Il pieno di felicità, il manuale per trentenni in crisi di Cecilia Ghidotti

 In Letteratura

Fino a qualche anno fa la CartaYoung Trenitalia era riservata ai giovani fino ai 27 anni, oggi la soglia limite d’età è stata innalzata fino ai 30 come a dire che persino le Ferrovie dello Stato si sono rese conto che, vuoi per problemi pratici, vuoi per un’eterna sindrome di Peter Pan, a noi (quasi-)trentenni degli anni zero di crescere proprio non ci va. O comunque non ci viene concesso.

La pensa così anche Cecilia, protagonista di Il pieno di felicità, ultimo nato in casa Minumum Fax, libro esordio di Cecilia Ghidotti che con spigliatezza, ironia e una buona dose di autocoscienza ripercorre la strada che l’ha portata a trent’anni ad intraprendere il secondo dottorato a Coventry, cittadina inglese che – come l’autrice ama ricordare ogni volte che gliene viene data occasione – al posto di una piazza ha l’enorme cubo Ikea.

Ma il problema di Cecilia, quello che le impedisce di fare Il pieno di felicità, non è certo la multinazionale svedese, quanto piuttosto una difficoltà congenita e generazionale ad accettare che le cose non sempre vanno come si vuole, che non tutti i bambini che alle elementari scrivevano splendidi temi parlando dei capelli d’oro come il grano della propria mamma diventeranno degli scrittori di successo e passeranno la vita a firmare copie e a fare presentazioni sentendosi il centro del movimento culturale della propria epoca. No, la vita purtroppo non funziona così.

Ma Cecilia lo sa bene che non bastano dei temini ben scritti per realizzare i suoi sogni, certo. Però pensa che un dottorato a Bologna (senza borsa, ma che importa tanto è figlia unica, la manterranno mamma e papà), un soggiorno studio all’estero (pagato un po’ con una borsa universitaria un po’ facendo lavoretti saltuari), la stima del professore del DAMS (quella gratis, per fortuna) e addirittura un secondo dottorato (pagato stavolta, miracolo!) qualcosa dovranno pur valere no? Qualche porta la dovranno pur aprire!Ma è qui che Cecilia, la protagonista/autrice di Il pieno di felicità, e come lei i tantissimi brillantissimi giovani che per anni hanno affollato e (sono sicura) continueranno ad affollare i corridoi dei dipartimenti universitari carichi di libri, di buone idee e di speranze, si sbagliano. Perché come dice una famosa canzone “uno su mille ce la fa”, ma agli altri novecentonovantanove che succede?

Succede quello che ci racconta Cecilia: un eterno e incombente senso di precarietà, l’impossibilità di fare progetti a lungo termine, la voglia di andare via seguita dall’incontenibile desiderio di tornare, come fa la protagonista per cui ogni scusa è buona per prendere il primo volo low cost e scappare sul divano di qualche amico a Bologna o in qualche città europea.

Ma se del senso di instabilità, dello spaesamento di fronte ai primi amici che si sposano e mettono al mondo figli, del disagio di non poter guardare al futuro con serenità ne hanno parlato in molti e in tanti modi diversi, la singolarità di Ghidotti in Il pieno di felicità è la sincerità spiazzante con cui ammette che le cose non sono andate come voleva, che l’idea di grandezza con cui si era immaginata quando era giovane non corrisponde alla trentenne che è ora.

C’è una frase che la protagonista pronuncia verso la fine del libro mentre è ad un concerto che racchiude più o meno tutto: “Mi dico che forse adesso basta, che davvero è ora di smetterla di vestire il lutto dei miei desideri di ventenne non completamente realizzati.Colpita, affondata.

Perché il problema di molti di noi non è tanto di trovarsi in una situazione catastrofica e senza via di uscita, anzi siamo giovani che lavorano, che hanno un monolocale in centro, che continuano a scribacchiare per piccole testate online, che organizzano eventi culturali locali, che partecipano come possono alla scena culturale della propria epoca e che in fondo stanno bene. E allora qual è il problema? Vi chiederete. E se lo chiede anche Cecilia che nonostante tutto non riesce a fare Il pieno di felicità. Il problema è non aver realizzato i propri sogni, non essere diventati luminari della propria materia, non aver scritto un saggio rivoluzionario sulla sessualità delle donne in Papua Nuova Guinea, non essere diventati cantautori o poeti di successo, non aver trovato la cura per il cancro, insomma non essere diventati chi – con una buona dose di presunzione – pensavamo di meritare di essere a trent’anni.

Cosa rimane allora da fare? Accettarsi, abbracciare il cammino fatto, le volte in cui siamo inciampati, quelle in cui abbiamo preso la rincorsa ma alla fine non ce l’abbiamo fatta e abbiamo rinunciato, smetterla di celebrare un continuo funerale dei nostri sogni non (del tutto) realizzati e godersi il qui e ora, proprio come Cecilia.

E se proprio ci riusciamo da soli possiamo leggere Il pieno di felicità, che a metà tra un memoir e un manuale d’istruzioni ci può guidare con agilità e simpatia alla fine di questo tunnel, o quanto meno non farci sentire soli nell’attraversarlo.

Nike Del Quercio

Nike Del Quercio

Se dovesse essere descritta con tre frasi, queste potrebbero essere: non riesce mai a stare ferma e appena può salta su un aereo; viaggia sempre con un libro in borsa, tipo copertina di Linus; parla tanto, a volte troppo, ma ogni tanto dice anche cose intelligenti.
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