Grand Budapest Hotel – Recensione

 In Cinema e Teatro

di Lavinia Petti

Quando il tuo nome diventa un aggettivo allora lo sai: ce l’hai fatta. Chiedetelo a Fellini, se non ci credete. Ma non è quello il momento di rilassarsi, perché proprio allora il pubblico, che ti ha premiato trasformandoti in una parte del discorso (un encomio più dorato e massiccio di qualunque statuetta dell’Academy), si aspetta che tu faccia esattamente quello che sai fare, e anche di più. Non so se vorrei essere nei panni di questi artisti: l’aspettativa è il più duro dei fardelli da sopportare, ma chiunque riesca a soddisfarla sa cosa si prova a tirare quel gratificante e meritato sospiro di sollievo.

C’era molta attesa per Grand Budapest Hotel, il nuovo lavoro di Wes Anderson, un regista che ci ha abituati a film “diversi”. Anderson non appone solo la sua firma, ma crea un’opera completa, in cui ogni singola scena è unica, originale, inconfutabilmente sua, con quel tocco un po’ onirico e un po’ naif che ci fa tornare bambini.

Wes Anderson è Wes Anderson, la sua personalità e la sua storia aleggiano dietro le famiglie disfunzionali, dietro quelle predilezioni cromatiche visivamente d’impatto, dietro quei personaggi in posa come in una fotografia, dietro quegli oggetti proustiani che più passano gli anni più diventano importanti. Possiamo riconoscerlo dalla sua compagnia di attori feticcio, che incarnano bambini intrappolati nel corpo di adulti; in quella scelta di montaggio accelerato che omaggia il grande cinema muto, Truffaut, Chaplin e le comiche – all’epoca la velocità di scorrimento era più lenta (16 fotogrammi al secondo, contro i 24 del sonoro), e le scene dei vecchi film, proiettate sui nostri televisori, ne riproducono non meno di 25, e per questo motivo ci sembrano velocizzate, innaturali. Anderson è in agguato quando piazza bombe di drammaticità, che forse esploderanno in sordina, o forse si dimenticheranno di farlo, e si nasconde dietro un british humour a cui aggiunge un pizzico di irresistibile surrealismo, o meglio, di paradosso della realtà. Wes Anderson è tutto questo e molto altro.

Quindi chiariamolo subito: Grand Budapest Hotel non vi deluderà affatto. È, in una parola, andersoniano.

The Grand Budapest Hotel

Prendiamo il potere inconscio dei colori, ad esempio, dal momento che i colori si fondono simbioticamente con la trama di ogni suo film. Noi riusciamo ad immaginare che tipo di personaggio abbiamo davanti prima ancora che questo agisca o parli, e il nostro non è un semplice tirare ad indovinare: Wes Anderson ci ha inconsapevolmente condizionati a giudicare una situazione attraverso lo spettro cromatico, in base ai vestiti che i suoi personaggi indossano e all’ambiente che li circonda. Questa volta, con Grand Budapest Hotel, Wes Anderson ha voluto esaltare la bellezza del viola. Lo sapevate che il viola è legato ai re e ai vescovi? E sapevate che simboleggia la capacità di immedesimarsi nel prossimo, accentuando l’emotività e la creatività, ed è tipico di persone impacciate, gentili ed artistiche? Forse no, ma se vedrete quest’opera premiata con l’Orso d’Argento all’ultima Berlinale, scoprirete che il protagonista, Monsieur Gustave (Ralph Fiennes, la cui versatilità gli avrebbe permesso di fare Voldemort ed Harry Potter insieme, a suo tempo), incarna alla perfezione tutte queste caratteristiche abbinate al colore viola. Forse Monsieur Gustave non ha sangue blu e vive in una camera accogliente quanto un ripostiglio brulicante di topi, ma i suoi modi sono regali e il suo ruolo da concierge di un gigantesco albergo nell’immaginaria Zubrowka fa di lui il re di un mondo in declino, o forse mai esistito, ma che con la sua oratoria e le sue maniere raffinate prova strenuamente a difendere. Monsieur Gustave trova in Zero Moustafa (lo sconosciuto Tony Revolory), un ragazzino emigrato con zero esperienza, zero istruzione e zero famiglia, il suo erede naturale, prima come garzoncello, poi come poeta, e poi… poi vedrete.

Sebbene sia il viola il colore dominante, accompagnato dal rosso e dal rosa (perfetto per la dolcissima Agatha, ovvero Saoirse Ronan, per l’occasione con una voglia a forma di Messico sulla guancia destra), il nuovo film di Wes Anderson è un giallo. Non aspettatevi colpi di scena o sorprese eclatanti alla Agatha Christie, perché non è quello lo scopo. Lo scopo è raccontare l’Europa sulla soglia di una guerra, lo sbiadirsi di un mondo che precipiterà nel bianco e nero, scivolando verso l’inevitabile fine di un’epoca dell’umanità, perché dopo quel momento niente sarà più come prima.

Tutto parte dall’omicidio di una delle amanti di Monsieur Gustav (il quale preferisce la carne stagionata di vecchie ottantenni a quella di giovani inesperte), dalla lotta per l’eredità che questa morte scatena, tra figli, sorelle e parenti alla lontana, e dal furto impulsivo di un certo, preziosissimo quadro; ci sono camerieri che testimoniano il falso perché non hanno fegato, deputati testamentari che ne mostrano fin troppo, killer professionisti che sono molto, molto cattivi, poliziotti che hanno capito la verità ma devono fare il loro dovere, carcerati grossi ma buoni, società segrete di chiavi incrociate, una donna dal piede equino, e tanti altri ancora. Ne passano tanti, in effetti, per la hall di quell’hotel: Bill Murray, Edward Norton, Jude Law, Tilda Swinton, Jason Schwartzman, Willem Dafoe, Owen Wilson, Adrien Brody, Jeff Goldblum, Léa Seydoux, e la lista continua, rendendo i titoli di coda prevedibilmente copiosi. Ma in fondo il Grand Budapest è un hotel, ed è a questo che serve: accogliere ospiti non è solo lecito, è vitale. Anderson ama gli alberghi, forse perché sono dei non-luoghi in cui si aggirano dei non-personaggi, fantasmagoriche presenze che vanno e vengono; gli alberghi, in verità, appartengono a tutti e a nessuno, sono privi di uno spirito, luoghi morti infestati dai vivi. Ma non il Grand Budapest. Il Grand Budapest vive e ha un’anima, e il colore della sua anima è il viola, senza dubbio, riflesso incondizionato del suo appassionato concierge-poeta e della sua capacità di far risplendere ogni cosa.

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C’è da chiedersi che problemi irrisolti abbia Wes Anderson nei confronti degli animali: da I Tenenbaum a Le avventure acquatiche di Steve Zissou, da Il Treno per Darjeeling a Moonrise Kingdom, fino a questo Grand Budapest Hotel, cani, gatti e cobra non se la passano poi troppo bene.
Per il resto, scenografie perfette, musiche perfette, costumi perfetti, regia perfetta. Anzi, andersoniani.

Le uniche macchie nere in questo sgargiante amplesso, è che forse alcune scene sono davvero troppo andersoniane (la discesa dal monastero sul monte, per esempio), e che al di là di tutto Grand Budapest Hotel, per quanto sia stato il più atteso della sua carriera, non è quello che coinvolge di più emotivamente. Ma parlo per me, ovviamente: io ho un’inguaribile debolezza per Il treno per Darjeeling.

Tuttavia, se qui la questione è un’altra, e se amate Anderson e la vostra domanda è vale la pena vederlo?, io vi risponderò con un’altra domanda: cosa diavolo ci fate ancora a casa?

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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