Francesca Michielin ha fatto un bel disco.

2640 esce il 12 gennaio a tre anni di distanza dal precedente di20are e anche questa volta la produzione è affidata a Michele Canova.

Cosa dire? Che Francesca sappia cantare e che sia una ottima interprete ce ne eravamo accorti già in passato, a partire dalla collaborazione con Fedez per Magnifico, fino ad arrivare a Nessun grado di separazione, brano secondo classificato Sanremo 2016 con cui ha partecipato anche all’Eurovision Contest. Ah, entrambe le canzoni hanno superato il disco di platino, vendendo rispettivamente oltre 300.000 e oltre 100.000 copie.

Insomma, è una giovane ragazza che qualcosa ha fatto, oltre a vincere X-Factor nel 2011.

Il più grande merito che le va invece dato con questo nuovo album, almeno sotto il punto di vista discografico, è quello di essere riuscita a creare una sintesi perfetta tra quello che viene definito mondo mainstream e il “nuovo” cantautorato indie italiano. Sono stati infatti suoi compagni di scrittura i vari Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti, Calcutta, Cosmo e Dario Faini che hanno portato all’ascolto una buona fetta di pubblico che con ogni probabilità avrebbe altrimenti ignorato questo lavoro, come d’altra parte spesso avviene ai cantanti provenienti da talent.

In più, la ragazza ha firmato da sola anche alcuni dei brani, mettendosi in gioco in prima persona anche come unica autrice. Cose che le fa ancora più onore, dal momento che uno dei punti di forza del lavoro risiede proprio nella assoluta semplicità e immediatezza dei testi, che riprendono situazioni quotidiane e argomenti comuni a tutti, a partire dalla serie A (ma anche la B), ai concerti a cui vanno le coppiette (citazione di Contessa?), alla Formula 1 e Alonso e tanti riferimenti geografici, dalle Galapagos a Bogotà a tanto altro ancora.

2640 è un disco genuino, scritto come si parla, senza sovrastrutture particolari, sia a livello testuale che di arrangiamento e questo è un enorme pregio che lo rende di estrema fruibilità. In più la produzione di Canova riesce a farsi sentire senza invadere e appesantire le canzoni, riuscendo ad arginare la sua tipica iper ricchezza di arrangiamenti.

Di brani forti ce ne sono tanti, a partire dall’apridisco Comunicare, a Bolivia, al primo singolo Vulcano fino a Tapioca. La cosa bella è che se da un lato la voce e l’interpretazione di Francesca riesce perfettamente a descrivere e comunicare il significato delle liriche, dall’altro lascia anche trasparire la penna di ognuno degli autori che la hanno accompagnata. E così come E Se c’era…, brano struggente che parla con una semplicità ma potenza disarmante della fine di un amore, non avrebbe potuto che scriverlo Tommaso Paradiso, Io non abito al mare non poteva che essere farina del sacco di Calcutta, che ci mette a nostro agio coi suoi riferimenti urbani e quotidiani, ma ci devasta anche con quella sensibilità clamorosa di chi riesce con poche parole e immagini a descrivere un momento ben preciso che però dura nel tempo.

2640 è un disco di una Francesca Michielin più consapevole, che ritrova proprio nei riferimenti geografici citati una valvola di sfogo alla sua condizione. Non è mai stata a Bogotà (capitale della Bolivia la cui altitudine rispetto al mare dà il titolo al disco), né alle Galapagos, ma ha trovato in questi luoghi un’ispirazione per fuggire da tutto, come recita proprio in Bolivia “portami in Bolivia per cambiare testa, portami in Bolivia per cambiare tutto” e per scrivere qualcosa che potrebbe fare una piccola rivoluzione nella sua ancora giovane carriera.

2640, intanto, è stato un bel passo in avanti.

 

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