Iggy Pop – Post Pop Depression – Recensione

 In Musica

Bisogna ammetterlo. Tutti noi (o quasi) facciamo parte di una generazione che in fatto di musica, ha sì accesso illimitato (o quasi) ai più svariati generi musicali, ma ha vissuto molte più delusioni che soddisfazioni. In un momento storico così particolare in cui le leggende del rock, o più in generale le leggende della musica internazionale, cadono una ad una come tesserine del domino lasciando ai posteri non più l’ardua sentenza, ma nient’altro che una valanga di post sui social, in cui la gente ostenta un senso di appartenenza fin troppo accentuato nei confronti dell’artista di turno, che neanche l’intramontabile (o quasi) Pippo Baudo con il suo celeberrimo “l’ho inventato io!” saprebbe far meglio.

Fortuna che in uno scenario così deprimente, ci sono ancora barlumi di speranza. Questa volta la nostra lucina nell’oscurità prende il nome di James Newell Osterberg Jr., noto ai più come Iggy Pop, inimitabile icona del rock che alla veneranda età di quasi 70 anni ci regala il suo diciassettesimo album, Post Pop Depression.

Iggy – nome d’arte derivante dal suo passato con gli Iguanas (Iguana / Iggy) e da una vaga somiglianza con Jim Pop che i suoi amici notarono quando si presentò ai provini per gli Stooges – questa volta, dopo un lungo e dolce naufragar nel mare di diverse influenze musicali, si mette nelle mani di un altro ospite d’eccezione: signore e signori, Josh Homme. La storia di quest’album è molto moderna: si dice che i due dopo essersi scambiati un paio di messaggini e qualche email, abbiano deciso finalmente di incontrarsi per portare a termine quanto si erano detti in questo romantico carteggio. Il tutto su iniziativa di Iggy Pop, che per primo ha mandato via mail alcuni testi che gli frullavano nel cervello da un po’, e non riusciva a pensare a nessun altro mIGLIORE di Homme per lavorarci su. Si dice, inoltre, che tra le proposte inviate da Iggy ci fossero anche alcune bozze e commenti su precedenti collaborazioni con l’ex coinquilino, nonché compagno di baldoria a Berlino, David Bowie, a testimonianza della straordinaria amicizia che univa l’iguana e il Duca Bianco.

la copertina del disco

la copertina del disco

Dunque è così che Homme decide di produrre di tasca propria questo album composto da 9 tracce nel suo studio a Joshua Tree, California. Per la realizzazione del disco vengono chiamati in causa l’ormai fedelissimo Dean Fertita (QOTSA) alla chitarra e Matt Helders (Arctic Monkeys) alla batteria. È un album dallo scorrimento molto piacevole, liscio oserei dire, a partire dai primi singoli usciti sul web, Gardenia e Break Into Your Heart, dove si percepisce chiaramente la mano di Josh, nel primo brano con il suo incantevole falsetto che accompagna il più tenebroso e graffiante timbro di Iggy Pop, e nel secondo quasi come se fosse una hidden track, una b-side mai rilasciata dai Queens Of The Stone Age. Molto carina e se vogliamo inaspettata (soprattutto sul finale) Sunday, che fa da spartiacque tra la prima parte del disco, lenta e statica, e la seconda parte, più vibrante e tendente al punk. Un vero e proprio climax ascendente ben orchestrato in cui le tappe fondamentali sono: German Days per la sua struttura a dir poco multiforme che però si amalgama alla perfezione e Paraguay, la vera chicca dell’album, in cui Iggy torna ad urlare sulle sue tonalità preferite. Meno accattivanti rispetto alle altre sono la straziante American Valhalla e Vulture, ballata dai toni un po’ “western” che lascia il tempo che trova.

In sostanza direi che ci troviamo di fronte ad un album ben fatto, solido, che rappresenta un grosso passo in avanti per Iggy Pop, il quale negli ultimi tempi le aveva provate davvero tutte (dal disco jazz Preliminaires, ad Après cantanto interamente in francese, per non parlare delle improbabili collaborazioni con i Sum41 e Keisha), e un antidolorifico per Josh Homme, intento a lasciarsi alle spalle la recente tragedia dell’attentato al Bataclàn di Parigi.
Post Pop Depression fa scontrare Iggy Pop con gli anni che passano, ma allo stesso tempo rappresenta il suo messaggio di non voler rinunciare ad essere il pazzo squilibrato che abbiamo sempre ammirato dimenarsi come un ossesso sui palcoscenici di mezzo mondo durante la sua lunghissima carriera. C’è ancora qualcosa di buono nello spirito e nelle ossa del cantante statunitense. Infondo stiamo pur sempre parlando del torso nudo più famoso della storia del rock. Quindi non siate schifettosi, date retta a un vecchio pazzo. Non ve ne pentirete.
Enjoy!

Camillone

Camillone

vivo tra Napoli e Milano. Ognuno ha un Dio a cui rivolgersi e pregare; io ho la musica.
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