Il blues e le donne: ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare gli anni Venti

 In Musica

di  Alessandra Farro

Comincia la nostra gita nel magico mondo della musica femminile, quindi mettetevi belli comodi, sistemate gli occhiali da lettura e preparate un buon caffè nero. Inizialmente – confesso – non volevo dilungarmi troppo sugli anni del jazz, credendo potessero interessare meno rispetto ai seguenti, eppure non ci riesco, è più forte di me: non posso ignorare quelle donne da cui tutto è partito, che hanno reso possibile, in qualche modo, la comparsa di artiste del calibro di Janis Joplin. Così, mi ritrovo a parlare degli anni in cui ha iniziato a prender forma il blues. Le donne della musica cominciavano già a fare capolino nella scena quando il Novecento sfiorava a malapena il suo primo decennio di vita e se magari loro non fossero esistite, oggi non conosceremmo Ella Fitzgerald (e scusatemi s’è poco).

Ma RaineyUna voce massiccia, come d’altronde era la stazza di chi la portava, si conquistò un posto d’onore nel 1904, quella di Ma Rainey, una delle prime cantanti blues di professione. Potremmo definirla “la madre del blues” fintanto che Chris Albertson ha detto di lei: “If there was another woman who sang the blues before Rainey, nobody remembered hearing her” [se ci fosse stata un’altra donna che ha cantato il blues prima di Rainey, nessuno ricordava di averla sentita]. Si divertiva a esibirsi in una versione un po’ spinta dello “shimmy” e a provocare il pubblico con un repertorio colmo di doppi sensi a sfondo sessuale. Lungo la sua carriera, ha permesso ad altre grandi donne di sbocciare, come Bessie Smith, che si unì al suo gruppo, “Rabbit Foot Minstrels”, nel 1912.

‘Ma’ Rainey – ‘Ma’ Rainey’s Black Bottom

L’imperatrice del blues”, così è stata soprannominata Bessie Smith, ha influenzato col suo canto elegante e vigoroso le creazioni musicali a venire; a lei si sono ispirate grandi cantanti della generazione di Billie Holiday fino a giungere addirittura a insinuarsi nelle corde vocali di Janis Joplin e di Norah Jones.
Cominciò a cantare per sopravvivere, che era ancora una bambina. Per anni fu raccontata una versione piuttosto bizzarra del suo inserimento nel gruppo di Ma Rainey in cui entrò come ballerina. Si raccontava che la cantante e suo marito, Pa Rainey, avessero rapito la piccola Bessie e l’avessero costretta al tour, che le offrì la possibilità di comprendere e interpretare l’arte del blues. Chiaramente negli anni le due donne risero con gaudio della storiella che i malpensanti inventarono sul loro successo.

Bessie Smith improvvisava, ché così funzionava col blues: le cantanti ricordavano una strofa, mai una nota, incontravano i musicisti per incidere, facevano poco, ma nel modo più grandioso possibile e lei in questo era insuperabile.

Bessie Smith – Nobody Knows You When You’re Down and Out

Annette HanshawThat’s All!” e non lo scrivo perché qui si ferma il nostro viaggio (anzi è ben lontano dal giungere alla fine!), piuttosto perché questa era la frase conclusiva che adottava Annette Hanshaw alla fine di ogni sua incisione. Una voce gentile, ingenua e a tratti adolescenziale, infantile, insicura della sua bellezza e del suo valore. “The Personality Girl” ebbe massima risonanza verso la fine degli anni Venti; fu così nominata per il suo stile (caschetto e vestiti alla “Brooke Shields”) che la accomunava a celebrità quali Zelda Sayre, la moglie di Francis Scott Fitzgerald, insieme ad altre costituivano una specie di gruppo pre-femminista.

 Annette Hanshaw – Mean to Me

Vorrei porgere, poi, un saluto riverente alla “Regina del Gospel” Mahalia Jackson, con la quale non ho mai particolarmente legato, forse perché lei era tanto religiosa da non cantare d’altro ed io di religione invece ne so ben poco. Non posso, però, non ricordare la sua meravigliosa capacità di interpretare così profondamente le canzoni da commuovere – letteralmente – il suo pubblico. Devota fino a dedicarvi la sua passione, impegnata nel civile fino a battersi con furore per i diritti dei neri.

Mahalia Jackson – Trouble of the World

Non avrei dovuto spingermi così oltre e impiegare tanto tempo e tante parole per un’epoca tanto lontana, ma scriverne mi emoziona e leggerne spero faccia altrettanto e, soprattutto, mi auguro abbia chiarito una volta per tutte lo scopo della rubrica: rendere onore alle donne che hanno permesso alla musica di respirare e pulsare di vita fino ad oggi. Insomma, chapeau all’era del blues, ai suoi ubriaconi e alle sue donzelle maliziose, alle collane pesanti e tintinnanti e alle scarpe luccicanti, alle esibizioni ch’erano veri e propri spettacoli e alle voci che hanno tramandato l’essenza di quegli anni burrascosi e splendenti.

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Alessandra Farro

Alessandra Farro

Nata a Napoli, il suo secondo romanzo s'intitola "Blue", Ultra Edizioni. Sforna pensieri e dipinge ricordi. È innamorata della musica, dei libri e del buon caffè fin da che ne ha memoria. Ha un problema (oggettivo) col tempo, prova a respirare poca realtà e viaggia sempre con una moka in valigia, spesso senza lasciare la sua camera. Quando la vita la confonde troppo, si mette a testa in giù su un tessuto aereo. Ribelle dal 1991.
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