Il giovane favoloso

 In Cinema e Teatro

E perché l’andamento e le usanze e gli avvenimenti e i luoghi di questa mia vita sono ancora infantili, io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi e queste ombre di quel benedetto e beato tempo, dov’io sperava e sognava la felicità, e sperando e sognando la godeva, ed è passato né tornerà mai più, certo mai più; vedendo con eccessivo terrore che insieme colla fanciullezza è finito il mondo e la vita per me e per tutti quelli che pensano e sentono; sicché non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita

La grandezza di un pensiero e di colui che lo ha pensato è giudizio che spetta ai posteri. Non si tratta di modernità, ma di attualità. Quando un’idea risulta attuale, indipendentemente dal secolo in cui è nata, allora si può parlare di grandezza.

Il pregio del film di Mario Martone, Il giovane favoloso, è stato quello di mostrare l’attualità di Leopardi, poeta vate di un’Italia che avrebbe potuto essere, compagno di scuola di ognuno di noi, anima conosciuta, matrice di versi mandati a memoria, di parole che alla mente risultano familiari come ninna nanne d’infanzia. La donzelletta, la siepe, l’infinito, lo Zibaldone, il bello, il vero, la natura, i topi e le rane, l’islandese e la morte, Silvia, la ginestra.

Già autore di L’amore molesto (1995) e Noi credevamo (2010), Martone ha scritto questa sceneggiatura con la moglie, Ippolita di Majo, decidendo di attenersi a quanto è stato, svincolandosi da interpretazioni.

Fin dal poster, ci troviamo davanti un’immagine capovolta, un poeta sottosopra, sempre immaginato ma forse mai veramente visto.50393

La sua fanciullezza che appassisce, senza esser mai davvero sbocciata, l’amenità intollerabile di Recanati, la vita sognata e non vissuta a Firenze, l’approdo a Napoli, città di lazzaroni e Pulcinelli: la malinconia leopardiana che dilaga, si espande come una macchia d’olio, che non è prodotto di un fisico vessato, ma che forse, al contrario, lo produce. Maggiore è l’infelicità di Leopardi, maggiore è il suo avvicinarsi al vero, e maggiore diventa il peso di quel corpo che si trascina tra i vicoli della città del sole, dove viene chiamato ranavuottolo.

Una standing ovation di dieci minuti al Festival di Venezia, che comunque ha lasciato il film di Martone a bocca asciutta, nonostante uno strepitoso Elio Germano che dà anima e corpo (nel senso più letterale di entrambi i termini) a Giacomo Leopardi, rattrappendosi e rimpicciolendosi, eppure aumentando la sua grandezza. Magnifica la fotografia, una colonna sonora dal tocco singolare, che unisce Rossini alla musica elettronica del tedesco Sasha Ring e a un brano del canadese Doug Van Nort (Outer). La regia di Martone si fa più viva e intima con lo scorrere del tempo, cinematografico e biografico: di Recanati ci vengono mostrati i luoghi e le anestetiche abitudini di Leopardi, votato sin da bambino a uno studio matto e disperatissimo, e in questa fase a tratti ho percepito una leggera estraneità del luogo (sebbene la troupe abbia trascorso più di quattro mesi nel paese nativo di Leopardi, e lo stesso Germano abbia dormito nel letto del poeta); a Napoli Martone torna a casa, e Leopardi, pare per un attimo, ci torna con lui, in quella città dominata dalla natura, dai sogni e dalle illusioni. Qui si incanta come un bambino, si avvicina a quella vita che non ha mai vissuto, se ne lascia inebriare (col vino), la assapora (con i gelati), la tocca (col seno di una donna), ma poi ne rifugge e ne viene scacciato.

C’è una dolce familiarità in alcuni passaggi, Martone ci permette di riconoscere l’uomo dietro il poeta, la vita dietro la storia. Quello della famosa siepe, oltre la quale s’annida l’infinito; nei momenti in cui Leopardi gioca e ride coi fratelli, in quelli segnati dallo scambio epistolare col Giordani, la tosse che una sera coglie Silvia, la figlia del cocchiere; nella rappresentazione della natura maligna, che ha il volto della madre Adelaide e il corpo di un titano; nelle poesie maggiori, interamente interpretate, più che recitate, così da sentirsi al fianco di Leopardi il giorno in cui scoprì L’Infinito o compose La Ginestra. E con quest’ultima cala il sipario sulla magistrale immagine di un Vesuvio in eruzione, simbolo estremo di una natura schiacciante, distruttiva, desolata e desertica, alla quale la natura stessa si oppone, con un fragile fiore gentile, simbolo della coscienza umana e della forza di lottare contro le avversità, poiché è l’unica dignità che resta all’uomo.

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A queste parole di lode, tuttavia, devo aggiungere qualcosa: uscita dalla sala un signore con gli occhiali (forse trascinato lì da sua moglie, magari una professoressa d’italiano) mi ha chiesto con tono avvilito come fosse il film.

Avrei voluto rispondere “bello”, perché pensavo all’interpretazione di Elio Germano, alla regia di Mario Martone, alla fotografia di Renato Berta, alle musiche di Sasha Ring, alla scenografia di Giancarlo Muselli e ai costumi di Ursula Patzak.

Ho risposto “non è per tutti”.

È un film per niente leggero, troppo lungo, carico di solitudine e malinconia, e non di quelle strazianti e commoventi, ma di quelle lente e strascicanti. Ma dopotutto, stiamo parlando di un uomo che analizzò il Pessimismo in tutte le sue forme, e per quanto il film di Martone cerchi di farne un ritratto sagace e fanciullesco, forse, c’era da aspettarselo.

Se volete vedere Leopardi, comunque, siate certi che lo vedrete.

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Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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