Si è chiacchierato tanto sulla terza stagione di Gomorra: problemi con i permessi, polemiche da cariche istituzionali sul malsano effetto della serie sui più giovani, generale schieramento a favore o contro, come se la serie stessa rappresentasse una questione sociale.

Allarmismi a parte, non si può in tutta onestà attribuire ad uno show una responsabilità civile così grande. La vecchia storia dell’emulazione va avanti da decenni, e ad ispirarla è quasi sempre un atteggiamento reazionario e bigotto che deresponsabilizza le persone, come se queste fossero giustificate dall’aver appreso in televisione, o dai videogiochi o dalla musica (credenza che per esempio imperversava in America negli anni ’90) atteggiamenti violenti o dannosi in genere.

gomorraÈ una questione complessa e di grande portata: non si può negare che l’emulazione venga sollecitata molto facilmente da modelli negativi piuttosto che positivi, ma seguendo rigorosamente questa logica quanti libri, film e dipinti avremmo dovuto bruciare?
L’essenza stessa dell’arte vive l’ambivalenza umana fra positivo e negativo, rispecchia ciò che vede e fa vedere ciò che siamo, in un rapporto di reciprocità impossibile da liquidare sotto l’egida di un presunto dogma benevolo da seguire. Nella fattispecie, per Gomorra questo discorso vale lo stesso, pur se non stiamo parlando de Il silenzio degli innocenti o delle tele di Goya.
Per Gomorra vale la stessa legittimità dei film di Scorsese o delle canzoni di Marylin Manson; non possiamo storcere il naso perché ci riguarda troppo da vicino o perché sottolinea una verità con cui è difficile convivere, costretti sempre come siamo a portarne l’immagine nel mondo come un fardello di ottusità e miopia. Eppure c’è un’obiezione da fare, che personalmente ritengo perno di tutta la questione nonché chiave di lettura della serie stessa: il come.

Come rendere qualcosa ha spesso più valenza della cosa stessa: lo stesso messaggio, veicolato in modi diversi, può sortire effetti diametralmente opposti.
Ed è in questo che Gomorra fallisce.
Ha ormai già dalla seconda stagione abbandonato la velleità di denuncia sociale che il romanzo di Saviano e quella perla del film di Garrone tanto si proponevano e riuscivano a trasmettere.
Gomorra mitizza se stessa, facendosi brand da vendere piuttosto che portatore di contenuti, questo la svilisce come serie e rende poi non tanto insensata la polemica intorno all’ideologia che trasmette.
Ci sono vari punti attraverso i quali si può notare una sostanziale differenza fra l’evidenziare una dinamica criminale ed il renderla affascinante: in primo luogo la vicinanza allo spettatore. Sangue Blu e soci (nuovi protagonisti in questa terza serie) sono uguali al ventenne napoletano odierno, sia nell’aspetto che nei comportamenti: questo fa sì che l’immedesimazione sia molto più facile e quasi suggerita. Ricucire la distanza fra personaggio e persona è un espediente troppo facile per far affezionare lo spettatore, ma rischia di essere la via attraverso cui avvicinarlo emotivamente al personaggio e di conseguenza al ruolo che recita: in parole povere, vedere un feroce criminale in modo comprensibile e riconoscibile nella propria realtà personale è un mezzo meschino per far immedesimare i ragazzi nei personaggi, e viene da pensare che sia questo lo scopo preposto dietro la creazione degli stessi. Non raccontare un dramma per com’è, ma adattarlo a chi lo sta guardando.
Sotto quest’ottica forse ci sarebbe da polemizzare un po’ in una città come Napoli dove siamo troppo abituati a seguire falsi miti.
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In secondo luogo la totale assenza di un antitesi legale agli sviluppi criminosi della serie: non si vede l’ombra di un poliziotto o di un’associazione antimafia durante lo svolgimento dell’ultima stagione, ma anche nelle precedenti. I protagonisti criminali scorrazzano indisturbati come e quando vogliono, e colpevolmente si elimina dalla narrazione un’opposizione alla sopraffazione camorristica, cosa inusuale se consideriamo che proviene tutto dall’opera di un autore che vive sotto scorta.gomorra
L’assenza di una controparte positiva sembra togliere speranza e voce alle persone normali, ed inoltre consegna un racconto unilaterale, perversamente fissato solo sui giochi delle logiche criminali fra intrighi, tradimenti e morti ammazzati. Manca una visione più ampia, l’obiettivo è troppo stretto su Genny, Ciro, i Confederati e tutte le gerarchie che si mescolano e trasformano a suon di proiettili.

Il terzo punto racchiude i primi due essendo il più generico: guardando Gomorra si ha la sensazione di assistere a qualcosa di forzatamente romanzato, un teatro dall’appeal accattivante che però va via via perdendo spessore. Se già dopo la prima stagione si era avuto un calo di senso a favore di una confezione scintillante, nella terza si definisce chiaramente l’obiettivo ultimo degli autori: la vendita. Gomorra non è più il ritratto del disagio camorristico tutto napoletano, ma la pittoresca e ridondante fiaba criminale dove, fra una battuta grave quanto inutile e l’altra, si assiste a veri e proprio suicidi di senso (vedi la rinnovata amicizia fra Genny e Ciro).
Gomorra cerca di essere prodotto piuttosto che arte, sacrificando la versione cruda della realtà che racconta a favore di un’appariscente immagine tarocca di un mondo spietato che diventa accattivante. Facce drammatiche, sospiri enigmatici ed un napoletano sgrammaticato fanno da pessimo contorno ad un’opera che avrebbe tanto da dire, ma sceglie di farlo in un modo sbagliato e finisce per non dire nulla.

Confrontandola con il film di Garrone la serie esce sconfitta sia in quanto impatto emotivo che in ambizione artistica. Il Gomorra del 2008 era un dipinto violento e crudo, assistendo al quale ci si sentiva lontani anni luce dai protagonisti e dalle loro logiche se non per la compassione che suscitavano. Pisellino e Marco erano gli stessi ragazzi ambiziosi e intraprendenti come Sangue Blu e compagni, ma non parlavano per paroloni ripetuti fino all’assillo, ma come parlerebbe ogni ragazzo dei vicoli di questa città, e non apparivano forti ed invidiabili nella loro determinazione, ma solo condannati ad un destino già scritto per loro da caso e irresponsabilità. Si percepiva chiaramente l’aria di sconfitta sociale che nella serie è assente.
In Gomorra vi è tutto un sistema che si regge di per sé, perfettamente funzionante e mai intaccato dalla moralità dei personaggi o da una morale incidentale suggerita dalla narrazione; quello che importa è il vestito, i tagli di capelli alla moda, i tatuaggi, le frasi ad effetto. La trappola dell’idolatria è sempre sfiorata in modo troppo furbo e sfrontato, e lo stesso Saviano ha ceduto a vere e proprie cadute di stile pur di difendere il suo gioiellino che sembra molto lontano dalle intenzioni di denuncia che l’autore ha sempre millantato.

Forse solo Ciro è il personaggio che rimane più fedele a se stesso e ad un’idea in qualche modo riconducibile ad una concretezza sfumata, ormai, negli altri personaggi.

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Il look, però, funziona, e la terza stagione si lascia seguire (seppur in modo più lento delle due precedenti) tutto sommato con piacere, pur perdendo la possibilità di costituirsi come vero capolavoro moderno, ipotesi ormai chiaramente accantonata dagli sceneggiatori. Il finale, ad esempio, per quanto inaspettato ed immotivato, è un vero e proprio shock di suspense e stupore in grande stile: un segno palese di come l’obiettivo principale sia farsi seguire l’anno prossimo, non dire qualcosa.
Per quanto si lasci apprezzare, Gomorra si sta definendo, stagione dopo stagione, sempre più come capolavoro incompiuto e ridondante capriccio di vendita.
Il maggior peccato è quello di sprecare un bacino di utenza mai visto prima per una serie italiana e in particolare napoletana, a cui si potrebbe consegnare davvero l’anima di una città intera e dei demoni che la perseguitano, prendendo spunto dalle innumerevoli storie di vita reale che popolano le nostre strade, invece che accontentarsi di confezionare un mero prodotto, schiavo delle logiche di apprezzamento e sempre più imprigionato in se stesso.

 

Valutazione dell'autore

Enrico Zautzik

Enrico Zautzik

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