elemento soprannaturale, ma lasciando in scena solo gli effetti sui corpi e sulle relazioni tra gli uomini di decisioni irrevocabili, prese in una dimensione altra, inavvicinabile e imperscrutabile. Procede cinicamente scena dopo scena a dissezionare i membri della famiglia Murphy, spogliandoli di ogni strato di menzogna borghese per vedere in cosa consista davvero il nucleo della loro umanità, in un progredire esponenziale di crudeltà in situazioni simmetriche che, paradossalmente, trovano una parvenza di “normalità”. Una umanità, quella di genitori e figli, fatta di egoismo, desiderio di possesso, ineluttabile istinto di sopravvivenza, in barba ai legami affettivi e di sangue.

In questa estrema visione non si respira un filo d’aria: il perturbante, anche in Il sacrificio del cervo sacro, non è una situazione portata alla luce drammaturgicamente, o articolata in parole, e nemmeno è un fatto interno, una condizione celata in pectore, quanto piuttosto un elemento completamente estrovertito, messo alla massima distanza dall’analisi e dal linguaggio verbale, per essere trasformato in situazione visuale estrema, come un cuore che pulsa a vista, da un torace aperto da un bisturi, e buttato addosso allo spettatore in pieno caos identitario e sociale.

A stupire in Il sacrificio del cervo sacro inoltre è anche la sontuosità registica, la ricerca estetica, con inquadrature curatissime, riprese dal basso e dall’alto, accompagnate dall’uso della musica come pieno elemento drammaturgico, concludendosi tutto in una mezz’ora finale raggelante e memorabile. Insomma, pochi registi oggi possono vantare la stessa disturbante e irreversibile consapevolezza della catastrofe di Yorgos Lanthimos ed è per questo che il suo cinema, distillato ancor più del passato, somiglia sempre più a un oracolo, al più nero e regressivo dei vaticini. Da non perdere.

 

 

Nunzia Ilardo

Nunzia Ilardo

"Giurista" e lettrice, fuori posto e fuori tempo. Non sono un'amante del cinema, sono la moglie.
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