Il giro del mondo nei Sessanta hippie

 In Musica

di Alessandra Farro

Siamo negli anni Sessanta e non ce ne andremo da qui per un po’ (con mio sommo piacere). I colori in quegli anni sono più vivaci, l’aria profuma di libertà, la libertà profuma di musica e la musica si colora di vita. Sono pur sempre gli anni in cui i Rolling Stones cominciarono a calcare i palcoscenici, mica noccioline!
Keith Richards era al primo posto della “Lista di persone che vorresti veder morte”, di cui avrebbe conservato il primato per dieci anni, Mick Jagger aveva già ben compreso come dimenarsi ancheggiando davanti ad un microfono e Janis Joplin guarda il mondo coi suoi occhi tersi, vivi quanto tristi, persi nel vuoto quanti fermi nella vita. Meglio di così non si poteva davvero.
Quegli anni han tirato su tanti miti, forse ad aiutare è stata la libertà generazionale che circolava senza arresti. Fatto sta, che la musica crebbe, i generi si mescolarono e si definirono e le donne impazzirono. Mio Dio, quanto son diventate grandi le donne nei Sessanta!
La volta scorsa ho parlato delle donne del rock, oggi dovrei andar un po’ oltre e affrontare il tema dei gruppi femminili, eppure son ferma qui a pensare a Joni Mitchell, Emmylou Harris e Nina Simone. Mi scuso per l’impeto che mi costringe a scrivere immediatamente delle donne del jazz, del folk e del country dei Sessanta, ma non credo di poter sostenere altra attesa, ci sono ancora troppe hippies che fremono per esser cacciate via dal cilindro.
I gruppi femminili capiranno. Diana Ross non mi odiare per questo, ti prego.

Jeanne_Lee_conspiracyPer cui eccoci (grazie, Diana, per avermi concesso tanto). Cominciamo con lei, Jeanne Lee. Mi rendo conto che si tratta di un nome poco conosciuto in Italia, però merita un briciolo d’attenzione. Jeanne Lee – newyorkese di nascita – aveva una voce onirica, profonda e leggera, quasi spumosa. Ti dava l’illusione di poterla toccare con mano, come fosse una nuvola che si dissolve non appena vien sfiorata. Ti incanta, sembrandoti totalmente tangibile, ma la sua natura era più sfuggevole di quella del vento.
Ma non è soltanto per questo che ho sentito l’esigenza di parlarne. Lei era anche una poetessa e una compositrice, oltre che una cantante, coi suoi capelli ricci indomabili come le sue corde vocali. S’avverte che il jazz le è entrato dentro quando era ancora un’infante. Era un’artista completa ed è ricordata come una delle donne più creative e indipendenti del settore.

Jeanne Lee & Ran Blake – Summertime

nina_simone_soul

Uno sguardo serio, fiero. Testa alta, mento importante. Labbra serrate, indispettite. Questa è Nina Simone, la regina del jazz degli anni Sessanta. Se Jeanne Lee è ricordata come una delle donne più creative e indipendenti del settore, lei è stata la donna che ha spiazzato tutti con la sua furiosa forza interiore. Compositrice, cantante, pianista, attivista per i diritti civili, scrittrice. Mise su il suo primo gruppo assieme a due degli otto fratelli, cantando per la chiesa locale della Carolina del Nord. Successivamente si stabilì a New York, la sua musa fu Billy Holiday e il suo nome divenne Nina Simone.
Avvertiva con così tanto ardore il problema del razzismo che due suoi grandi pezzi divennero inni per i diritti civili (Old Jim Crow e Mississippi Goddam) e possedeva un animo così turbolento da lasciare gli Stati Uniti, una volta accusate l’FBI e la CIA d’occuparsi in maniera superficiale del problema. Prese a viaggiare alla scoperta del mondo e tra i suoi viaggi arrivò anche alle Barbados, dove intrattenne una relazione amorosa col Primo Ministro. Tornò soltanto dopo quasi un decennio negli USA, riprendendo a far musica, per poi di nuovo scomparire inaspettatamente.
Insomma, Nina Simone è stata un’onda d’oceano mossa dal vento. Seguiva soltanto i suoi ritmi, che probabilmente altri non erano se non le pulsazioni del suo cuore torturato. Le luci della ribalta l’hanno vista risorgere un’ultima volta – ironia della sorte – per una pubblicità con la sua My Baby Just Cares For Me. Quello è stato il suo ultimo grande viaggio, troncata da un tumore nel 2003.
I capelli avvolti in un turbante, il sorriso che sembra racchiudere i ricordi di milioni di mondi, delle labbra infinite, fiere, come la donna che le portava, questa era Nina Simone.

Nina Simone – I Put a Spell on You

Restiamo ancora negli Stati Uniti, però abbassiamo i toni: parliamo sottovoce di Laura Nyro. Sottovoce, ché lei ha sempre rifiutato la ribalta del successo, negando interviste e ingerenze delle case discografiche. Pelle nivea, lunghi capelli bruni, sorriso distratto e occhi leggermente spossati.
Laura Nyro nacque nel Bronx da padre trombettista e madre dedita alla psicologia. A 17 anni pubblicò il suo primo album. Visse sempre in modo controverso il suo rapporto con la musica, anzi più che con la musica con l’ambiente che girava intorno ad essa. Questo la portò a ritirarsi dalle scene per poi tornarvi a distanza di anni, un po’ come Nina Simone, soltanto che Laura Nyro attraversò pure una crisi mistica, sposandosi due volte, prima con un uomo e poi con una donna. Diventò una femminista accanita e si dedicò al canto fino alla fine dei suoi giorni. Ha influenzato grandi donne come Joni Mitchell e Suzanne Vega (non so se mi spiego), per cui un grande chapeau a lei.

Laura Nyro – Wedding Bell Blues

joni_mitchell

A questo punto ci spostiamo un po’ più a nord, arrivando in Canada e, finalmente, parliamo di Joni Mitchell, una vera icona del cantautorato femminile. Una voce delicata, raffinata, elegante in ogni estensione vocale, i suoi testi sono pura poesia. Joni Mitchell ha vissuto esattamente la vita di un’artista – ché prima di essere una cantante è una pittrice, sia ben chiaro – curando da sé la grafica di ogni sua produzione musicale. La sua carriera sboccia assieme all’amore con David Crosby e nonostante il suo fosse un puro animo hippie, non prese parte al Festival di Woodstock, poiché aveva da apparire in tv il giorno successivo e capirete che il traffico le avrebbe impedito di presentarsi all’intervista si fosse mossa da casa (scelta opinabile certo, eppure questa è la storia). A me viene solo da chiederle una cosa: Joni ma a cosa diamine pensavi mentre prendevi una decisone del genere nella tua vita? Perché diamine hai pensato fosse meglio fare un’intervista in tv piuttosto che andare al più grande raduno hippie che la storia abbia mai visto? Non ho parole. Comunque, l’ironia della vita ha voluto che componesse una canzone per l’occasione, nonostante non fosse presente, dando vita a Woodstock che divenne l’emblema di quella giornata, conservando ancor oggi quel ruolo, oltre ogni previsione.
Una donna degli zigomi alti e gonfi, un mento tondo e sporgente, delle labbra capaci di sorrisi infiniti e degli occhi piccoli e lucenti, un viso pieno di grazia e di fiera bellezza. Ne parlerei ancora e ancora, ha pure suonato con Pat Metheny per via del suo periodo jazz, ma bisogna che si vada avanti, per cui un grande inchino a Joni Mitchell e alla sua smisurata purezza d’animo.

Joni Mitchell – Big Yellow Taxi

marianne-faithfull

Adesso riprendiamo un attimo la nostra valigia e cambiamo leggermente genere musicale. Sbarchiamo in Gran Bretagna per salutare Marianne Faithfull. Questa graziosa donna inglese rientra ai primi posti nella lista delle innumerevoli compagne di Mick Jagger – prima o poi sarebbe arrivato il momento di cominciarne l’elenco – ma non è soltanto questo ad unirla a lui, oltretutto hanno pure composto, insieme a Keith Richards, tant’è che è stata lei a interpretare pezzi come As Tears Go By e Sister Morphine (mica noccioline!). 
Onestamente mi sono un po’ innamorata di lei, guardandone le fotografie. Enormi occhi blu oceano, splendido sorriso, capelli color grano lisci come la seta, zigomi alti e sembra avesse pure degli splendenti denti bianchi. Al giorno d’oggi magari non è tanto carina come allora, ché assomiglia più a una versione gonfiata senza pietà di quel bel faccino, però quando lei e Mick Jagger eran due pischelli sapevano il fatto loro, non v’è dubbio (Marianne è tra le mie cantanti preferite, ora che so che è stata con lui). Di origini nobili, vanta – tra le altre – collaborazioni con Beck e i Metallica. Al momento è anche attrice, la ritroviamo nel cast del film Marie Antoinette di Sophia Coppola nelle vesti della madre di Maria Antonietta e protagonista in Irina Palm per la regia di Sam Garbarski.
Ciao Marianne Faithfull, grazie di tutto quanto, sei una grande, sul serio.

 Marianne Faithfull – The Ballad of Lucy Jordan

Concludiamo con un’altra biondona, Emmylou Harris. Ascoltando la sua voce sembra davvero di essere in un pub texano, tutti coi cappelli e gli stivali da cowboy. Country puro al 100%. Poi lasciamo stare che s’è dedicata anche a cose più rock, ma a me piace ricordarla così. La menzioniamo per ultima, anche perché la sua carriera nasce mentre gli anni Sessanta stanno tramontando. Per comprendere minimamente l’impatto che ha avuto questa donna nel mondo musicale cito soltanto i suoi idoli: Bob Dylan e Joan Baez (ricordatevi bene questi due nomi); i due gruppi coi quali ha cantato: Trio assieme a Dolly Parton e Linda Ronstadt e All the Roadrunning assieme a Mark Knopfler (mio dio); e i musicisti coi quali ha collaborato: Bob Dylan (ha collaborato col suo mito, diventando automaticamente il mio), Elvis Costello, Neil Young e Bruce Springsteen, giusto per citarne alcuni, ché l’elenco sarebbe considerevolmente più lungo.

Emmylou Harris – Jambalaya

Qui si conclude il viaggio di oggi. Io intanto mi ingegno scovando un modo che mi consenta di riparlar di Janis Joplin in questa rubrica – mi sento male al pensiero di non poterlo più fare – e attendo l’arrivo del prossimo mercoledì.

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Alessandra Farro

Alessandra Farro

Nata a Napoli, il suo secondo romanzo s'intitola "Blue", Ultra Edizioni. Sforna pensieri e dipinge ricordi. È innamorata della musica, dei libri e del buon caffè fin da che ne ha memoria. Ha un problema (oggettivo) col tempo, prova a respirare poca realtà e viaggia sempre con una moka in valigia, spesso senza lasciare la sua camera. Quando la vita la confonde troppo, si mette a testa in giù su un tessuto aereo. Ribelle dal 1991.
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