Il pugno nero di Tommie Smith & John Carlos a Mexico ’68

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Città del Messico, 17 Ottobre 1968.
Olimpiadi.
Si corrono i 200 metri piani, una delle gare più attese.
Il ’68 è stato un anno importante, un anno delicato, un anno cruciale: è stato l’anno del massacro di My Lai (Guerra in Vietnam), dell’assassinio di Bob Kennedy, del Maggio Francese.
Ma, soprattutto, è stato l’anno dell’assassinio di Martin Luther King.
Il sogno dell’attivista non sarebbe stato fermato da una pallottola.
Tra gli altri, l’Olimpic Project for Human Rights (OPHR) cerca di portare avanti le sue idee. L’obiettivo finale è boicottare le Olimpiadi.
Perchè correre in Messico per poi strisciare a casa?”
Tutti gli atleti di colore iscritti al movimento vogliono seguire le orme del loro ispiratore: disobbedienza civile.
Protestare in modo non violento per far riconoscere i propri diritti basilari.
Il boicottaggio delle Olimpiadi, però, non è praticabile, dunque il piano diventa portare una coccarda sulle uniformi ed essere liberi di protestare nella maniera che si preferisce.

Tommie The Jet Smith (24 anni) è tra i favoriti.
Anche il suo amico e connazionale John Carlos (23) lo è.
Sono entrambi di colore, entrambi avevano studiato alla San Josè University in California ed entrambi fanno parte dell’OPHR, ma soprattutto, entrambi corrono quella gara dei duecento metri.
La gara parte. Tommie la vince. Carlos è terzo, tra di loro l’australiano Norman.
Non solo Smith vince, ma stabilisce un record, il record.
Corre i 200 metri in 19”83′.
È il primo uomo a scendere sotto i 20 secondi, un record che rimarrà imbattuto fino a quando, ancora a Città del Messico 11 anni dopo, il “nostro” Pietro Mennea correrà in un altrettanto storico 19”72′.

Tommie-Smith-Race

Negli spogliatoi dopo la gara i due iniziano a prepararsi per la celebrazione sul podio.
Sì perché il momento cruciale era quello, non la gara. Non volevano entrare nella storia correndo, volevano entrarci scolpendo un immagine nella memoria della gente.
Sapevano già che ci sarebbero saliti su quel podio, erano troppo forti per non salirci, dovevano solo decidere il modo migliore per farlo e per gridare in silenzio la loro rabbia .
Lo trovarono.
Mentre si preparavano sorse un problema: mancava un paio di guanti neri. Carlos li aveva dimenticati.
La soluzione arrivò da Norman, l’australiano arrivato secondo.
Ragazzi mettetevi un guanto a testa”.

Una riproduzione della spilla indossata alla premiazione dai tre atleti

Una riproduzione della spilla indossata alla premiazione dai tre atleti

Lo stesso Norman osservando i preparativi si incuriosì alla vicenda.
Dopo che i due gli spiegarono tutto, lui insistette per avere un distintivo dell’OPHR. “Io sono come voi, nasciamo tutti con gli stessi diritti. Per quanto possibile voglio esservi vicino, datemi una spilletta”.

Ora lo spettacolo è pronto.

Smith e Carlos salgono sul podio.
Sono scalzi.
Un guanto a testa.
Carlos ha al collo una collanina di piccole pietre nere.
Entrambi la spilla dell’ OPHR.
Durante la premiazione e l’inno americano entrambi abbassano la testa e alzano un pugno, il destro Smith, il sinistro Carlos.
È una delle immagini più forti e importanti dell’intera storia olimpica e non solo.

Tutto nella premiazione è simbolo.
Simbolo della solidarietà al movimento del black power, che da anni lotta per rivendicare i diritti dei neri d’America.

Three_Proud_People

“Tre uomini coraggiosi” – Murales celebrativo a Newtown, Australia

La mancanza di scarpe indica la povertà.
Ogni pietra della collanina rappresenta un nero che è morto battendosi per i suoi diritti mai riconosciuti.
I due pugni neri alzati rappresentano il potere nero in America e l’unità dell’America nera.
Lo sguardo lontano dalla bandiera americana mentre in sottofondo suona l’inno non ha bisogno di spiegazioni.

Per i poteri forti era un gesto inaccettabile.
Avery Brundage, all’epoca presidente del Comitato Olimplico Internazionale (CIO), non perse tempo.
Appena scesi dal podio la carriera di ognuno di loro era praticamente già terminata con la scusa che le Olimpiadi non sono un luogo politico, ma un luogo sportivo.
Ne erano consapevoli.
Troppo spesso il prezzo da pagare per rimanere nella storia è il venire bistrattati.
Smith e Carlos tornati in America riceveranno, infatti, numerose minacce di morte e ovviamente affronteranno l’impossibilità di poter partecipare nuovamente a qualsiasi tipo di competizione.
L’offesa di vilipendio alla bandiera è un qualcosa che gli americani non dimenticano facilmente.

L’unico uomo capace, fino ad allora, di correre 200 metri in meno di venti secondi non poteva più gareggiare.
I had no regrets, I have no regrets, I will never have any regrets. We were there to stand up for human rights and to stand up for black Americans. We wanted to make them better in the United States.”

Targa esposta sotto la statua di Tommie smith alla San Jose University

Targa esposta sotto la statua di Tommie smith alla San Jose University

Miglior sorte non toccò a Peter Norman.
Colpevole di aver mostrato interesse verso la causa dei due americani, e colpevole di essere presente in una delle immagini di protesta più famose della storia, anche Peter non poté più partecipare a nessuna competizione internazionale.
Alla sua morte nel 2006 c’erano ancora al suo fianco Smith e Carlos, il loro legame era diventato indissolubile.
Questa volta le loro mani erano aperte, sulla schiena portavano la sua bara.

art-John-Carlos

Il 12 ottobre 2012 il Parlamento australiano riconobbe il ruolo che Peter Norman ebbe nel promuovere l’uguaglianza razziale, scusandosi inoltre per il trattamento ricevuto al suo ritorno in Australia nel 1968.

Mario Villani

Mario Villani

Nato a Bari nell'ormai lontano 1989. Dopo 5 anni a Milano abbandona il grigiore padano per cercare qualcosa nel Sud Est del mondo. Oggi in Indonesia, scrittore per caso (o per sbaglio).
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