Dopo ben sei anni dal loro secondo album, Helplesness Blues, che aveva riscosso grande successo tanto tra il pubblico quanto nella critica, i Fleet Foxes tornano dopo un lungo e tribolato periodo con Crack-Up.

Nel 2013, al termine di un tour che li aveva visti impegnati per due anni, sembrava quasi che la band di Seattle fosse giunta al capolinea. Dopo essere esplosi nel 2008 come una delle numerose band emerse da quel magnifico calderone che era MySpace, i Fleet Foxes ottennero un vasto successo con il loro primo album, certificato come disco d’oro in Gran Bretagna, dando il via a un processo discografico che avrebbe portato a un progressivo reinserimento della musica folk all’interno del panorama pop mondiale, strada che verrà poi battuta, seppur con chiavi di lettura differenti, da altre band tra cui The Lumineers e i Mumford & Sons. Al termine del biennio di promozione di Helplesness Blues, i due co-fondatori, Robin Pecknold e Skyler Skjelset, decisero infatti di separare, almeno temporaneamente, le proprie vite; il primo dedicandosi ad una laurea in letteratura americana presso la Columbia University di New York, il secondo trasferendosi in Giappone, intento in un nuovo progetto musicale. Crack-up, che prende il nome da uno scritto di Francis Scott Fitzgerald, è quindi un disco che nasce lentamente ma che trae da questo lungo periodo di lontananza, tanto fisica quando emotiva, una complessità ed una varietà sonora sorprendente.

Crack-Up è in molti suoi tratti (I Am All That I Need/Arroyo Seco/Thumbprint Scar, If You Need to, Keep Time on Me, Mearcstapa) un orgasmo per le orecchie ed il cervello con momenti di una delicatezza lieve che sembra quasi che accarezzino la pelle.

Magnifiche le voci nel primo minuto di I Am All That I Need/Arroyo Seco/Thumbprint Scar, così come le linee vocali, i suoni di chitarra e i tasti di pianoforte lievemente sfiorati in If You Need to, Keep Time on Me, il miglior brano dell’album.

Per i tempi notevolmente dilatati (molti pezzi arrivano ai cinque o più minuti), le strutture delle tracce notevolmente disomogenee, un’assenza quasi totale di ritornelli o ripetizioni e soprattutto per la notevole varietà di immagini suggestive, che rimandano alle grandi distese americane, l’album sembra quasi una colonna sonora cinematografica piuttosto che una raccolta di canzoni. Questo può talvolta rendere l’ascolto un po’ pesante da digerire, richiedendo spesso notevole attenzione.

Lo studio fatto sugli arrangiamenti dei brani è notevole: numerosissimi sono i layers di strumenti che di volta in volta si sovrappongono, sfociando talvolta in una ricchezza eccessiva, quasi barocca, così come numerosi sono gli strumenti utilizzati tali da rendere alcune tracce delle vere e proprie composizioni orchestrali.

Se siete amanti del folk oltre che scrupolosi ed attenti ascoltatori alla ricerca di raffinatezze, Crack-Up può regalarvi un’ora di godimento acustico.

 

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Carlo Maria Gallinoro

Carlo Maria Gallinoro

Carlo Maria Gallinoro è nato a Napoli nel 1990. Dai 13 la musica diventa il suo secondo sangue, dai 20 la medicina diventa il suo percorso. Suona chitarra e pianoforte. Fotografa spesso la sua città. Capace di perdersi in un bicchier d'acqua, e di affrontare oceani aperti senza paura.
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