Georgetown: la prima di Waltz

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Georgetown, basato sull’articolo del New York Times The Worst Marriage in Georgetown di Franklin Foer, è il film d’esordio alla regia di Christoph Waltz. Waltz non rinuncia alla posizione davanti alla macchina, interpretando anche l’eccentrico protagonista, Ulrich Mott.

Sebbene la storia narrata (realmente accaduta) abbia dei tratti surreali, Georgetown è un lavoro molto canonico, incentrato principalmente sulla ormai famosa logorrea da salotto di Waltz, scoperta magistralmente da Tarantino, e, purtroppo, poco di più.
La pellicola presenta infatti una struttura molto basilare, quasi televisiva, palesando la forte ispirazione al thriller dai modi anni ’90: inquadrature scolastiche e poca caratterizzazione dei personaggi, intreccio interessante per gli eventi in sé, ma poco per la resa cinematografica.
L’aria d’alta borghesia è certo resa bene da questo approccio, tuttavia non basta a sostenere una trama che, con rispetto per gli eventi accaduti, è ovviamente scontata fin dai primi minuti: Waltz prova a costruire un intreccio che mischi le carte in tavola, lavoro che funziona anche, fino ad un certo punto. Ma, nel complesso, anche il rimescolamento di segmenti temporali distinti non distrae lo spettatore da quello che sa bene essere l’esito, lasciando la narrazione troppe tracce su come le cose andranno a finire, a volte anche senza un vero motivo.

Quello che è interessante, piuttosto che la parte thriller, è l’ambizione sociale del patetico Ulrich, che risulta però marginale anch’essa, sacrificata alla parte poliziesca e non finemente sviluppata. Ne viene fuori un buon ritratto sull’ambiguità morale, su un mondo (quello alto borghese) che si regge unicamente sulla forma e dimentica completamente la sostanza, almeno fino a che non si presenta a mostrare il conto. La storia vera dietro gli eventi di Georgetown è infatti molto interessante, ma la pellicola non ha merito particolare nel riproporla, se non quello di mettercene al corrente.

Pare che la speranza di produrre Georgetown sia stata devoluta unicamente alle doti di Waltz, in quest’occasione meno sopraffine del solito, forse per l’eccessiva somiglianza a schemi già proposti in Bastardi senza gloria e, soprattutto, in Django o in Carnage, imprigionato in una veste che inizia a calzargli un po’ stretta. Il film sembra quasi uno spin-off di un personaggio impegnato in altre trame, e non riesce a superare la media nemmeno avvalendosi delle doti del grande attore austriaco.
Anche le sue colleghe femminili, Vanessa Redgrave, nei panni dell’anziana moglie di Ulrich, la sua porta sulla società, e Annette Bening, a cui invece spetta il ruolo della figlia della ricca signora, fanno i compiti senza troppo impegno o troppa passione. La Bening parte meglio di tutti e tre gli interpreti principali, per poi misteriosamente sparire dall’attenzione della cinepresa per ignare ragioni.

Georgetown è quindi un onesto aggiornamento di cronaca che, sebbene si trovi una storia potente fra le mani, manca del carattere sufficiente a svilupparla dignitosamente, soffrendo forse la paura del beniamino dei monologhi ad osare con la sua prima opera. Oltre ad essere un film solo discreto, Georgetown può essere il suggerimento che non tutti possono fare tutto.


Enrico Zautzik

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