Favolacce. Sul serio.

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Favolacce non è un mero titolo pittoresco, ma una vera e propria minaccia.
L’ultima opera cinematografica dei fratelli D’Innocenzo (firme della superlativa sceneggiatura di Dogman), è una delle vittime del caos da pandemia, avendo visto la propria uscita in sala deviata sull’on demand.
Se dal punto di vista artistico questo evento rappresenta una tragedia, soprattutto per due registi emergenti, per le budella degli spettatori questa sfortunata causa sarà di sollievo: nella propria comfort zone, il disagio esistenziale e fisico che provoca Favolacce è più combattibile, fumando una sigaretta, mettendo pausa o, volendo, cambiando canale.
Nonostante il Nastro d’Argento al recente Festival di Berlino, oltre alle numerose candidature, Favolacce non ha nulla di memorabile nella propria struttura.

Spaccato di una periferia italiana ormai musa predominante del cinema italiano d’autore e non (anche le grandi produzioni ne hanno adocchiato la tariffa abbordabile e lo sguardo malinconicamente seducente), Favolacce ha pochi meriti e tantissime lacune, che purtroppo si prendono la scena e sotterrano le medaglie in un polveroso campo desolato. Il ritratto corale fissa l’obiettivo su tre famiglie (ma in realtà ne abbozza almeno un altro paio, senza prendersi la briga di presentarcele troppo) della periferia romana, invischiate in una vita finto borghese costruita su villette economiche all’americana, tanto verde, ed un benessere tutto sommato sufficiente. Il non detto di Favolacce è la parte più preziosa ed importante: il film ha infatti il merito di ridefinire il concetto di popolare al di fuori delle situazioni limite, delineando una sottospecie di piccola borghesia che mantiene, almeno in superficie, un bon-ton normale, un’educazione, ed evita i disastri degli abusi gravi o delle tragedie massime.

Tutti i nuclei familiari messi in scena sopportano un disastro annunciato, e, col piglio delle più forsennate borghesie perbene, cercano di sottometterlo al proprio controllo che, come al solito, si traduce nell’aspettare che si dissolvi. In questo teatro asfissiante e infimo, Geremia col padre Amelio rappresentano una claudicante eccezione, perché, sebbene invischiati in una povertà anche peggiore dei compaesani, fondano il proprio rapporto su un bene più rude, popolare, ma evidentemente efficace. Al contrario di Bruno Placido (Elio Germano) e Pietro Rosa (Max Malatesta), Amelio infatti non cerca di vendersi per qualcosa che non è, riuscendo a preservare l’appeal da sognatore e un genuino amore per il figlio anche in un contesto sociale zoppicante.

Favolacce cerca di comunicare come la violenza non sia solo mascelle fratturate, padri spacciatori e sparatorie, ma di come essa possa risiedere in defezioni del comportamento, nell’indifferenza, e nella falsità della costruzione perbenista all’italiana, che mette sotto torchio le pagelline ma dimentica le carezze e la comprensione.
Un obiettivo encomiabile in una società ingabbiata in stereotipi da dopoguerra, in cui la propria vena artistica è imbrigliata in modo quasi irreparabile: Favolacce infatti spezza la dicotomia Gomorra-Un posto al sole, la insopportabile comunanza fra la tristezza insipida dei ricchi e la bonarietà dei popolani, e tutta un’altra serie di cliché a cui il nostro cinema ci ha abituato. Purtroppo, però, come si preoccupa di decostruire, Favolacce non sa edificare, e, a parte questa ricerca sottile di una nuova poetica della società dell’Italia dimenticata dalle grandi città, vi è poco altro.

La ricerca stessa viene avvizzita da una trama piatta e inutilmente crudele, sostenuta da un cast capace (la gran parte del quale sotto i diciott’anni) ma poco ispirato, trattenuto dalla narrazione in un limbo di un’ora e mezza che finisce per sembrare il doppio. Un’abile regia e una bella fotografia vengono mortificate dal vuoto comunicativo delle immagini, che sembrano una serie di ripetute senza continuità, producendo il risultato che “vista una viste tutte”. Il finale veramente nauseabondo, consegna il colpo di grazia ad un’occasione mancata di creazione originale, riducendo il tutto ad un gigantesco non senso davvero di difficile comprensione.

Meglio le favole classiche, a sto punto.

Enrico Zautzik

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