High as Hope, il ritorno (poco convincente) dei Florence + The Machine

 In Musica

Florence Welch non è di certo uno dei miei personaggi preferiti, diciamo che questi soggetti in bilico tra l’hippie mancato e l’intellettuale protofemminista non hanno mai attirato la mia simpatia, così come il suo stile troppo operistico e pomposo, non posso non riconoscerne comunque le doti compositive, e soprattutto vocali, specie in un periodo musicale pieno di voci scialbe e autotune.

A tre anni di distanza dal precedente disco è ritornata insieme ai suoi The Machine con High as Hope, album che vede alla produzione Emilie Hanye (già al lavoro per Rolling Stones, Lana Del Rey ed Eminem) e un vasto parterre di co-autori ( Tobias Jess Jr. e Jamie XX dei The xx giusto per fare due nomi).

Era da tempo che Florence manifestava la voglia di fare un disco più personale e minimalista, così complice anche un amore finito e la recente esperienza Londinese, eccoci fra le mani High as Hope.

Nonostante queste premesse, però, ci sono ancora quei momenti carichi di energia, il suo vero e proprio marchio di fabbrica, basti pensare all’orchestralità di 100 Years, o a Patricia, vera e propria dichiarazione d’amore quasi urlata nei confronti di Patti Smith, o anche Sky Full Of Song, uno dei singoli rilasciati in anteprima.

Non mancano in High as Hope effettivamente momenti più morbidi, con arrangiamenti più scarni, come No Choir  e la sua quasi in assenza totale di percussioni e, appunto, cori.

Si nota soprattutto una delicatezza usata per descrivere ricordi di gioventù come in Camberwell (South London Forever) e in Hunger o per parlare a cuore aperto come in The End of Love

Nonostante queste variazioni di energia e di registri che si alternano per tutto il disco, High as Hope risulta un lavoro un po’ debole nonostante cerchi di persuaderci del contrario. Questi arrangiamenti più spartani, non convincono pienamente, sebbene Florence ce la metta tutta a dare un’anima ai brani, soprattutto grazie a una grande interpretazione.

Non si riesce però a tener vivo l’interesse, è come se mancasse quel qualcosa in più in grado di dare vita al tutto. Forse anche perchè tutta questa sobrietà risulta come qualcosa di artefatto, artificioso, che non si riesce a sposare bene con l’imponenza (anche e soprattutto vocale) della Welch.

È sacrosanto però nella carriera di un artista quel momento di distacco da tutto ciò che è stato creato in precedenza ed è vero anche che forse ci si aspettava qualcosa di più convincente, ma proprio per questo cambio di rotta non si può pretendere subito la perfezione.

Probabilmente non sarà il suo capolavoro, ma di certo è il primo passo verso un nuovo tipo di musica che chissà dove la porterà.

Marinella

Marinella

Un nome singolare ma cognome plurale. Estremamente ostinata e sospettosa, amante degli anni '90 e dei minipony, medaglia d'oro nella maratona di serie tv. David Bowie unico Dio.
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