Il jazz e le donne: ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare gli anni Trenta

 In Musica

di Alessandra Farro

Il nostro percorso lungo le inebrianti e tortuose vie delle Donne in Musica continua, giungendo agli anni in cui il jazz ha iniziato a respirare e a confondersi tra i musicisti, tra gli avventori dei bar e tra le fredde vie cittadine. Se nel 1930 si frequentavano locali come il Log Cabin ci si poteva imbattere nella strabiliante voce di Billie Holiday.

Billie_Holiday

Nata dall’amore fugace di due sedicenni e tormentata da una vita che non le ha mai risparmiato di doversi mettere alla prova, è stata una grandissima cantante jazz e blues, che ha lottato non soltanto per conquistarsi un posto nell’ambiente musicale ma anche, e soprattutto,  per i suoi diritti, che da donna nera sentiva pregnanti per il suo tempo. Ha lavorato con i più grandi dell’epoca, tra cui Lester Young al quale dobbiamo il soprannome “Lady Day”, che ancora oggi ricordiamo. Ha segnato la storia con canzoni dal grande impatto sociale, tra tutte l’indimenticabile “Strange Fruit”, del compositore Abel Meeropol, che rappresenta una vera e propria denuncia alla segregazione razziale, in cui il “frutto strano” che pende da un albero altri non è se non il corpo di un uomo nero che oscilla inerme ucciso dal razzismo.

La ricordiamo con una gardenia bianca tra i capelli, aspettando fino all’ultimo istante nel suo camerino di poter andare in scena, poiché sfidava le barriere razziali, lei, tra le prime cantanti nere ad esibirsi assieme a musicisti bianchi. Io mi ritengo fortunata a poter rivivere il suo dolore, il suo coraggio, la sua tenacia attraverso il suo talento immemore e credo che a tutti venga un po’ di pelle d’oca ascoltandola battersi per la sua indipendenza, per la sua vita, per la sua libertà.

Billie Holiday – Strange Fruit

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Ma anche altre due sono state le tematiche principali dell’età del jazz: l’amore e la sua tenera tristezza e la più grande artista che ha incantato tutto il mondo confessando i suoi sentimenti in note è Ella Fitzgerald, col grande contributo di Louis Armstrong. In effetti, è impossibile scindere “Satchmo” da “Lady Ella” fintanto che si parla di lei. La sua estensione vocale è invidiata ancora oggi, una delle più grandi voci del jazz mai esistite, una delle più mastodontiche voci femminili mai dimenticate. Potrei scriverne un libro intero e forse non basterebbe. La sua voce è una dolce nuvola dai riflessi rosa-arancio che ti aleggia vivace sopra la testa, fino a avvolgerti e a dissolversi nei tuoi polmoni a canzone finita. Di Ella, della sua voce, non ti liberi. Ha continuato a far vibrare i palcoscenici per 59 anni, vincendo 13 Grammy e direi che questo basta a spiegare la sua grandezza, il resto lo fanno le sue corde vocali.

Ella Fitzgerald & Louis Armstrong – Dream a Little Dream of Me

sarah-vaughanNon mi sono scordata di Sarah Vaughan, nel caso qualcuno se lo stesse chiedendo, non potrei mai. “Sassy” ha cominciato a vivere di musica fin dal suo primo vagito ed è stata definita una delle voci più strabilianti del ventesimo secolo, una donna all’apparenza tanto forte quanto debole nel privato. La tensione prima di un concerto, di un’incisione, era tanto attanagliante da toglierle il respiro, da qui la sua dipendenza da droghe e sigarette.

Vanta collaborazioni con Charlie Parker e Dizzy Gillepsie, anche se verso gli anni Cinquanta s’è dedicata alla carriera da solista. In qualche modo ho sempre sentito un’affinità nascosta con “La Divina”, proprio per la sua implacabile ansia (essendone io colpita in prima persona, fino a non riuscire a separarmene neanche per un momento), che riusciva a dominare soltanto con la vicinanza del “suo sangue”, Billy Eckstine, ugualmente tanto legato a lei da subire un colpo apoplettico alla notizia della sua morte.

Sarah Vaughan – Broken Hearted Melody

Tra le rare a riuscire a tenere il confronto (o almeno a tentare di tenerlo) con queste splendide voci del jazz era Anita O’Day. I suoi brillanti capelli, di colpo castani di colpo dorati, il suo esile corpo stretto nella sua gonna e nella sua giacca durante le esibizioni, poiché si rifiutava di indossare il tradizionale vestito da sera che si confaceva alle cantanti del tempo. La “Jezebel del jazz” – così nominata per i suoi trascorsi tragici con l’eroina e con l’alcool – possedeva un impareggiabile senso del ritmo, una voce melodiosa, leggermente grattata dai vizi che l’avevano perseguitata fino agli anni Sessanta.

È stata una donna instancabile che ha inciso fino all’anno della sua morte, nel 2006, scomparendo con l’arrivo dell’album “Indistructible!” e, in effetti, lei nella vita è stata di certo indistruttibile. Fuggita da casa che era ancora bambina, finita in carcere per possesso di droga, perse l’ugula per una tonsillectomia andata storta. Non smise mai di inseguire la sua passione per il jazz fino a diventare una cantante solista, senza lasciarsi logorare dalle infinite avversità che l’avevano segnata, mantenendo il suo sorriso splendente e rinvigorito e regalandoci delle improvvisazioni da capogiro.

Anita O’Day – Tea for Two

bag963 Zetterlund, MonicaVorrei, infine, ricordare una voce dolce, delicata, che si slegava elegantemente dai lineamenti duri del suo volto, quella di Monica Zetterlund, un’artista che davvero viene ricordata soltanto di rado. Svedese, ha lasciato il segno nei salotti del jazz, in un ambiente costellato da voci statunitensi. Inizialmente non conosceva l’inglese e cantava senza aver piena coscienza delle parole che la sua voce modulasse. Non si potrebbe pensare a lei senza collegarla istintivamente a Bill Evans e al suo “Waltz for Debby”, lavoro realizzato nel 1964, che ha segnato irrimediabilmente la sua carriera, nonostante possa vantare altre illustri collaborazioni, come ad esempio con Louis Armstrong. Sono particolarmente affezionata a questa cantante, perché, ascoltandola, riesce a cullarmi, a trasportarmi in un tenero vortice in cui si librano le note dei suoi versi e, spero, che con altri riesca a fare altrettanto.

Monica Zetterlund with Bill Evans Trio – Waltz for Debby

Le donne in quel periodo non si limitavano a cantare, malgrado quest’aspetto venga volentieri tenuto ai margini. Con difficoltà insormontabili sfidavano la realtà storica nella quale vivevano e non si privavano di produrre ciò che sentivano come necessario. A tal proposito, mi sento in dovere di parlare di quelle donne che facevano parte di band, che erano compositrici, pianiste e ispiratrici, che hanno combattuto contro l’emarginazione femminile fino a spingersi all’estremo pur di riuscire a inseguire la loro passione, la musica.

1998tipton

La cinematografia ci insegna che i musicisti si facevan donna per suonare come ironicamente accade in “A qualcuno piace caldo”, ma la realtà ci ricorda che soltanto capovolgendo i ruoli questa storia poteva sembrar vera negli anni Trenta. Sto parlando di Billy Tipton che, per chi avesse ancora dei dubbi, era a tutti gli effetti una donna. Una donna dal coraggio invidiabile che per emergere e contrastare il problema del sesso debole decise di rinunciarvi.

Dorothy Lucille Tipton era una grande sassofonista e pianista jazz, e l’unico ostacolo che la separava dal suo sogno era quello d’esser donna, ché la risposta che continuava a tormentarla era sempre la stessa: il talento c’è e tanto, ma questo non è un ambiente adatto ad una ragazza. Così, Billy decise di rinunciare ai suoi lunghi capelli bruni, di comprimere il petto in una fasciatura e di abbandonare la sua femminilità per amore della musica e anche per non nascondere più la sua omosessualità. Sarà semi-nomade per anni, probabilmente inseguita dal terrore d’essere scoperta, rinuncerà ad ingaggi che le avrebbero procurato fama a livello nazionale, nonostante possedesse i documenti falsi che avrebbero certificato il suo sesso (menzognero). Riverserà tutto il suo talento per l’improvvisazione in impieghi modesti, vivrà i suoi anni d’oro saltando da un posto all’altro, da un amore ad un altro, eppure facendo tutto quello che desiderava senza privarsi di nulla.

Billy Tipton – Don’t Blame me

Vi sono state anche arrangiatrici jazz che non hanno avuto bisogno di nascondere le proprie curve per potersi dedicare alla musica – lungi da me sottendere un’affermazione diversa! – ad esempio Mary Lou Williams, che ha suonato accanto a Duke Ellingotn in vestito da sera bianco a pois neri (Mary Lou Williams – Solo Blues Piano), e Lil Hardin Armstrong, l’incredibile seconda moglie di Louis Armstrong, dalla voce allegra e trascinante come le sue canzoni  (Lil Hardin Armostrong & Her Swing Orchestra – Oriental Swing).

Edith_Piaf

Poi – e prometto che dopo questo vi lascio – bisogna un attimo volare velocemente dagli Stati Uniti verso la Francia, per fare tanto di cappello a Édith Piaf. Bisogna la si immagini mentre cantava con la sua meravigliosa, grandissima, voce dalle erre vibranti “Je ne Regrette Rien” creando nell’aria splendidi vortici invisibili ad ogni movimento delle mani. Quelle dita, lunghe e affusolate, erano famose forse quanto i suoi occhi tristi colmi di passione, l’essenza della sua anima costellata da una vita difficile in cui ha fatto valere la sua forza, la sua audacia e la sua bravura, facendole esplodere nei testi delle sue languide canzoni.

Io mi sento moralmente obbligata ad abbassare la testa e a socchiudere le palpebre non appena ascolto “La Vie en Rose”, quella che diventò l’inno alla nuova vita nel dopoguerra francese, e a sperare che tutti, almeno una volta, guardino il film di Olivier Dahan in onore della sua tumultuosa vita, in cui Marion Cotillard (vincitrice del premio Oscar e di un Golden Globe come miglior attrice) muta alla perfezione le sue sembianze fino ad incarnare quelle di Édith Piaf senza presunzioni, lasciando che la protagonista riviva attraverso il suo corpo.

Édith Piaf – La Vie en Rose

Siamo arrivati soltanto agli anni Quaranta ed io son già prossima alla commozione rispetto a queste grandi donne che hanno combattuto contro le avversità del loro tempo, per far valere la loro passione per la musica, per il canto. Trepido nell’attesa di poterne scrivere di nuovo, di poter andare oltre e poter raccontare tutte le altre grandi battaglie vinte dal cosiddetto sesso debole. Mi dispiace unicamente che forse non saprò dedicare la stessa attenzione ad ognuna, ma sorrido al sol pensiero di poterne ricordare le meraviglie.

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Alessandra Farro

Alessandra Farro

Nata a Napoli, il suo secondo romanzo s'intitola "Blue", Ultra Edizioni. Sforna pensieri e dipinge ricordi. È innamorata della musica, dei libri e del buon caffè fin da che ne ha memoria. Ha un problema (oggettivo) col tempo, prova a respirare poca realtà e viaggia sempre con una moka in valigia, spesso senza lasciare la sua camera. Quando la vita la confonde troppo, si mette a testa in giù su un tessuto aereo. Ribelle dal 1991.
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