Il giorno in cui hanno arrestato “El Chapo”

 In Attualità

di Alberto Bile

Joaquím Guzmán Loera, “el Chapo”, il più potente narcotrafficante dai tempi di Pablo Escobar, è stato arrestato nella notte fra il 21 e il 22 febbraio a Mazatlán, nello stato messicano di Sinaloa.
La sua storia e le reazioni al suo arresto oscillano fra l’orrore e la leggenda, come spesso avviene per criminali di spicco anche nostrani; ciò che cambia sono le proporzioni.
Roberto Saviano, che scrive di lui nel suo “ZeroZeroZero”, lo paragona per prestigio e intelligenza al Papa, a Obama e a Steve Jobs, e commenta così su la Repubblica: “Perché avremmo dovuto dare massima attenzione a un boss messicano arrestato? Perché conta più di un ministro e forse persino più di un governo. L’economia italiana più prolifica è quella criminale, il capitolo più imponente di questa economia è il narcotraffico, il capo messicano arrestato due giorni fa è un leader nel trafficare coca anche in Europa, quindi è anche un leader dell’economia italiana. Sillogismo semplice.

Alcuni numeri introduttivi:
1 miliardo di dollari, il suo patrimonio secondo la rivista Forbes;
2, la posizione nella lista dei più ricercati dall’FBI dopo il 2001, preceduto dal solo Osama Bin Laden;
5, i milioni di dollari di taglia che pendevano sulla sua testa

200, le tonnellate di cocaina trasportate fra il 1990 e il 2008 oltre il confine con gli USA;
6, i miliardi di dollari in contanti ad aver fatto il cammino inverso;
2-3000, gli omicidi di cui, secondo presunte rivelazioni occorse in questi giorni ad agenti federali, sarebbe stato il mandante.

el_chapo_guzman young

Figlio di contadini dediti alla coltivazione dell’oppio, el Chapo, cioè il “bassino”, per i suoi 164 cm di statura, entra nel cartello di Guadalajara di Felix Gallardo e già negli anni ’80 diventa il responsabile per il trasporto della droga dalle campagne ai mercati cittadini.
Nel 1989, in seguito all’arresto e alla morte del boss, fonda il Cartello di Sinaloa che nelle sue mani diventa una fertilissima multinazionale del narcotraffico.
Lavora nell’ombra, senza ostentare ricchezza e brutalità (liberandosi, questo sì, di chiunque intralci i suoi progetti), ma il
24 maggio 1993 l’orrore e la leggenda lo scaraventano agli occhi del mondo e soprattutto della DEA (Drug Enforcement Administration), l’agenzia anti-droga statunitense.
I sicari del cartello rivale di Tijuana attendono all’aereoporto di Guadalajara la sua Ford Grand Marquis bianca per freddarlo, ma la scambiano per quella del cardinale Juan Jesus Posada Ocampo, che viene così ucciso.
La dinamica non è chiara: a quanto pare il cardinale, che oltretutto da tempo si scaglia contro i narcos, è sceso dalla macchina ed è dunque ben visibile al momento della sparatoria.
Fatto sta che el Chapo riesce a fuggire, ma, ormai braccato da agenti messicani e statunitensi, viene arrestato due settimane dopo al confine con il Guatemala, e trasferito al carcere di Puente Grande, nello stato di Jalisco. E’
condannato a vent’anni, curiosamente per corruzione e associazione a delinquere, ma non per reati connessi al narcotraffico.

el chapo arrested Nel 2001 evade, nascosto nel carrello della lavanderia e con la complicità di secondini corrotti.
Da allora, fino alla settimana scorsa,
dodici anni di latitanza e di leggende. E’ avvistato ovunque: in ristoranti in cui avrebbe offerto il pasto a tutti i presenti, sulla sua moto in giro per il paese, in Guatemala, in Honduras.
Mentre la polizia messicana scopre decine di tunnel sotterranei nel nord del Messico, uno dei quali, non terminato, doveva portare da Tijuana a San Diego, el Chapo diventa sempre più ricco e potente, e per certi versi amato.
Di fronte a uno stato debole e alle violenze gratuite e brutali della nuova criminalità messicana (Los Zetas e la Familia Michoacana su tutti), Guzm
án rappresenta discrezione, sicurezza e valori.
Attaccamento alla terra, beni immobili, lavoro, pesos.
Un’organizzazione fortemente radicata in Messico, ma al tempo stesso operosa nei mercati internazionali: da tempo presente in Nord Africa, negli ultimi anni il Cartello di Sinaloa era giunto in Europa attraverso la Spagna, mentre intesseva forti rapporti con i narcos cinesi, di Taiwan e di Hong Kong.

Il Messico si è risvegliato sabato 22 con la notizia del suo arresto, le cui modalità fanno ancora discutere.
Pochi giorni prima i marines messicani (nonostante quanto affermato dal New York Times, le autorità messicane sostengono che l’esercito statunitense non abbia fornito uomini per l’operazione, ma solo tecnologiaerano arrivati a un passo da uno dei suoi nascondigli, sette case collegate da tunnel nascosti, ma el Chapo si sarebbe dileguato proprio nel tempo necessario per sfondare la porta blindata.
Rintanatosi in un piccolo appartamento in un grande complesso residenziale di fascia medio-bassa, al momento dell’arresto era senza sentinelle né scorta, eccetto il fidatissimo Hoo Ramirez. Con el Chapo erano presenti la sua ultima moglie, Emma Coronel, ex miss Sinaloa, e le due figlie gemelle. Tutte e tre sono state immediatamente lasciate libere, non pendendo su di loro nessuna accusa.
La sua è sembrata quasi una resa, ed in molti credono che sia solo una manovra per sfuggire a faide interne, forse addirittura a “el Mayo”, il suo secondo.

Il procuratore generale della repubblica messicana, Jesús Murillo Karam e il suo analogo USA Eric Holder stanno trattando una possibile estradizione, anche solo temporanea, in modo da evitare prescrizioni sia al di qua che al di là del confine.
Attualmente, in Messico, ha accuse a suo carico per narcotraffico, delinquenza organizzata, possesso di armi da fuoco di uso esclusivo delle forze armate, introduzione clandestina e immagazzinamento di armi ed esplosivi, danno a proprietà aliena, attacco alle vie generali di comunicazione, corruzione.
Cinque sono invece gli Stati USA che hanno un processo pendente nei suoi confronti.
Il procuratore Holder, oltre che molti media statunitensi, spingono per un’estradizione rapida anche per evitare che Guzm
án continui ad operare dal carcere, come avvenuto dal 1993 al 2001.
Lo stesso presidente messicano Peña Nieto, che ovviamente vive giorni di gloria, ha invece affermato che l’estradizione, se ci sarà, è lontana. Precedenza al Messico, dunque.

el chapo segnaletica arrested

Joaquìn “El Chapo” Guzmàn


Cos’accadrà adesso?
Molti opinionisti messicani non si accontentano: la cattura del Chapo non sarebbe sufficiente per smantellare un’organizzazione, che, in effetti, è ben solida da el Mayo in giù.
Alcuni, come Alejandro Hope dell’Istituto Messicano per la Competitività, auspicano arresti collettivi e un
maxiprocesso ad imitazione di quello palermitano del 1986.
Altri giornali, come
Proceso, si chiedono se e come si riuscirà a chiudere le 3500 aziende con cui el Chapo riciclerebbe il denaro illecito in tutto il mondo e che danno lavoro a migliaia di persone.
Venerdì alcuni parlamentari hanno chiesto che venga fatta luce soprattutto sulla rete di mazzette con cui Guzm
án riuscì a fuggire di galera nel 2001 e a restare latitante fino ad oggi (il prezzo per il solo secondino, in un’operazione del genere, è circa 2 milioni di dollari).

El chapo libre liberoIntanto, giovedì mattina, duemila persone si sono riunite in corteo a Culiacán, Sinaloa, la terra del Chapo.
Le richieste ufficiali dei manifestanti sono una “condanna giusta”, che avvenga in Messico per un “figlio del Messico”. In realtà, anche a giudicare dalle immagini trasmesse da CNN México e da MVS, non mancavano i cartelli “Chapo Libre” e i cori in suo onore.
Tutto questo stupisce fino a un certo punto, visto anche il precedente colombiano del 1994 quando “el Patrón” Escobar fu prima difeso, e poi pianto, da quelle frange della popolazione, che, soprattutto nella sua Medellín, gli dovevano un posto di lavoro, ricchezza, sicurezza.

Sui social networks proliferano i gruppi Facebook e gli hashtag twitter a favore del boss.
I primi fans del Chapo sono Alfredo e Ivan Archivaldo, due dei suoi nove figli avuti da quattro matrimoni diversi, che già in passato avevano pubblicato, tra l’altro in contrasto con l’“austero” esempio paterno, foto di Ferrari, escort, droga e armi.
In questi giorni, mentre Ivan Archivaldo esterna la sua tristezza (“
I migliori insegnamenti della vita arrivano dai momenti più duri”), Alfredo tuona su Twitter: “Il governo pagherà il tradimento, non doveva mordere la mano che gli ha dato da mangiare”; o ancora: “Mio padre non è battuto, l’era Guzmán deve ancora cominciare.
A chi gli scrive per giurare fedeltà eterna a lui e alla sua famiglia, chiedendo disposizioni sul da farsi, Alfredo replica: “Bisogna aspettare gli ordini, ragazzi.”

Tralasciando i figli del Chapo, i social networks ospitano migliaia di post inneggianti al boss, “eroe dei nostri tempi, uomo vero”.
Certo non ne va sopravvalutata la portata, ma ancora una volta la «
sindrome da Scarface» colpisce chi dimentica le vite distrutte, se non troncate, di migliaia di persone, forse anche per reazione allo stucchevole allestimento mediatico che ha significato questa cattura (Jenaro Villamil, su Proceso, parla di “infantilizzazione del pubblico”).
Alcuni degli aspetti più controversi sono:
il sensazionalismo di politici e giornalisti che usano la cattura del boss come un colpo di spugna su decenni di corruzione;
l’accesso all’ultima casa del Chapo dato in arbitraria esclusiva a
Primero Noticias, forse anche troppo presto;
la poco credibile confessione immediata agli agenti che lo scortavano, che oltretutto lo avrebbero descritto come un uomo “franco e carismatico”.
Forse il peso politico ed economico del Chapo e il ricordo dei morti e delle famiglie lacerate, avrebbero meritato approcci più rispettosi e delicati.

Alberto Bile
1987, Napoli. Reporter Freelance con passione per Mediterraneo e America Latina. Ho un sito - www.ovunquevada.it - e scarpe piene di crepe, per colpa di Terzani.
Alberto Bile

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