Ghost in the Shell – Recensione

 In Cinema e Teatro

Era il 1995 quando il regista Mamoru Oshii firmò il cult d’animazione Ghost in the shell. Un po’ Akira, un po’ Blade Runner, il film parlava del rapporto tra identità, evoluzione tecnologica e trascendenza con un immaginario tutto cyberpunk. . Riproporne un remake live action non poteva che essere un azzardo e oggi il nuovo Ghost in the Shell del regista Rupert Sanders rischia di essere linciato ancor prima di essere visto. Dopo esserci quindi ricordati che tradurre significa sempre tradire, vediamo qual è stato il prezzo del tradimento per questo nuovo Ghost in The Shell.

Sfuggita ad un incidente mortale, il Maggiore (Scarlett Johansson) è stata potenziata con un corpo sintetico e inserita nella squadra anticrimine chiamata Sezione 9. Le sue capacità la rendono l’unica in grado di indagare sugli omicidi commessi da un misterioso essere, capace di hackerare le menti altrui. E’ proprio seguendo le sue tracce che il Maggiore, affiancata dal fedele compagno Batou, comincerà a dubitare della propria identità e soprattutto dei pochi ricordi della sua vita precedente: forse quelli che credeva salvatori, sono invece proprio i suoi carnefici.

Rupert Sanders, fondendo due film della saga originale (Ghost in the Shell + Innocence), ricrea un mondo fedele all’immaginario di Mamoru Oshii e del manga (firmato da Masamune Shirow) da cui tutto è nato. New Port City, fusione perfetta tra Hong Kong, New York e Tokyo, è restituita in modo impressionante, con un 3D convincente e non puramente esornativo: tutto è umido e quasi si sente l’odore di pesce marciscente, mentre colossali ologrammi pubblicitari infestano la città come spettri. Le scene d’azione sono incalzanti e la bella fotografia di Jess Hall fa da perfetto contrappunto alle note sintetiche di Clint Mansell. Tutto offrirebbe un piacevole intrattenimento nella media, se solo non conoscessimo la storia originale.

Sul Ghost in the Shell di Sanders pesa innanzitutto un peccato comune a molta cinematografia occidentale: il voler spiegare a qualsiasi costo ogni singolo momento della narrazione, spinti dal terrore che lo spettatore perda anche solo una sfumatura del testo. Il mistero vagamente filosofico dell’originale viene così meno e il viaggio del Maggiore alla ricerca della propria umanità troppe volte rischia di diventare un semplice poliziesco. Altro problema, purtroppo, sta proprio nella protagonista sintetica, interpretata da una Scarlett Johannson ormai votata al genere: il suo Maggiore non ha lontanamente la carica erotica di Ava (magnifica Alicia Vikander di Ex Machina) e il doppiaggio in italiano la priva anche della calda voce con cui dava vita all’IA di Her.

Ghost in the Shell è un banchetto retrofuturista riadattato a parabole narrative hollywoodiane: la discussione ambigua dell’originale sul rapporto tra identità e ricordi qui viene risolta in maniera classica con l’idea che “siano le azioni a definirti, non i tuoi ricordi”. Una poetica da supereroe, a cavallo tra DC, Disney e Marvel, con la quale viene riadattata la ben più filosofica e trascendentale versione orientale. Così Sanders e il suo Maggiore virano verso i modelli più familiari di The Bourne Identity, Total Recall e Robocop (e questi son complimenti), disinnescando l’inquietudine di fondo della matrice. Così il prezioso Ghost del titolo, con la sua carica spirituale, si perde nel processo, come lost in translation direbbe Sofia Coppola. Non posso dire di essere uscito dalla sala inorridito, tuttavia, dopo aver visto Ex Machina e una serie come Westworld, la semplicità risolutrice di Ghost in the shell lascia un senso di vaga insoddisfazione.

Resta una confezione impeccabile  che a volte mi ha fatto dimenticare tutto il resto, con momenti davvero divertenti: ho scalpitato nel vedere Takeshi Kitano armato di revolverone dire in giapponese “Non si manda un coniglio ad uccidere la volpe!”. Fatto per i fan, Ghost in the shell potrebbe paradossalmente farsi amare solo da chi non lo è. Nonostante tutto, questa azzardata operazione di traduzione, proprio per le sue trasformazioni culturali, resta ancora più sensata degli stampini Disney. Non fatevi ingannare: tradurre significa sempre tradire. Sempre.

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Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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