Garrincha, la gioia del popolo

 In Sport, Storie di Sport

di Mario Villani

1950, Rio de Janeiro.
Il Brasile ha da poco ospitato il mondiale di calcio, perdendo in finale allo stadio Maracanà contro l’Uruguay di Schiaffino, uno che in patria è ancora soprannominato
El dios del fútbol. Lutto nazionale.
In quei giorni Manoel Francisco Dos Santos, 17enne impiegato in una fabbrica tessile, si presenta ad un provino per la squadra del Vasco de Gama (una delle 4 storiche squadre di Rio, insieme a Botafogo, Flamengo e Fluminense). Il ragazzo non può sostenere il provino in quanto sprovvisto di scarpini, è troppo povero per poterli comprare. Inoltre, gli addetti ai lavori della squadra lo additano: è “storpio” dicono. Manoel ha infatti chiari ed evidenti difetti fisici: è strabico, ma soprattutto ha una gamba più corta dell’altra di ben 6 cm.

A sinistra, Garrincha

E’ impossibile per questo sgorbio fare il calciatore”.
Questi difetti gli varranno anche un soprannome che, come accade per tutti i brasiliani, lo seguirà a vita: lo chiameranno Garrincha, il passerotto, per la sua andatura strana.
La delusione del provino non segna però la sua adolescenza calcistica, e infatti continua a giocare con la squadra della fabbrica dove lavora, il Pau Grande. La sua strana conformazione fisica gli regala un’imprevedibilità fuori dal comune: non lo si può guardare negli occhi, e persino le sue gambe tendono naturalmente ad ingannare l’avversario. E’ imprendibile, sembra quasi che Dio lo abbia creato appositamente per fare finte e dribbling. Dalla sua posizione di ala destra diventerà infatti uno dei più grandi dribblatori della storia del calcio. Salta squadre intere con facilità irrisoria prendendosi spesso rimproveri dagli stessi compagni di squadra “ti romperanno una gamba se continui così”, ma lui era più veloce persino dei calci, imprendibile. Poteva fare di tutto in campo.

Tre anni dopo il provino col Vasco, il caso vuole che un giocatore del Botafogo, altra grande squadra carioca, rimanga incantato dal passerotto zoppo, e gli proponga di fare una prova con la sua squadra. Leggenda vuole che in quell’occasione dribbli ripetutamente con facilità il terzino della nazionale, Nilton, facendogli subire anche l’onta del tunnel.
Dopo la partita Nilton si recò dai dirigenti del Botafogo supplicandoli di comprare quel diavoletto perché non ci avrebbe più voluto giocare contro per nessun motivo.
Garrincha viene così acquistato dal Botafogo, a 20 anni, per la cifra (ad oggi) di 27 dollari, una delle più basse mai pagate per un professionista.
Diventerà uno dei più grandi di sempre, amato in campo da tutti per i suoi dribbling eccezionali.

garrincha vs sweden 1958

Come spesso accade nello sport, ad uno straordinario talento si accompagna una notevole dose di irresponsabilità, spesso si parla di genio e sregolatezza,  la sensazione di potersi permettere qualsiasi cosa in campo e fuori.
“Ha la psiche di un bambino di 4 anni”, fu la valutazione datagli dallo psicologo della nazionale. Dimostrava a tratti questa caratteristica, in particolare nella semifinale del mondiale del ’62 in Cile, dove decise di prendere a calci nel sedere il suo marcatore. Ovvia espulsione e conseguente inevitabile squalifica per la partita successiva, la finale. 
Si mobilitò tutto il Paese, era un’offesa nazionale per il Brasile che la sua icona non potesse disputare la finale.
Dopo Svezia ’58, Garrincha era diventato patrimonio nazionale, come il Corcovado o la samba. Fu addirittura il primo ministro brasiliano a scomodarsi per permettere a Garrincha di giocare la finale, in nome di tutto il popolo brasiliano, perché lui era l’Alegria do Pao, la Gioia del Popolo. In un evento senza precedenti nella storia del calcio, venne ritrattata l’espulsione. e l’ala destra potette giocare la finale, portando il Brasile al secondo trionfo consecutivo dopo Svezia ’58.
Questa stessa irresponsabilità lo porterà fuori dal campo ad essere uno dei giocatori più problematici della storia. Afflitto da problemi di alcolismo, protagonista di diversi tentativi di suicidio dopo gli anni ’70, ha lasciato numerosi figli (riconosciuti se ne contano addirittura 14). Morirà a 49 anni a causa degli eccessi dell’alcol, solo e in miseria.

Un bohémien del pallone.

Ma dal 1955 al 1966 il ragazzino senza scarpini, con una gamba più lunga dell’altra e un occhio che guardava chissà dove, fu la colonna portante di una delle squadre più forti di tutti i tempi: il Brasile di cui Pelè era il simbolo, ma che era incantato dalle finte di Garrincha. Quella squadra non perderà nemmeno una partita in 9 anni. Mostruosi, alieni, o solo diversi.
Come Garrincha, passerotto zoppo che conquistò il popolo.

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Mario Villani

Mario Villani

Nato a Bari nell'ormai lontano 1989. Dopo 5 anni a Milano abbandona il grigiore padano per cercare qualcosa nel Sud Est del mondo. Oggi in Indonesia, scrittore per caso (o per sbaglio).
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