Green Book – Miglior film per davvero

 In Cinema e Teatro

Green Book, ultima opera del regista Peter Farrelly, nome sconosciuto a primo acchitto, ma che in realtà insieme al fratello Bobby ha girato commedie di successo come Tutti pazzi per Mary, Scemo + scemo, ed altre, ha meritatamente vinto il premio Oscar come Miglior film all’alba dell’anno di Nostro Signore 2019.
Ormai, complice la volontà dell’opinione pubblica di fare di questo premio una questione sempre più politica, siamo abituati ad accompagnare alla visione della notte degli Oscar una schiera di polemiche, in diretta o postume, sui papabili vincitori o sedicenti illustri esclusi.
Anche quest’anno, il solito Spike Lee non ha mancato di dire la sua, nonostante la palesemente regalata statuina per la Miglior sceneggiatura non originale a quella cagata che è BlackKklansman, polemizzando sulla vittoria di Green Book e cercando di uscire dalla sala.
In virtù di questa vicenda vorrei prendermi un minuto soffermandomi sul raffronto fra le due pellicole, che servirà a spiegare anche perché Green Book è un grande film.

Le accuse del regista afroamericano, che ormai spara a zero periodicamente da anni, in uno sbraitare indiscriminato all’uomo bianco, non sono solo totalmente infondate (Lee ha accusato il film di accarezzare l’idea del bianco come “salvatore” dell’uomo nero e di essere stereotipato), ma anche reversibili: BlackKklansman è il padre padrone di tutti gli stereotipi, un film terribile che annichilisce di interesse e mordente una storia (vera) potenzialmente fortissima, inabissandosi in uno schema vecchio come il cucco di ripartizione fra bianchi e neri, adagiandosi su cliché terribili nei discorsi fra personaggi, e riuscendo veramente ad essere stucchevole nella dichiarata volontà di promuovere un non precisato Black Pride.
Probabilmente l’origine del malcontento del povero Spike risiede nella più realistica rabbia da perdente, visto che non si è risparmiato di dichiarare alle telecamere dopo le premiazioni: “Ogni volta che qualcuno guida io non vinco mai.” Chiaro riferimento alla vittoria di A spasso con Daisy a scapito del suo Fa’ la cosa giusta (quello sì che è un filmone), nel 1990, che ottenne due nomination ma nessuna statuina.

Green Book, invece, è una perla di oculatezza e semplicità.
Viggo Mortensen e Mahershala Ali (vincitore meritatissimo del premio come Miglior attore non protagonista, forse dimenticato da Spike Lee, che era in bagno) sono superlativi nel vestire i panni di due persone inchiodate dalla segregazione oltre la loro stessa volontà.
Quello che stupisce di Green Book infatti, è la maestria con cui la questione razziale viene gestita dai due protagonisti e fra di loro, piuttosto che con il mondo esterno che la impone e promuove.
Oltre che la dolcezza e potenza della storia realmente accaduta (uno degli sceneggiatori, Nick Vallelonga, è il figlio di Frank Anthony, Tony Lip del film, il quale è famoso al pubblico per aver interpretato il boss Carmine Lupertazzi ne I Soprano ed aver partecipato a decine di film di gangster in ruoli marginali come Il Padrino, Toro Scatenato, Quei Bravi Ragazzi, Donnie Brasco ed altri), Green Book porta con sé un realistico percorso dei personaggi dentro le loro credenze, ed i loro limiti.

Tony Lip è trascinato dall’ignoranza in un modo di pensare che la sua bontà e semplicità d’animo non abbraccia mai realmente, e la conoscenza dell’eccentrico Don Shirley lo stimola, suscita in lui un’ammirazione diretta e genuina che supera qualsiasi pregiudizio.
Dal canto suo, Mahershala Ali, ha la fortuna di interpretare un ruolo particolarissimo: a dispetto di quello che la demenza senile di Lee fa gracchiare, infatti, il personaggio di Don Shirley è unico nel suo genere, a mio modesto avviso: palpabile e disarmante è l’esposta condizione di uomo eccellente ma nero, la decisa volontà di Shirley, che aveva un’istruzione musicale classica, a non voler interpretare la scontata parte del talentuoso musicista negro che beve e fuma mentre suona il piano, rappresenta poi perfettamente il disagio intellettuale che una grande mente porta con sé, aggravato dalla discriminazione della società che lo celebra ma con la superiorità riservata ad un uomo di colore.
La posata e micragnosa cultura del protagonista di Green Book lo isola in una condizione di “negro eccellente” in cui egli viene apprezzato dai bianchi, i quali, però, lo trattano comunque da negro, e lo distacca dalle radici proletarie e ghettizzate dei suoi “fratelli”, dai quali viene visto come un volontario fenomeno da baraccone.
green book

Io non ricordo in tutta onestà, di aver mai guardato un film che affronti così intimamente, in modo semplice e comune da rendersi universale, la questione della segregazione.
Certo la vicenda reale aiuta, ma la caparbietà con cui Green Book non sfora in lezioni di diritti civili, mostrando piuttosto la trasformazione ed il lascito di una ben più valorosa esperienza personale, è davvero encomiabile.

In Green Book c’è un sapiente gioco di parti fra lo stereotipato ed il concreto, cosa che in BlackKklansman, per esempio, non avviene.
La presa di coscienza di Tony Lip verso il suo datore di lavoro, non è per niente data dalla pietas nei confronti del “povero negro in difficoltà”, ma dalla propria de-struttura dei paradigmi razziali attraverso un evidente complesso d’inferiorità nei confronti del colto pianista.
Chi non capisce questo, ha visto un altro film.
Anche nelle parti in cui svolge il suo lavoro, ovvero occuparsi della sicurezza di un pianista nero in tour nell’America sudista e segregazionista, il sempliciotto Vallelonga vive una mimesi nei panni del Dottor Shirley che sviluppa empatia, e mai si pone come detentore della superiorità razziale che elemosina aiuto al povero nero. Un’altra chicca ideologica di Green Book sta poi nella critica sociale e disgustata che Shirley vive nei confronti di Tony per buona parte del film: egli non concepisce infatti, come l’uomo bianco, che ha accesso alle strutture sociali e culturali che sono negate ai neri, possa disinteressarsene a tal punto, sguazzando nella cafoneria e nell’ignoranza; un’ennesima sapiente prospettiva unica rispetto a molte altre pellicole del genere, dove raramente si riflette sulla fortuna acquisita per diritto di nascita dagli uomini bianchi, sprecata nella pigrizia mentale e nell’ottusità generica.

Tra l’altro, Green Book, commuove realmente, tratteggiando un universo esistenziale di povertà e complessi nel caso di Tony Lip, i cui sentimenti nobili non trovano meritata espressione, incastrati dalla noncuranza e idiozia in cui vive, e di solitudine emotiva nel caso del Dottor Shirley, il cui talento si esaurisce in aridità sentimentale ed in un orgoglio costruito per forza di cose come difesa della sua condizione.
La premiazione come miglior film è meritatissima, e Green Book è davvero una perla da non perdere: un percorso di trasformazione on the road, sullo sfondo del segregazionismo, in cui due uomini attraversano, confrontandosi con le solleticazioni esterne, se stessi ed il proprio modo di ragionare, sviluppando un sentimento comune di affetto che, ed è questa la più bella morale del film, risulta più potente ed efficace di qualsiasi concezione razziale.

Il problema con questi Oscar, ormai, è la dichiarata attenzione socio-politica con cui li guardiamo: più che una competizione artistica, rassomigliano sempre più alla fiera del politically correct imperante in cui, come accade nel mondo reale, ogni dannata cosa, frase, gesto o film può rappresentare un’offesa a qualcuno.
A mio avviso, questo svilisce le vere battaglie per la parità razziale che (ahinoi) c’è ancora bisogno di fare nella società civile, alimentando un clima da fazioni opposte in cui la libertà creativa viene soffocata.
La creatività passa attraverso logiche diverse e non sottomettibili al decoro sociale, né tantomeno asservibili a una qualsivoglia forma di pensiero dominante.
Ogni approccio è lecito, che sia didascalico, moralizzante, sferzante, di critica o di parodia.
Green Book riesce in un compito ancor difficile che è quello di delineare un ragionamento evitando morali ridondanti o estremismi drammatici, semplicemente analizzando una storia umana attraverso un processo suggerito che è per di più nobile e propedeutico socialmente, in un mondo che sembra di nuovo scivolare verso l’odio razziale.
Quindi, caro Spike Lee, Fa’ la cosa giusta e taci, una buona volta.

Enrico Zautzik

Enrico Zautzik

Non sono responsabile delle censure di quei %&*"°# degli autori
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