L’anarchia in giacca e cravatta de “Il principe Libero”

 In Approfondimento, Cinema e Teatro

In Rai hanno avuto quest’idea: fare un film su De Andrè, chiarmarlo “Il principe libero” («Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare») e farlo interpretare da Luca Marinelli.

Fabrizio De Andrè: già solo il nome è diventato nella nostra cultura ( e per buona ragione) simbolo di una compassione sociale tenera, profonda, espressione del cantautore che meglio ha raccontato l’umanità sua e di tutti, a livello nazionale e, probabilmente, anche fra i suoi colleghi internazionali.
L’immensità di De Andrè sta nel tono confidenziale della sua poetica, nella semplicità delle connessioni fra parole comuni che si riallacciano nel sublime:

“oltre il muro dei vetri si risveglia la vita fabrizio de andrè principe libero che si prende per mano
a battaglia finita
come fa questo amore che dall’ansia di perdersi
ha avuto in un giorno la certezza di aversi.”             

Dolcenera

Le pause fra i versi, e la sofferta comprensione che Faber ha di essi, hanno sempre trasmesso una consapevolezza nel comunicare sentimenti, situazioni, pensieri, che lascia immediatamente un senso di verità in chi lo ascolta e lo ascoltava.
Fabrizio De Andrè era capace di raccontare come nessuno cosa lo attraversava, indipendentemente da quanto vicino lo avesse toccato.
Proprio per questo anche la sua indomabile attenzione sociale per gli ultimi non è mai sembrata e mai sembrerà atto di predica: la convinzione in ciò che scriveva si sente nel petto ascoltando De Andrè, colpisce l’animo ed eleva verso una più misericordiosa coscienza degli altri e di tutto.
Come un santone, egli sapeva parlare di vita quotidiana e di eventi epici dando più profondità alle cose comuni e a temi anche inflazionati come Dio, l’amore, la morte e via discorrendo.

fabrizio de andrè principe libero
Ora, se si vuole fare un film su un personaggio del genere, si deve necessariamente partire dal presupposto che si sta frugando negli affari di Dio, rimestando i ricordi della vita di un suo emissario. Si dovrebbe andare con i piedi di piombo e le mani di piuma con ossessione verso la verità e fedeltà verso l’arte.
Altrimenti è meglio non farlo.
Ed è proprio questo che viene da pensare dopo aver visto Principe Libero: non è male ma era meglio che lasciavano stare.
Il film non è pessimo, sia chiaro, ma più che nei particolari, che sono ben curati, esso difetta nella struttura cardine su vari principi.
Innanzitutto, come detto sopra, potevano benissimo non farlo: nel nostro paese a volte si sente la necessità di sfruttare personalità, eventi e/o qualsivoglia fatto degno di nota della nostra storia; beh, a volte forse è meglio evitare.
Del resto se non hanno mai fatto un film su Maradona che non sia un documentario ci sarà pur un motivo. Maradona non lo puoi recitare, nemmeno Fabrizio De Andrè.
In un secondo momento, se proprio urge la voglia di fare questo benedetto ritratto cinematografico, allora che sia maniacale: troppi qualunquismi per un personaggio che non li ha mai amati, troppe questioni fondamentali del suo pensiero abbozzate con l’aria di sermone di mamma Rai e non portate a fondo.
Il De Andrè di Facchini ha sempre l’aria di ragazzo irrisolto, di piatto adolescente borghese impegnato in una rivoluzione vuota e perenne contro il mondo. Un mondo che rappresenta, sotto sotto, solo la sua famiglia; il che, diciamocelo, non è nemmeno del tutto sbagliato: del resto lo stesso De Andrè era consapevole di come il suo agio di figlio di classe medio-alta lo avesse costituito ribelle con la pancia piena. Non è azzardato immaginare che fosse la parte di lui che odiasse di più, quel privilegio che rende in grado di capire la fame dell’ingiustizia ma che te ne priva, e non fa costituire mai l’azione come risposta necessaria e naturale.
“In effetti, probabilmente, ho troppe cose per essere quello che io avrei voluto essere.” min 6.10
Ma ridurre la sua costituzione individuale solo a questo sembra colpevolmente semplicistico.
fabrizio de andrè principe libero

Nel Principe Libero vengono saltate a piè pari sfumature cruciali, proprio quelle sfumature e contraddizioni che viveva De Andrè, di scuola cattolica contro i cattolici, di alto strato sociale che odiava i borghesi e i benpensanti. Viene rappresentato questo scialbo dualismo senza dargli corpo, limitandolo all’espressione di un fannullone geniale che si trascinava fra montagne di cenere e alcolici. Un’altra questione trattata in modo pessimo è proprio quella delle dipendenze di De Andrè: alcol e sigarette sembrano costituire gli unici veri capisaldi del cantautore, sotto un’aria di rimprovero che riduce il vizio alla mera assuefazione. fabrizio de andrè principe libero
Sicuramente erano presenze importanti nella sua vita, minata costantemente attraverso l’abitudine al consumo, ma il tutto sembra raccontato proprio con l’atteggiamento familiare/borghese del biasimo, odiato da Faber. Non vi è nemmeno la cortesia di rappresentare il vizio come sfogo obbligato di un’anarchia perdente.

Marinelli è bravo, ma non eccelso: viene da pensare che le sue dichiarazioni, prima dell’uscita del film, nelle quali diceva di non aver cercato di copiarlo perché era impossibile, fossero una furba alzata di mani preventiva per dire: “Non vi aspettate troppo!”. Ed infatti quello che fa è un minimo sindacale sufficiente: mentre Rossi Stuart per impersonare Renato Vallanzasca ha imparato il milanese come il Vangelo, Elio Germano si è districato in un complicatissimo Veneto per dare voce a Felice Maniero, Marinelli non si spreca nemmeno ad una cadenza genovese; si affida totalmente alle sue doti canore (niente male si deve dire) ma non riesce a centrare né il carisma, né l’aspetto emblematico tipico di De Andrè.
Fa il suo buon compitino, con l’acconciatura classica del personaggio ma senza metterci l’anima necessaria come avrebbe dovuto al cospetto di una tale personalità.

L’insufficienza più grave però è quella ideologica: nel film non vengono per niente approfonditi i rapporti conflittuali con la religione, e, soprattutto, quello con gli emarginati ed i reietti.
La coscienza sociale di De Andrè viene rappresentata come la curiosità di un bambino allo zoo, di uno scrutatore esterno e viziosamente invischiato nella parte casereccia del proletariato, senza menzionare tutte le polemiche che ebbe con i comunisti, o, altro esempio, la dichiarata attenzione dei servizi segreti per le sue idee anarchiche e conoscenze radicali.
fabrizio de andrè principe liberoNon è per niente trasmesso il senso intimo che Fabrizio De Andrè richiama nelle sue canzoni, il legame emotivo con gli sconfitti dalla vita, con i vinti d’amore, con i carcerati.
L’impegno narrativo è totalmente focalizzato sulle sue vicende personali, a modo di resoconto di gossip della sua vita sentimentale. Questo produce un racconto che non osa, una narrazione dogmatica che a tratti sfocia persino nel mediocre.

La buona qualità, anche se non eccelsa come detto, degli interpreti non viene sfruttata a dovere ma persa in interminabili sequenze di vita privata che escludono totalmente la dimensione artistica del Fabrizio De Andrè autore. La sua conclamata timidezza è una leggenda eterea non tangibile, mentre molto più spazio viene dato, e con molta più insistenza viene promosso, il De Andrè seduttore e caciarone, alcolizzato e ciondolante.
Io non so come possa mancare la tenerezza ed anche, perché no, la disperazione nel tratteggiare il ritratto di un uomo capace di sciogliere il cuore a tutte le generazioni che lo hanno ascoltato. Eccezion fatta per il personaggio di Tenco e la relativa trasposizione dell’amicizia fra i due cantautori genovesi, che forse tocca più nel nucleo corde di intima partecipazione, l’intero Principe Libero rimane scaletta di eventi, successione di tappe private e troppo raffreddate di pathos per far realmente capire chi era Fabrizio De Andrè.

fabrizio de andrè principe libero
Proprio la sua natura fortemente schiva avrebbe dovuto lasciar credere che fosse meglio concentrarsi sulla sua figura pubblica, almeno fin dove le due parti non si mescolassero in modo inscindibile.
Invece, purtroppo, quello che ne viene fuori è un solito film all’italiana, con dialoghi che puzzano di fiction e liturgia fra le righe, che pur essendo di buon livello e ben curato nei dettagli non riesce minimamente a centrare il bersaglio.
A questo punto, se non si poteva trattare De Andrè come lui ha trattato noi, con la stessa cura a particolari e sfumature, comprensione e bellezza, passione e disperazione, non era meglio evitare?

“per quanto voi vi credete assolti
siete per sempre coinvolti”

 

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Enrico Zautzik

Enrico Zautzik

Non sono responsabile delle censure di quei %&*"°# degli autori
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