Hammamet – la storia senza memoria

 In Cinema e Teatro

Hammamet, 19 gennaio 2000: un uomo che ha contribuito alla storia d’Italia, l‘ex segretario del PSI ed ex presidente del consiglio Bettino Craxi, muore.
Hammamet, 18 marzo 2019: una troupe s’insedia nella stessa casa, usufruendo dei posti, della mobilia, degli ambienti dove il latitante ex politico italiano ha vissuto gli ultimi anni della sua vita. 
La sollecitazione simbolica potrebbe essere molto forte; Pierfrancesco Favino è diventato ormai un mostro sacro della recitazione, e si è già distinto (qualora si sentisse ancora il bisogno di dirlo) per una magistrale interpretazione del pentito Tommaso Buscetta nel film Il Traditore.
E’ identico a Craxi, Favino: nelle distorsioni del linguaggio, nell accento, nel modo di muovere la bocca.

Insomma, le premesse per un gran film ci sono tutte: la storia cinematografica recente ha dimenticato sia il PSI sia Tangentopoli, e non ha mai realmente affondato le mani nella questione, per trasmetterla ai posteri e magari tracciarne una parabola, che in qualche modo segua il filo culturale e sociale che parte da lì ed arriva ai giorni nostri, passando per Silvio Berlusconi ed il PD. Il campo è aperto, il campione è in trance agonistica.
Allora perché Hammamet è un film terribile?
Perché ha deciso di abdicare al suo possibile valore ideologico, politico, culturale, propedeutico, strozzandosi in un nulla figurativo?
Forse solo Gianni Amelio lo sa.

Una melensa e noiosissima passeggiata nel giardino della famosa villa del politico milanese, questa è l’azione principale di due ore di Hammamet; Favino sembra un leone in gabbia, e la sua feroce prova recitativa viene sprecata senza scopo artistico, relegata al sentimentalismo spicciolo e ammorbante che attraversa tutto il film.
Tolto lui, rimane poco o nulla di un’opera di cui si fatica a comprendere il leitmotiv, la spinta natale che ha deciso di farle vedere la luce, ignorando qualsivoglia legge di ritmo, arte, emozione, suggestione.
Hammamet ha suscitato una polemica enorme intorno a sé, e, fra tutte le correnti, quella difensiva sostiene che Gianni Amelio abbia voluto trasportare su pellicola un ritratto intimistico del Craxi “umano”; lavoro terribile, anche da quel punto di vista, perché la piattezza narrativa impedisce ogni tipo di empatia e d’immedesimazione, al di là del credo politico e del feticcio di Craxi “politico”.

hammamet

E’ davvero estenuante seguire Hammamet nella sequela di commiserazioni, sfuriate, prese di posizione del protagonista su questioni effimere; è persino difficile scriverne, di Hammamet, essendo impossibile cavarne fuori qualcosa di rilevante, che possa essere oggetto di discussione. Il rapporto padre-figlia è degno della peggiore scuola di fiction all’italiana, suggerito e solleticato da discorsetti di mestiere, scevri di qualsiasi profondità o potenza figurativa. La credibilità storica e politica, oggetto principale della polemica successiva, è in effetti la parte peggiore, poiché interamente basata sull’autoanalisi del protagonista, lanciato in massime di poco effetto e discernimenti senza reale contenuto.
O, se vogliamo, un altro punto da cui cominciare la critica di Hammamet potrebbe essere scoprire, avendone già la sensazione durante la proiezione, che il piattume messo in scena è persino pesantemente romanzato, portando davvero a chiederci che razza d’immaginazione abbia chi ha scritto questo film: tradita la fedeltà al vero, la licenza d’inventare poteva tirare fuori qualcosa di significativo, sopperendo, sotto la sacrosanta scelta di non seguire passo per passo la storia, all’occasione propedeutica fornita da raccontare gli anni del PSI.
E invece no, il romanzato collassa su se stesso in una serie di forme retoriche e vuote, personificate nel personaggio Fausto Sartori, figlio del collega di partito dell’ex segretario Vincenzo Sartori (nel film morto suicida, nella realtà per cause naturali), senza dubbio uno dei personaggi peggiori della recente storia cinematografica italiana.

La cosa grave, non è quindi l’assenza di valore storico, ma è che Hammamet fallisce miseramente nel suo proposito altro, lasciando lo spettatore prosciugato dalla lentezza dei suoi tempi e la pesantezza della sua narrazione. Inoltre, la sua comunicazione emotiva è neutra, impastata nella staticità di immagini retoriche, a loro volta ingarbugliate nella ricerca di una ridondanza che non nasce mai.
Per quanto riguarda la polemica politica, è inevitabile avvertire la fastidiosa puzza di difesa forense: si dipinge un Craxi eroe incompreso, orgoglioso redivivo di uno Stato impazzito per cui si era sporcato le mani.
La realtà, per chi l’ha vissuta o l’ha cercata, è che al netto del sistema malato della politica italiana (di quegli anni?) e della ragion di stato, Bettino Craxi è stato processato e condannato per corruzione, ed i processi a cui non si è mai presentato hanno evidenziato come avesse rubato molto per sé oltre che per il partito. 
Craxi non era esule o rifugiato politico ad Hammamet, era latitante, e questo è tutto quello che c’è da dire.

Non c’è giustizialismo per chi ha ben fissi i principi e le fondamenta di uno stato democratico; capire non significa giustificare, condannare non significare puntare il dito o, peggio, lapidare. 
Significa mantenere salda la critica sociale, difendere principi neutri che dovrebbero ergersi a colonna portante della tenuta del tessuto civile, mentre sempre più spesso la loro linea di demarcazione viene spostata un metro più avanti per i propri compagni di squadra, che sia essa politica o ideologica.
La gogna pubblica è una cosa, la giustizia è un’altra.

Enrico Zautzik

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