Gorillaz a Lucca, la ricompensa dopo vent’anni d’attesa

 In Musica

12 luglio 2018, Lucca. 
Concerto dei Gorillaz.
Vent’anni dopo.

Io e la mia ragazza ci troviamo in piazza Napoleone, in un pomeriggio caldissimo, pensando: “Si farà davvero qui? Com’è possibile?”
Pensiamo alla prima volta dei Gorillaz in Italia, una vergine assurdamente evitata dal gruppo fittizio nato dal genio di Damon Albarn e dalla originalità fumettistica di Jamie Hewlett. Il posto sembra decisamente troppo piccolo, le temperature impietose e la gente attesa davvero tanta. Ma chissenefrega, aspettiamo e vediamo! Siamo arrivati a questo concerto in circostanze poco felici per entrambi, regalo ricevuto da me a Natale e tanto atteso quanto sofferto. Insomma nessuno dei due ha la testa sgombra.
Arriviamo perplessi e un po’ amareggiati un ora prima del concerto, con la calma di chi non è disposto a fare follie ma non demorde solo per delle premesse sbagliate. La piazza è strapiena: chi dice ottomila, chi diecimila. Ci piazzamo subito benissimo, sufficientemente vicini al palco, larghi e sollevati da una brezza che inizia a scavare fra i vicoli di Lucca.
Quando compare la scritta Gorillaz sugli schermi, l’emozione inizia a crescere. Nel vedere Damon Albarn mi rendo conto che aspettavo questo momento da 18 anni, seguendo la fede incostante verso un gruppo incostante che, nonostante i cambi di rotta stilistica, si è mantenuta salda da quando ero bambino. La platea è eterogenea: ragazzi sulla trentina per la maggiore, ma anche persone grandi e un numero inaspettatamente considerevole di famiglie. Molta gente che pare raccolta a caso e per sbaglio, ma che incarna perfettamente lo spirito di quello che significano i Gorillaz. Universalità. Un messaggio che abbatte i confini e si fa diretta percezione attraverso la musica, disertando anche i limiti di genere della stessa. Quando inizia il concerto infatti, con M1A1, la sensazione è quella di essere ad un rude e selvaggio concerto rock. Albarn alla chitarra spalleggiato dall estroso bassista Seye Adelekan, spinge il pezzo al limite e dà subito la carica ad un pubblico pronto per accogliere il premio di vent’anni d’attesa. Immediatamente cresce l’adrenalina e spariscono tutti i problemi, i dubbi, i pensieri esterni: i Gorillaz catapultano diecimila persone in quello che sarà un viaggio unico e indimenticabile.


Piazza Napoleone si sposa perfettamente con l’ambiente di quello che sembra il ritrovo di vecchi amici più che una situazione di accoglimento di massa informe. Il clima è disteso, felice, sano. Dalle prime file fino alla nostra altezza, e ancora oltre alla coda della platea, tutti ballano, cantano, sorridono, sbracciano. L’entusiasmo non è mai violento o esagerato, si vede che sono tutti lì a godersi la musica. Musica che arriva perfettamente al fulcro del sentire umano, spaziando fra generi completamente diversi, dal hip hop al britrock, dalle influenze trance al pop più puro.
La scaletta rispecchia perfettamente l’idea trasversale alla base dei Gorillaz, della gente che è lì, e del motivo per cui questa band funziona: ossia la diserzione di qualsiasi limite convenzionale, un eclettismo concettuale basato solo sul talento dei musicisti e del suo creatore che mira esclusivamente alla catarsi serena che la buona musica regala. È questo che rende unica un’esperienza altrimenti già vissuta, lontana dall’idolatria verso chi è sul palco e concentrata sulla diversità, sul multiculturale. Si balla in decine di modi diversi, si ragiona e ci si emoziona con l’ermetismo pubblico e senza vergogna di Albarn, a tratti, complice la presenza dei De la Soul, si vive un vero e proprio concerto hip hop. I Gorillaz sono tutto e non sono niente. Proprio in questo risiede la loro forza. Albarn non è protagonista indiscusso di un’immedesimazione di massa: non pesa sul palco più di quanto facciano gli altri, forse solo un pelo perché il suo è il nome più conosciuto. A volte si mette nelle retrovie a suonare la pianola o la chitarra come in Superfast Jellyfish lasciando ad altri il compito di intrattenere.
Altra cosa che salta all occhio, in barba al razzismo dilagante del momento, è che sul palco sono tutti afroamericani: dai già citati Seye Adelekan e Pos e Dave dei De la Soul, a tutto il coro che regala momenti soul e funk, incidendo molto sulla reinterpretazione dei brani più vecchi, passando per i batteristi Gabriel Wallace e Karl Vanden Bossche, e ancora per gli ospiti d eccezione: Jamie Principle che dà il suo contributo da maestro del house in Hollywood, dove compare anche Snoop Dogg sullo schermo a fare la sua parte sebbene a distanza; Bootie Brown dei Pharcyde, altro pilastro dell’alternative rap statunitense, che regge il confronto con se stesso 13 anni dopo in Dirty Harry (collaborazione che gli valse un Grammy) e sostituisce egregiamente Mos Def in Stylo. Un melting pot artistico e ideologico necessario alla messa in scena dell’eclettismo musicale citato prima. Il risultato è infatti un’iniezione di potenza e stile tipica del beat afro, perfettamente coniugata alla timidezza riflessiva chiaramente europea e britannica dei testi.
L’aura di Albarn è quella di un Cicerone umile, che non si impunta al centro della scena ma la immola al talento di artisti congeniali al tipo di suono che la singola canzone trasmette. 93 minuti coi Gorillaz passano troppo velocemente sgombri da pensieri del mondo e colmi di energia collettiva. La naturale conseguenza è lo stare a proprio agio, fatto che si palesa nello sguardo di tutti i volti che si incrociano. Damon contribuisce a questo clima salutando il pubblico in modo simpatico ma senza forzare la mano, chiedendosi(ci) come sia possibile che siano passati vent’anni. Tutti ridono. Sembra proprio un vecchio amico poi quando racconta che era in Svizzera quando l’Inghilterra è stata eliminata dai mondiali, di quanto fosse triste e che gli svizzeri non capiscono nulla di calcio mentre noi potevamo capirlo.
Io riesco a capire Damon da più di 10 anni, in ogni testo delle sue canzoni, nell’idea generica alla base dei Gorillaz, nel messaggio universalistico e maturo e mai aggressivo, nella timidezza estroversa, nella solitudine accogliente e comune. Io e la mia ragazza abbiamo ballato ininterrottamente mille generi diversi, spesso dimenticandoci del palco, senza aver bisogno di essere ubriachi per sentire una connessione che abbracciava tutti i presenti in piazza Napoleone, dimenticandoci i problemi e le afflizioni della vita comune e gustandoci un’esperienza che è valsa vent’anni d’attesa.

Enrico Zautzik

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