Game of Thrones – La televisione è oscura e piena di terrori

 In Serie Tv

 

È fatta.
È finito tutto.
La commozione dovrebbe stringerci tutti nella sforzata elaborazione della perdita, e in un certo senso è così.
Solo che quello che abbiamo perso non è la serie potenzialmente più definita e bella della storia della televisione, terminata dopo otto lunghe stagioni: quello che abbiamo perso è Game of Thrones, consumato fra le righe di una sciatteria senza precedenti. Abbiamo assistito alla trama più infame, vigliacca e losca intessuta ai danni dello spettatore; il gioco, più che dei troni, sull’appassionata fede che ha legato milioni di persone ad un percorso durato quasi dieci anni.
Un gioco che, sebbene avesse in seno, dalle ultime stagioni, i germogli della sua disfatta, come avevo esposto quattro anni fa in modo infantile ed aggressivo, poteva comunque portare di diritto Game of Thrones nell’albo d’oro dell’intrattenimento cinematografico-televisivo, ponendosi come pietra miliare per il bagaglio cultural-popolare di ognuno di noi.
Fra alti e bassi il sentiero era riuscito a mantenere una via, giustificato da tutti noi nelle sue carenze dalla difficoltà di trasporre una mole eccessiva di spunti narrativi e dalla necessità di adattamento ad un pubblico talmente vasto.
Fino ad oggi: all’alba del giorno che sorge al termine della via, l’epilogo del racconto che abbiamo devotamente ascoltato.

game of thrones

La metafora che mi viene in mente è proprio quella della penultima puntata: Daenerys che brucia Approdo del Re lasciandone le macerie, rende perfettamente l’idea dello scempio che gli sceneggiatori hanno fatto di un mondo variegato, sottile; di come hanno svergognato la magnificenza lasciando cenere nei nostri cuori.
Ciò che resta è il senso di vuoto, non di aver perso un ottimo libro, aver terminato un viaggio sentito: questo vuoto è l’amarezza della sconfitta, la desolazione di un’ingiustizia senza eguali nel mondo delle serie, che scalpita e freme ma porta talmente tanta spossatezza con sé da seppellire qualsiasi voglia di rivalsa.
Ci vuole abilità e programmazione diabolica per svilire in un seguito così vasto e variegato, aspettative di gradi diversi e profondità che abbracciano dallo spettatore occasionale, al fan più accanito del mondo di Westeros, seguace dei libri quanto della serie. È un lavoro malato e iniquo, ed in tutta franchezza, anche difficile da mettere in atto, vista la cieca ammirazione di così tante persone. Eppure ci sono riusciti.

Sono riusciti con questa ultima stagione di Game of Thrones a creare la più totale assenza di significato, scartavetrare qualsivoglia tipo di profondità narrativa, insultare il senso logico di ognuno di noi nel giro di qualche ora.
Il motivo non ci interessa, avevano altro da fare pare. E questa è l’unica motivazione plausibile proveniente dai whispers.
Quello che ci preme è testimoniare questo scempio per il nostro futuro, imparando a diffidare di ogni prodotto venga propinato al mondo in questo modo: la globalizzazione del consenso può essere solo postuma, perché portarne il peso crea mostri che non riusciamo più a controllare. Il risultato è non venire più a capo di nulla, per quanto ci si sforzi.
Non riesco a capire infatti come un gruppo di personaggi portati alla ribalta in modo così estenuante e sofferto, possano essere bruciati nel vortice di eventi senza capo né coda, disarmati e disarmanti non per l’esito delle loro vicende, ma per il vergognoso qualunquismo con cui ci arrivano.
La galassia di teorie, suggestioni, intrecci e supposizioni machiavelliche che l’universo Game of Thrones aveva generato tra noi, va a farsi fottere in quello che, senza timore di superbia, possiamo considerare senza appello il peggior finale possibile.

Jon Snow svergognato in questo modo, dopo aver in silenzio portato l’effige dell’eroe buono, romantico, forse un po’ banale ma dannatamente capace di ringiovanire il nostro infantile senso di commozione, speranza a lieto fine, predestinazione guadagnata su una morale positiva. Oggi ridotto a comparsa immobile, incredibilmente ignava fino all’atto finale, quando si spoglia di una coscienza senza colpo ferire, senza accenno di dannazione o tormento. Mandato al patibolo degli eventi senza nemmeno l’idolatria del martire.
Daenerys Targaryen nata dalla tempesta, spazzata dal venticello dell’approssimazione, dalla fretta di dare degna conclusione ad un arco narrativo forse troppo complesso per le mani a cui è stato affidato. Risoluta nelle scelte, è stata risolta con uno dei plot twist peggiori che qualcuno abbia mai concepito, denudata della sua folle avidità di consenso, di affetto, improvvisamente proposta come nemico senza nemmeno la briga di farci assaporare la trasformazione, senza la concessione di farci sentire la sua discesa verso ciò che ha sempre combattuto.
Tyrion Lannister Cesare Maximo Magno, lui sì profondo e curato fino alla fine, ma decisamente travisato come il protagonista assoluto di quello che, fino a due mesi fa, era stato sempre un ritratto corale e condiviso, ripudiando l’elevazione di uno al di sopra di tutti. Invece il Folletto Lannister diventa decisamente il vero eroe del gioco dei troni, indebitamente arrivando al traguardo una spanna sopra gli altri sia come recitazione (Peter Dinklage è il vostro mostro sacro di Westeros, altro che draghi, e lo ha dimostrato in 9 anni di fila) che nella risoluzione della narrazione; unico interprete di una logica “buona” da contrapporre non più alle trame dei suoi parenti, ma all’inconsistenza allucinante di tutti gli altri personaggi.
I fratelli Lannister sepolti sotto i mattoni di una telenovela spagnola.
Immacolati e Dothraki ricacciati nell’oblio dopo anni di fede sanguinaria nella loro regina, improvvisamente predisposti al compromesso in virtù di ragioni veramente impossibili da capire. Tornano ad Essos senza la minima dignità, e con l’interrogativo abnorme del perché siano mai esistiti. Un esercito immondo di silenzi che fanno troppo rumore, stridendo sul basilare rapporto di causa-effetto delle loro vicende, passando a rappresentare, da un grande esempio di bestialità dell’uomo, ad un vero e proprio insulto al senso critico di ognuno di noi.
Sansa Stark, unica vera coerente con l’odio che gli spettatori hanno provato (poi dimenticato, poi rispolverato) per lei, riesce a proporsi come chiosa definitiva al legame con le precedenti stagioni di Game of Thrones: spuntando arrogantemente in un ambito che non le compete, totalmente buttata a caso nella mischia delle rivendicazioni dagli sceneggiatori, i quali hanno fatto di lei il vero pasticcio della serie in numerose occasioni, decidendo alla fine di farla sedere sul trono della più odiata di Westeros.
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Numerose e prolisse sarebbero le disamine su ogni aspetto che non ha funzionato in questo finale.
Accantonandole per i discorsi più micragnosi, il generale sentimento che accompagna la fine di Game of Thrones è la svendita.
Il compromesso dell’opera più coraggiosa della televisione che ha scelto, consapevolmente, di adagiarsi sulla perfezione tecnica e sacrificare totalmente la narrativa costruita durante questi anni.
La stagione 8 esaspera brutalmente un malanno che sembrava poter essere arginato; la forsennata voglia di chiudere una storia evidentemente non terminabile (in questi tempi) piuttosto di fermarsi prima o, avendo la possibilità, di prendersi più tempo. La cosa incredibile è che tutto questo avviene all’ombra di avvenimenti che il pubblico avrebbe accettato, se posti con la dovuta cura. Il cambiamento di Daenerys, ad esempio, è un perfetto simbolo della corruzione del potere, della ciclicità della storia umana, della fede tradita dalla rappresentazione di un eroe predestinato, che nasconde in sé le stesse contraddizioni di qualsiasi sovrano. Anche la parabola di Jon, scegliere il dovere sacrificando l’amore, trova completezza e senso con le fondamenta della sua storia. Ma è la maniera in cui, in un vicolo stretto di tempi e scadenze, queste cose si ammonticchiano senza un filo, sparate a caso sullo spettatore come bombe che dovrebbero impressionarlo, ed invece lo deludono. Eppure, gli sceneggiatori hanno avuto due anni per studiare un modo epico di concludere quest’avventura.

L’epicità viene esautorata dalla fretta, il pathos (che ormai già tentennava a seguire i ritmi frenetici e insensibili delle ultime stagioni), scompare per magia, lasciando crude svolte narrative che non soddisfano nemmeno la fredda ragione: quella di Varys sarà ricordata come la morte più inutile di Game of Thrones, svuotata totalmente della carica che dovrebbe avere la dipartita di un personaggio presente dal primo episodio.
Le domande irrisolte e le furbizie sono troppe per girare il capo dall’altra parte; svanisce in poco l’affetto emotivo creato in anni di immedesimazione e di tifo, lasciando tutti a bocca asciutta. Non si tratta di propendere per uno o per l’altro personaggio, volere questo o quel finale (come dicono in molti, scienziati della sociologia e psicologia delle masse), ma del potersi gustare il percorso che conduca alla fine, come abbiamo fatto in tutti questi anni. Soffrendo l’imperitura malvagità di Westeros, meravigliandoci delle sue leggende.

Invece raccogliamo i cocci di questa passione finita male, evaporata dopo le fiamme dell’inspiegabile e dell’immotivato, assorbendo poche nozioni base che, anche se buone, sono insufficienti a sostenere la macabra approssimazione di tutto il resto. Per chi si accontenta del comparto tecnico, fila di film in computer grafica mozzeranno il fiato senza avere nulla a che pretendere. Game of Thrones, per quattro stagioni, è stato molto di più: la traduzione dei sogni di una generazione moderna, cresciuta a cavallo fra metodi di narrazione e possibilità tecniche in contrasto, che finalmente poteva vedere realizzato il proprio bagaglio immaginario in un’epopea unica, curata nei dettagli, e sconfinata per estensione e sviluppo.
Ma si è vista strappare il copione davanti, per la necessità di una produzione sconsiderata, che ha degenerato quello che aveva fra le mani e pensato al merchandising.
Si poteva fare della vera arte, si è fatta solo televisione.

Enrico Zautzik

Enrico Zautzik

Non sono responsabile delle censure di quei %&*"°# degli autori
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