I Black Keys sono il vecchio rock che non muore mai

 In Approfondimento, Musica

Mentre il panorama musicale va alla deriva verso una pop-dance ipnotica di dubbio valore, sembra sempre più difficile trovare artisti degni di nome. La tendenza fa pericolosamente vomitare, e gli elementi di nicchia sono soggetti al gusto personale e alla costanza sul lungo termine, nel quale spesso si perdono, seppur producendo roba niente male.

Eppure, anche per coloro che rimpiangono epoche morte e sepolte sotto tossicodipendenze e barbiturici, pensando che mai la nostra smidollata e vanesia generazione potrà dar vita a tali mostri sacri, non tutto è perduto. A guardar bene, le risposte sono più semplici di quel che si pensa e galleggiano lì davanti agli occhi. Una fra tutte: The Black Keys. Sono al loro ottavo album ma sembrano al terzo, questo perché qui da noi le cose arrivano sempre dopo, come nel paese sperduto sulla montagna.

La copertina del primo album

La copertina del primo album

In Italia, i Black Keys sembrano roba nuova, quando in realtà in patria, dallo zio Sam, si sono fatti conoscere dai primi anni duemila. The big come up e Thickfreakness, i loro primi due album, escono tra l’inizio del 2002 ed il 2003, ottenendo un buon successo per una band indipendente. Tenendo conto che entrambi sono stati registrati nello scantinato di Patrick Carney, batterista, rispettando il cliché degli sfigati a stelle e strisce, la cosa meraviglia ancor di più.

Il duo nasce quasi per caso, in quello stesso scantinato, quando Dan Auerbach prenota l’arrangiata sala di registrazione a casa di Carney per la sua band, che però non si fa vedere, lasciando i due amici d’infanzia soli a partorire il primo feto di quelli che saranno i Black Keys. Così nei capricciosi e guerrafondai anni del secondo Bush, vengono alla luce pezzi come I’ll be your man Set you freeBrooklyn boundHard rowThe Breaks, canzoni così dannatamente anni ’70 da fomentare notti di sigarette e rabbie represse come in un dejavù generazionale. Tutti brani che qualche anno dopo verranno usati come colonne sonore in film come School of rock o Rocknrolla, o in serie tv come Hung o Sons of anarchy. 

Il duo di Akron, Ohio, non si ferma e si presenta nel 2004 con Rubber factory, album che ne attesta la popolarità ormai definita: When the lights go outGirl is on my mind10AM automaticGrown so ugly, compaiono in film e trailer di ogni genere, da Die Hard a Cloverfield, in spot commerciali della American Express e Victoria’s secret. I ragazzi con camicie a quadri, più contadini rockettari che hipster, si scoprono al grande pubblico e fanno da spalla a gentaglia come i Pearl Jam, Beck e Radiohead. Ripropongono vecchi suoni ma in modo nuovo, in un periodo in cui ce n’è bisogno come l’acqua potabile, senza scadere nella tetra sensazione del “già sentito” e senza snaturare la loro anima rock semplice quanto autentica.
Universali nell’essere crudi, esaltati, diretti.

Iniziano le registrazioni live e viene fuori il quarto album, Magic potion. Ancora colonne sonore a profusione, basta ripeterlo, ed arriviamo ad Attack&Release, quando ci siamo conosciuti, un po’ tardi (2008), ma io mi faccio sempre aspettare e loro evidentemente avevano difficoltà a trovare il paese sulla montagna. A questo punto vogliono far capire a tutti che non sono solo due spiantati a cui è andata bene dandoci giù pesante con chitarra e batteria. Si calmano un po’ e fanno i romantici con Things ain’t like they used to be All you ever wanted, poi tirano fuori dal cilindro vere e proprie perle come Same Old thing e Strange Times; discorso a parte merita Psychotic girl, forse la mia preferita in assoluto di tutta la loro produzione: un viaggio, fra un accennato tono psichedelico e una smielata calma delle percussioni, un richiamo d’amore surreale che qualcuno è troppo matto per meritare. Una di quelle canzoni per cui si può andare in crisi di astinenza con cadenza abituale fissata massimo ad un paio di mesi.

Quasi lo stesso vale per Lies: un altro di quei pezzi che forse oggi passano sottotraccia, ma che in realtà sono tra i pochi che varrà la pena ricordare fra qualche decennio, quando ci faremo venire crisi introspettive e nostalgiche pensando alla giovinezza passata. 

I got mine classificata al 23° posto fra le 100 migliori canzoni del 2008 dalla per la rivista Rolling Stone, colonna sonora della serie The Bridge; altri riferimenti ad utilizzi impropri: Lie to me (Lies), One tree hill (So he won’t break), Grand theft auto IV (Strange Times) ecc. ecc. Dal 2007 in poi tutti infilavano i Black Keys da qualche parte, e queste cose diventano endemiche facilmente. Spesso timidamente, in modo anonimo, ci stavano accompagnando mentre guardavamo un film, una serie, un trailer o uno spot di successo; spesso neanche lo sapevamo, ma il duo dell’Ohio ci stava salutando con quelle facce un po’ stupide da sempliciotti, per farsi conoscere senza traumi, senza arroganza.
“Hey, ti dispiace se per due/tre minuti ti suono un pezzaccio? Grazieeee”

Non è che volevano imporsi come i nuovi guru del Rock, no.
Loro stavano là, ad impegnarsi solamente, a fare qualcosa che suonasse autentico, asciutto, vitale, senza fare i sapientoni sperimentali, senza voler fare gli intellettuali psichedelici. 
O almeno non ancora.
 Si prendono anche dei momenti per sé: Auerbach incide un disco da solista, Keep it hid, mentre Carney forma una band indie rock, i Drummer, e ne fa un altro con loro.
 Ma è così, per misurarsi, sperimentare.

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Come per sperimentare è il loro album successivo, BlakRoc: una serie di collaborazioni con artisti hip hop, fra i quali Mos Def, Ludacris, Q- Tip, progetto che avevano in mente da quando avevano sedici anni. Poi tornano sui binari con Brothers; ormai sono artisti affermati, ed infatti questo album vende 73.000 copie nella prima settimana diventando il loro album di maggior successo che gli permette di aggiudicarsi anche 3 Grammy Awards come: Best Alternative Music Album, Best Recording Package e Best Rock Performance By A Duo Or Group With Vocals (per il singolo Tighten Up). Oltre a Tighten up va citata anche Howlin’for you, pura energia vecchio stile, che suggerisce il loro aver preso gusto alla cinematografia della musica, perché se chiudete gli occhi ascoltandola, oltre a fomentarvi in modo grottesco, riuscirete ad immaginare almeno quindici patetiche scene al rallenty che vi vedono protagonisti in qualcosa di assurdo.

Arrivano al settimo album: El camino, disco d’oro, 1,5milioni di copie vendute, 200.000 nella prima settimana, Grammy nel 2013 come miglior album rock. Ma veramente devo continuare a dirlo? Lonely boy andrebbe premiata solo per il video se non per essere anche stata nominata ai Grammy come miglior canzone, miglior canzone rock e miglior interpretazione hard rock.

Gold on the ceiling è l’ennesima iniezione di autostima musicaleed arriva un’altra delle migliori dell’intera produzione: Little black submarines, che sembra coccolarti e cullarti per poi aprirsi come le persiane sotto la bufera e sbatterti i ninnoli di coccio in mille pezzi per tutto il salone, con un testo melodrammatico al punto giusto ed un ritmo coinvolgente anche se non si ama il genere (se sia mai possibile non amarlo).

Nel 2014, all’ottavo ed ultimo album all’attivo, per ora, provano a fare gli intellettuali e a sperimentare un po’. Ci riescono benissimo senza fare la figura dei cretini, e con questa produzione alle spalle glielo si può concedere anche solo per non rischiare di farli diventare ripetitivi: abbandonano l’essenzialismo rock da ignoranti ossessivo-compulsivi e abbracciano tonalità più melodiose e sfumate, campionate e sperimentali, senza però abbandonare la loro anima ed il loro marchio di fabbrica. Producono una buona sintesi di ciò che sono, e fanno bene, con un qualcosa di psichedelico solo accennato, che non sviscera il loro talento e la loro natura. Fever è la prima, estratta come singolo, ma le più riuscite sono Weight of loveBullet in The brain It’s up to you now (che rimanda al loro classico stile).rolling stones

Insomma, questi due bastardi sono quello a cui più facilmente si può pensare se si cercano artisti con la A maiuscola, gente destinata a durare e a lasciare il segno, durante un’epoca di mainstream macina-talenti-oscenità che schiaccia il panorama alternativo negli angoli bui del radicalismo di genere; perché è proprio questo a rendere universali i Black Keys, la loro semplicità. Una semplicità che non significa mancanza di innovazione o di talento, piuttosto cerca di rifarsi ad un linguaggio universale, che riesce ad essere di massa perché vale, non perché fa numero, e riconsegna luce ad un genere abbandonato agli estremismi di piccole produzioni e di un affezionato pubblico ristretto.


Mentre il rap si vende ai miliardi di dollari e alle produzioni da scuderia, la techno- dance promette emicranie pestilenziali nei decenni a venire e l’indie-rock sforna roba buona ma anche cose arroganti e pretenziose, il rock dei Black Keys è destinato a non morire mai, allievo attento e brillante dei ruggenti anni ’60-’70, quando si è toccato un picco celestiale ed ogni tizio che iniziava a suonare creava cose mostruose, in un suono assoluto che non conosce barriere e viene apprezzato da tutti senza svendersi, figlio della musica viscerale e genuina, sentimentale e incazzata. Perché ogni bastardo sulla faccia della terra ama una canzone di quel rock, che sia degli Oasis o dei Red Hot, dei Nirvana o dei Foo Fighters, o che sia stata di Hendrix, Lou Reed e Rolling Stones e tanti altri. I Black Keys oggi incarnano quello spirito in modo moderno e stimolante e ci dicono che, se temiamo che la vera musica sia finita e che del doman non v’è certezza, almeno c’è speranza.

“Lean forward slightly,
Look straight at the speaker
and listen with a sparkle in your eye
as though you might be thinking
‘gee this is the most wonderful thing
I’ve ever heard in all my life’ “

– The Breaks, da The big come up

Enrico Zautzik

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