Fargo: una storia vera?

 In #beauthentic, Approfondimento, Letteratura, Serie Tv

di Marco Colacurci e Maura Ruggiero

Il tema scelto quest’anno da Fuoriposto (ormai dovreste saperlo) è #beauthentic: noi, in un articolo a quattro mani, abbiamo provato a chiederci cosa significhi raccontare una storia “vera”, scoprendo che non è affatto sufficiente riportare fatti realmente accaduti per essere credibili. Anzi, qualche volta è vero il contrario, come dimostra il “raggiro” messo in atto dai creatori di Fargo: leggere per credere!  

“Quella che vedrete è una storia vera.
I fatti narrati sono accaduti in Minnesota nel 2006.
Su richiesta dei superstiti, sono stati usati nomi fittizi.
Al di fuori del rispetto per i morti, tutto il resto è stato riportato fedelmente.”

Con queste parole si apre ciascuna delle dieci puntate che compongono la prima stagione della serie tv Fargo, andata in onda nella primavera del 2014 sul canale americano FX. La serie è ispirata all’omonimo film dei fratelli Coen, ormai vero oggetto di culto, che, allo stesso modo, comincia con un promemoria per lo spettatore: la storia che si sta per narrare è rigorosamente vera.

Nel film dei Coen, ambientato nel 1987, Jerry Lundegaar, un venditore di auto spiantato e frustrato dall’avversione del suocero, pur ricchissimo, a concedergli un finanziamento, decide di rivolgersi a due criminali per far rapire la moglie, con l’intenzione di chiedere poi il riscatto.
Nella serie tv il protagonista è Lester Nygaard (Martin Freeman), un agente assicurativo sposato con una donna che non lo rispetta, vessato da un vecchio compagno di scuola che continuamente lo umilia, schiacciato dalla presenza di un fratello di successo: nell’inverno del 2006 il suo destino di mediocrità cambia quando, per puro caso, la sua strada s’incrocia con quella di Lorne Malvo (Billy Bob Thornton), un criminale genialmente spietato.
Nonostante le differenze nella trama, a coincidere è l’ambientazione: le gelide e imbiancate valli del Minnesota, i paesini isolati di Fargo, nel film, e di Bemidji, nella serie tv, sono lo sfondo nel quale si muovono i protagonisti, goffi nei giubbini pesanti, i cappelli di pelliccia calati in testa, sempre in auto a percorrere chilometriche distanze, costeggiando laghi ghiacciati. E, in entrambi i casi, è un delitto compiuto in famiglia a innescare una serie di morti che sembra potersi allungare senza fine, se non fosse per le indagini, innanzitutto, di una poliziotta capace e intuitiva.
FARGO -- Pictured: Allison Tolman as Molly Solverson -- CR. Matthias Clamer/FX

Eppure è piuttosto strano pensare che – pur a distanza di tanti anni – nello stesso luogo siano accadute due vicende così simili e oscure. La cosa, di solito, non ci preoccuperebbe più di tanto, perché siamo abituati a vedere presa in prestito un po’ di realtà, e non ci importa misurare l’esatta differenza tra ciò che è vero e ciò che è reinventato. Ma stavolta è diverso: la scritta in apertura con il “TRUE” che rimane al centro dello schermo diventa quasi sospetta, ci insinua un dubbio, ci spinge a chiederci perché gli autori insistano tanto sulla veridicità del racconto.

La risposta è semplice: perché le storie non sono affatto vere. Di fantasia i personaggi, i loro caratteri, le trame, tutto: null’altro che fiction. Questa cosa, però, non viene mai esplicitata, né nel film né, tantomeno, nella serie tv, per cui bisogna cercare nelle parole dei creatori le ragioni dell’inganno. Joel Coen, spiegando che non si tratta di una scelta motivata dal gusto sadico di prendere in giro i propri spettatori, ma di un “consapevole trucco”, afferma:
Se il pubblico crede che qualcosa sia basato su un evento reale, questo ti consente di fare cose che altrimenti non sarebbero accettate”.

Dunque, è una maggiore libertà narrativa che sta alla base del “raggiro”: il promemoria di verità ribadito permette di ottenere da subito la fiducia del pubblico, di agganciarlo ad una base sicura su cui far muovere i personaggi, in modo tale che chi li guardi non dubiti mai, nemmeno per un istante, della loro credibilità. E allora accade che il narratore, legittimato dalla realtà, riesca ad osare, e che lo spettatore gli creda: creda a Lester Nygaard, mentre pian piano si infila dentro una spirale di violenza e tradimenti, nel tentativo di inventarsi una nuova vita; creda alla ferocia selvaggia ed ironica di Lorne Malvo, capace di manipolare, prima, e far fuori con freddezza, poi, chi lo ostacola; creda, in definitiva, alla serie interminabile di morti patetiche e grottesche, sostanzialmente stupide, che fanno da filo conduttore dell’intera storia.

malvo do it right

Perché il “tema” di Fargo, se così si può dire, nella serie tv ma già nel film, è il taglio ironico, da black comedy, con cui vengono raccontati drammatici fatti di sangue: questo produce una sorta di straniamento, che deriva dal contrasto tra il tono in cui procede la storia e quello che ci viene mostrato; lo spettatore viene spiazzato dall’essere accolto dentro confortevoli atmosfere familiari, nascondigli, in realtà, di atrocità terribili.
Nel riprendere dal film l’idea della commedia nera, la serie tv individua come fuochi attorno ai quali sviluppare le parabole narrative due personaggi inizialmente opposti: il sottomesso e anonimo venditore Lester Nygaard e “il lupo” (come lui stesso si definisce) Lorne Malvo, che vaga per l’America inanellando un crimine dietro l’altro, nella lucida convinzione che sia la legge del più forte a governare il mondo degli uomini. E mentre, increduli, ci lasciamo affascinare dalla naturalezza con cui si muove il criminale, ammirandone il sangue freddo, il sorriso tagliente e l’espressione sarcastica, più spaventosi delle minacce artefatte e delle pistole puntate alla testa, sarà il lento ma inesorabile cambiamento (o svelamento?) di Lester, in cui all’inizio ci eravamo identificati e per cui facevamo il tifo anche quando commetteva i suoi primi crimini, a darci fastidio, perché non siamo affatto certi di voler vedere dove i desideri di successo e affermazione di se stessi possano portare anche l’uomo più mediocre.
È Lester il personaggio col quale vorremmo mettere una distanza, relegandolo nel mondo di finzione dei film, in modo da poterci tranquillizzare e dire a noi stessi: non è vero. Ma il promemoria di verità ci costringe a fidarci, dobbiamo credere a quello che vediamo, e poco importa se a metterci in agitazione, più dei fatti in sé, è la psicologia dei personaggi.

fargo lorne malvo

Tutto questo capita quando ci viene raccontata una storia, o meglio, una storia che valga la pena di essere ascoltata. Accanto all’intrattenimento, al piacere di lasciarsi trasportare dentro il mondo creato dal narratore, quello che davvero cerchiamo nel resoconto dell’esperienza di altre persone, reali o di finzione che siano, è la conferma delle nostre sensazioni, ossessioni, convinzioni. È qualcosa che può farci sentire meno soli (come dice David Foster Wallace: “c’è qualcuno che la pensa come me!”) ma è anche qualcosa che può spaventare, lasciarci con un senso di disagio, perché ci permette di scoprire aspetti di noi che forse non avremmo voluto ci fossero svelati. Per questo siamo così affascinati dalle storie in cui il male non viene rappresentato in una separazione rigida dal bene, anzi, preferiamo quelle in cui non viene detto se davvero un male e un bene ci siano, ma siamo noi a doverlo giudicare, se ne abbiamo voglia (uno dei motivi del successo di Game of Thrones è proprio questo). Le storie che ci restano dentro sono quelle che spostano, anche solo di un poco, la nostra percezione del mondo, per cui scopriamo di poterci identificare con ladri, assassini, stupratori – pensate ad American Psycho di Bret Easton Ellis – ma anche, semplicemente, nelle piccole cattiverie quotidiane che ciascuno di noi mette in pratica – ad esempio rubare la bambola preferita di una bambina, come fa la protagonista de La figlia oscura di Elena Ferrante. Insomma, dalle storie vogliamo sapere se siamo Lester Nygaard, se tradiremmo anche chi ci è più vicino, e a cosa saremmo disposti per farla franca.

Conquistarsi la fiducia di qualcuno al punto da mostrargli cose che lui nemmeno voleva vedere, però, non è semplice. Quando il narratore costruisce una storia sa bene che, pur essendo il padrone del suo territorio, che è lo spazio dell’immaginazione, dovrà rispettare regole severe se vorrà essere credibile. Il procedimento della “sospensione della verità oggettiva” a cui si presta lo spettatore, finendo per credere a ciò che gli viene raccontato come se fosse vero, ha basi sottili e instabili, e assomiglia a una sorta di delicata ipnosi. A chiunque sarà capitato, lamentandosi dell’ultimo film visto o dell’ultimo libro letto, di “non essere riuscito ad entrarci”; ma, allo stesso modo, resteranno indimenticabili quelle storie in cui abbiamo abitato, provando sulla nostra pelle le gioie e i dolori dei personaggi. Nello spazio-tempo di una storia istituiamo un patto con il narratore, ci affidiamo totalmente a lui, lasciandoci guidare nel suo mondo.
Qualche volta, però, il narratore è così abile da far sì che sia lo spettatore a rifiutarsi di andare avanti, troppo spaventato o turbato dal racconto, e allora accade che il patto si rompe. È sempre il fruitore dell’opera, infatti, ad avere l’ultima parola sulla storia, a poter decidere di prenderne le distanze, ricordando a se stesso che ciò che guarda, ascolta, legge, è solo finzione.

lester nygaard
A noi con Fargo è capitato qualcosa di simile, e dopo la quarta puntata siamo andati a cercare se la storia fosse effettivamente vera. La scoperta, però, ha avuto un effetto inaspettato: piuttosto che tranquillizzarci, “allontanando” da noi Lester e gli altri personaggi di Fargo, li ha fatti rimanere alla stessa, vicinissima, distanza. Non riuscivamo più a fare come se la storia fosse immaginata, Lester Nygaard era così verosimile nei suoi comportamenti che ormai si era insinuato in noi.
Allora abbiamo capito: THIS IS A TRUE STORY è un segnale di pericolo, un’esortazione a non fidarci troppo della verità. Se una frase fatta recita che “la realtà, alle volte, supera la fantasia”, non è sufficiente raccontare storie realmente accadute per interessare e coinvolgere lo spettatore. E questo i creatori di Fargo lo hanno capito bene, e lo hanno dimostrato attraverso una trovata, quella di spacciare per vero il falso, che proprio nel momento in cui viene rivelata svolge la sua autentica funzione: lasciare lo spettatore frastornato, consapevole che quello che ha visto potrebbe comunque accadere, perché lui ci ha creduto fino in fondo.

Maura Ruggiero

Maura Ruggiero

Nata a Napoli nel 1991, studia Psicologia all’Università Federico II e frequenta il Laboratorio Teatrale Permanente del Teatro Elicantropo. È fermamente convinta che "tutti noi saremmo in grado di volare se fossimo assolutamente certi della nostra capacità di farlo come l'ebbe, quella sera, il coraggioso Peter”.
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