Il ragazzo invisibile

 In Cinema e Teatro, Letteratura

Ogni mattina, un adolescente si sveglia, si guarda allo specchio e scopre un brufolo sul mento.
Per Michele Silenzi le cose vanno più o meno così, soltanto che davanti allo specchio lui non c’è più: è diventato invisibile.
Prima era un ragazzo come un altro, timido, introverso, al centro di sgradite attenzioni: della madre poliziotta che gli porta la merenda a scuola, dei bulletti che lo vessano e lo pestano e lo derubano, di una ragazzina di nome Stella che sembra fuori dalla sua portata. Ma quando diventa invisibile, dovrà fare i conti con ben altro.
Michele crede che all’origine di un simile, prodigioso potere ci sia il terribile costume comprato per Halloween. Tuttavia, la comparsa in città di un uomo cieco dall’accento russo, la sparizione di alcuni bambini e la scoperta delle sue origini gli apriranno gli occhi su realtà sconosciute.

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Chi non vorrebbe diventare un supereroe?

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, signor Salvatores.

Vincere un Oscar (per Mediterraneo, 1991) significa ritrovarsi tra le mani il più grande dei poteri: la possibilità di scegliere. Scegliere chi essere, cosa fare, quali universi esplorare.
Il ragazzo invisibile era il migliore degli universi possibili.
Eppure…
Un film italiano, con attori italiani, che parla di supereroi, ambientato a Trieste. Città di mare, città di confine, città dalle caratteristiche Mitteleuropee. Città che profuma di casa.
Eppure…
Salvatores, che alle spalle aveva la troupe della Indigo Film (Nicola Giuliano, Francesca Cima e Carlotta Calori) ha raccolto la sfida dello stesso Giuliano, spinto a propria volta da una richiesta dei figli, e ha girato un film che portasse una ventata d’aria fresca nel panorama cinematografico italiano. Ci ha regalato una cosa che da queste parti fa corrugare sopracciglia, arricciare nasi, increspare labbra, nascere un gemito dubbioso tra i denti: ci ha regalato un fantasy.
Eppure…

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Il fumetto de Il ragazzo invisibile, che rompe la tradizione dei comics e nasce dopo il film

C’è chi dice che non si possa parlare di rischio, a proposito di uno dei più forti registi italiani, arroccato dietro il baluardo di un progetto cross mediale che vede coinvolti la Panini e la Salani (rispettivamente per il fumetto e il romanzo de Il ragazzo invisibile), nonché la co-produzione con una delle maggiori società cinematografiche europee (la Pathè), che ne garantirà l’arrembaggio internazionale.

Eppure… eppure il film resta circoscritto al suo ruolo di film per famiglie e per ragazzi. Non ha lo stesso ampio respiro di Kick-Ass, per esempio. E se all’inizio spicca il volo, all’improvviso inciampa e scivola.
Mi spiegherò meglio: Il ragazzo invisibile è una fiaba che mantiene alcuni elementi classici, nella costruzione dei personaggi, nello svolgimento della trama, nella morale di cui si fa portatrice. E questo l’ho apprezzato moltissimo. Il loro dovere lo fanno anche gli attori: Ludovico Girardello veste a pennello i panni del piccolo supereroe incompreso; Valeria Golino, che per sua ammissione si è ispirata alla magnifica Toni Collette de Il Sesto Senso, interpreta con forza e dolcezza la mamma di Michele; intorno a loro si muovono lo psicologo Fabrizio Bentivoglio, Christo Jivkov nel ruolo di Andreij, Ksenia Rappoport in quello di Ylena, e Noa Zatta, che interpreta Stella, la ragazzina di cui è innamorato Michele (e che ricorda terribilmente Luna Lovegood). Promossi anche gli effetti speciali, che nel loro piccolo riescono a trasmettere un senso di magia.

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Il potere dell’invisibilità è stato scelto per motivi tematici (in che altro modo potrebbe sentirsi un adolescente?) ed economici. Ma alla fine, far interagire un ragazzo invisibile con oggetti quotidiani si è dimostrato più difficile del previsto.

Certo, noi siamo abituati a Gotham City e ai grattacieli di New York, viziati dallo charme di Tony Stark, dalle esplosioni stratosferiche, dalle sottotrame che spingono verso incalzanti finali a sorprese, dai cattivi da Oscar, da film spacciati per ragazzi, ma che gli adulti sono i primi a vedere, memori delle nottate passate con una torcia sotto le lenzuola, a leggere l’ultimo numero de I Fantastici Quattro.

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Michele e Stella: anche l’Italia ha la sua Luna Lovegood.

Noi la trama degli X-Men la conosciamo a memoria, e forse è proprio in questo che pecca il film di Salvatores: si avverte la mancanza di un’impronta originale nello storytelling. Quello che, a lavorarci meglio, poteva essere il suo punto di forza: l’immaginazione (a tal proposito, vi consiglio caldamente di vedere L’uomo fiammifero di Marco Chiarini). Gli elementi classici, cui accennavo prima, a un certo punto scivolano in un calderone di banalità, idee prevedibili, che sanno di già sentito. E come detto, a tratti il film inciampa (vedi la scena in cui Michele viene inseguito e scappa con un compagno sul motorino: è invisibile, nessuno lo potrebbe trovare… ma poi cosa fa? Indossa un casco verde! Un casco che si regge a mezz’aria da solo… una mossa da vero genio del male!).

Durante l’incontro con produttore, sceneggiatrice e attori, che si è svolto giovedì 18 dicembre da Ubik, a Napoli, nessuno ha nascosto le difficoltà nel portare a compimento questo progetto. Inizialmente si era addirittura pensato di girarlo in Irlanda, ma l’arrivo di Gabriele Salvatores alla regia ha fatto cambiare idea a tutti.
«In un momento in cui abbiamo meno risorse» ha detto il produttore Nicola Giuliano, «risulta indispensabile una collaborazione estera per sfruttare la qualità del cinema italiano, la cui quota di mercato, al momento, corrisponde al 35%. Date a questo film una possibilità: potrebbe aprire la strada a qualcosa di mai pensato prima. E se le cose vanno bene, si sta già pensando a un seguito.»
Io questa possibilità gliel’ho data, e nonostante le sue pecche non me ne sono affatto pentita.

C’è ancora tanto lavoro da fare, ma qualcuno, da qualche parte, doveva iniziare.

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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