Gomorra 4, il grande abisso

 In Serie Tv

Avevamo lasciato Gomorra nel dicembre 2017 con il corpo de l’Immortale che affondava nell’abisso.
Un anno e mezzo dopo, possiamo capire profondamente la metafora che quella scena ci stava suggerendo ma che, presi dagli intrighi di potere e dalle vendette sanguinarie, non avevamo messo bene a fuoco. La metafora è una e chiara ormai: Gomorra cadrà in basso, sul fondo, insieme al corpo di Ciro.
Questa quarta stagione realizza completamente lo sfascio iniziato nella terza: ogni barlume di senso è ormai smarrito, ogni tentativo di qualità abbandonato, gli sceneggiatori, registi e tutti i coinvolti, hanno ormai defezionato e le armate vanno alla deriva senza un obiettivo.

È veramente difficile collegare quest’ultimo capitolo con l’esordio della serie, sembrano due mondi differenti, prodotti a parte collegati esclusivamente dalle facce e i nomi dei personaggi.
Cominciamo col dire che non vi è più un solo personaggio che sia minimamente credibile: i reduci dalle vicissitudini precedenti hanno perso qualsiasi carattere verosimile, si trascinano fra le puntate senza una caratterizzazione vera e propria, tradendo il senso che avevano o che avrebbero dovuto avere, in una riscrittura totale che non si collega per nulla alle precedenti stagioni.
Nemmeno le vecchie glorie, Genny, Patrizia, Sangue Blu, riescono a reggere l’impianto narrativo che come un colabrodo fa acqua da tutte le parti e si disfa senza proteste, come l’esito naturale e annunciato di un fenomeno fallimentare.
Perché, come avevamo già detto, il disastro era annunciato ampiamente, e i difetti che Gomorra portava in seno hanno finito col distruggerla.
Vediamo concretamente come.

gomorra

Innanzitutto, la definitiva pietra tombale a questa serie, viene proprio da quello che fino ad ora era stato il punto di forza: il ritmo.
Narrativamente non succede davvero un granché nella quarta stagione, e gli eventi che occupano malamente lo spazio-tempo registrato sembrano buttati lì a caso, briciole donate da un’idea avvizzita per non perdere spettatori. Molte delle questioni che abbiamo visto prendere forma in questa stagione di Gomorra, infatti, non hanno alcun senso, e palesano la loro forzatura puntata per puntata, rimestando ogni angolo del crime più banale pur di finire i cinquanta minuti a disposizione. Unica eccezione la puntata dei ragazzini rapinatori di bordelli, la quale però calca inutilmente le orme di Marco e Pisellino, e finisce per rappresentare anch’essa un nulla di fatto. Un’inusuale lentezza grava sui singoli episodi, permeando la già scarna narrazione. Le scorze dell’agrume originale, spremuto fino allo stremo, iniziano a puzzare di stantio e ripetitivo. Ma non sarebbe nemmeno questo il problema principale.

Ciò che infatti salta all’occhio in modo drastico (anche rispetto alla terza stagione, già deficitaria rispetto alle prime due), è il crollo del livello registico, anch’esso evidentemente avvizzito dalla mancanza di una storyline accattivante e di spunti nuovi. Ambienti tetri e illuminazioni pessime cercano di creare una suspense che non prende mai corpo, attardandosi inutilmente in ossessive ripetizioni di macchine e motorini che fanno avanti e indietro, con i protagonisti a bordo, per dare vita a sterili dialoghi fra gli stessi personaggi.
Proprio i dialoghi poi, a mio avviso sempre punto debole di Gomorra, si inabissano definitivamente in un nosense di frasi fatte, portando allo stremo quel parlare già inutilmente ridondante che aveva caratterizzato tutta la serie: è ormai impossibile seguire una conversazione senza scoppiare a ridere, sia per la banalità finto-poetica delle sentenze, sia per l’assoluta inconcludenza dei discorsi. Oltre al fatto che, inspiegabilmente, tutti parlano a due centimetri dalla faccia degli altri.
L’allungamento del brodo non è solo un furbo espediente per ottenere qualche minuto in più; facendoci debitamente attenzione, noterete come siano estenuanti e frequentissime le inquadrature a strade e macchine e, ascoltando bene i personaggi nelle loro innumerevoli sedute di ciarle, vi troverete a chiedervi “E quindi?” per la maggior parte della durata della stagione.

Si inasprisce tremendamente il tono da soap-opera che già aleggiava nell’aria, e lo spettacolo a cui si assiste è una squallida drammatizzazione di eventi poco chiari e comunque numericamente insufficienti. Non si salva nulla in questa quarta stagione di Gomorra, davvero nulla.
Gli attori ad esempio, sono davvero spaesati dall’obbligo di reggere tutto l’impianto narrativo in quattro/cinque, e si ripetono pateticamente nelle stesse battute per dodici puntate, che non sono affatto poche. Tramontati i personaggi interpretati da attori di spessore come Fortunato Cellino, Marco d’Amore, Maria Pia Calzone, Fabio De Caro, Cristina Donadio, e la vera rivelazione di Gomorra, Marco Palvetti, i restanti concorrenti in gara, in sostanza Genny, Patrizia e Sangue Blu, sono davvero intontiti, e si mostrano in tutta la loro inesperienza, non riuscendo davvero a dare un tocco in più ai propri alterego. Patrizia ha una maschera immobile (davvero, è immobile) per 12 puntate di fila ed in qualsiasi situazione si trovi; Genny è il solito borderline tra drammatico ed esilarante; Sangue Blu fa davvero poco e niente. Gli unici personaggi, lievemente, credibili, sia come resa realistica di un criminale, sia nelle parti recitate che li caratterizzano, sono i Levante, i cugini di campagna di Gennaro Savastano scesi in campo nella quarta stagione.
Il cambio di guardia è stato davvero poco all’altezza di sostituire l’impianto artistico originale (ho nominato personaggi centrali, ma lo stesso discorso si estende anche ai secondari), crollando anch’esso sotto il macigno della mancanza di una narrazione di alto livello.
Quello che fanno i nostri beniamini criminosi non è altro che adattarsi alla tormenta e sparare qualche cazzata sensazionalistica fra un “aggià capì chi song e nemic” e un “Stamm sott’ attacc”, frasi ricorrenti riconducibili più a militari confusi da acidi, che ad interpreti della criminalità organizzata.

La crudezza anche va affievolendosi, e questo è davvero un male per l’impressionabilità che non si distacca più nettamente dalla vita criminale, ma crede di poter quasi sopportarla.
La violenza messa in atto in Gomorra è infatti solo a scopo narrativo, per sbloccare situazioni inutilmente macchinose che si intrecciano (in modo abbastanza lineare e scontato) fra le quasi dodici ore di visione; nulla è feticistico, non ci si sofferma per niente sul gesto, sulla crudeltà o sulla tragedia della morte; cosa sconvolgente se pensiamo ad un ipotetico obiettivo di analisi realistica del fenomeno camorra. L’arte e la denuncia vengono messe da parte, tutto scorre sotto la lucente insegna Gomorra per vendere il prodotto e portare soldi.
Terribile, davvero terribile.
Sparo dopo sparo, i personaggi lasciano la storia senza alcuna motivazione plausibile, a volte, in maniera totalmente forzata, nel migliore dei casi; morti solo per fare andare avanti la baracca, solo per far mimare ai ragazzini l’esecuzione di questo o di quello, o creare nello spettatore adulto il facile appeal per il personaggio scomparso di cui poi parlerà sui social.
È impossibile non gridare al fallimento se si pensa da dove si era partiti e, soprattutto, con qualche piccola attenzione, dove si sarebbe potuti arrivare.
Invece italicamente abbiamo buttato tutto alle ortiche; mi viene in mente quella parte della serie Boris, quando, a scadenza di consegna, si manda a puttane (letteralmente) tutto l’ambizioso progetto di Medical Dimension per tornare a fare il comodo Occhi del Cuore.
È questo che facciamo noi italiani, sempre: tornare all’abitudine poco impegnativa, al soldo facile, alla furberia di poco sforzo.
Per questo non produciamo un cazzo di notevole: ci accontentiamo della mediocrità; solo poi siamo costretti, messi di fronte all’onestà intellettuale, ad osannare Breaking Bad, Game of Thrones, Vynil, nemmeno ci mancassero le storie da raccontare, o la capacità di farlo.
Forse è vero quello che dicono di noi all’estero: siamo troppo teatranti nella vita, e alla fine non sappiamo farlo come lavoro.
La nostra fantasia avvizzisce sul luogo comune, la battuta ad effetto, e su una penuria di tormento emotivo, in attori confezionati come popstar di paese, mentre all’estero, quando sforniamo artisti con la A maiuscola, non esitano a rubarceli; non è un caso credo che la più grande serie italiana prodotta finora, The Young Pope, conti davvero pochi attori italiani.

Gomorra rende palese che abbiamo bisogno di una forte critica creativa, capace di fermentare quella sensibilità emotiva e idealistica che ci ha sempre contraddistinto in letteratura, che faccia esacerbare la nostra fantasia, spezzandola dagli archetipi a cui si aggrappa per ricostituirsi su dogmi nuovi, sperimentali, che riescano a dare valore al bagaglio culturale e popolare che ci portiamo dietro, mettendo a frutto la nostra innata intelligenza emotiva e fantasiosa.
In modo che nessuno mai, negli anni avvenire, dovrà sorbirsi ore di SUV che sfrecciano per la tangenziale di Napoli e la smorfia immobile di Patrizia.

Enrico Zautzik

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