Tutte le loro porte continuavano ad essere semplici porte, interruttori che regolavano il flusso fra due spazi adiacenti e potevano solo essere o aperte o chiuse, ma ognuna di quelle porte, considerata con una punta di irrazionale speranza, diventata anche parzialmente animata, un oggetto dotato del sottile potere di schernire i desideri di coloro che desideravano andarsene lontano, sussurrando in silenzio dai loro infissi che tali sogni erano pura follia.

Quando si inizia a leggere di black doors la guerra civile è già scoppiata, Saeed e Nadia si sono innamorati. Le “black doors” si spalancano su un varco verso un misterioso altrove e sono sparse in una innominata città del Medio Oriente. Il pensiero di un passaggio che conduca in un luogo sicuro appare il delirio di persone al limite della disperazione, un elemento fantastico che solo in un libro di Harry Potter potrebbe trovare coerenza.

In “Exit West”, il nuovo romanzo di Mohsin Hamid, le porte però si rivelano essere una metafora dell’attuale fenomeno della migrazione, e sono nella storia l’elemento che ne conferisce la dinamicità, dal momento che consentono ai protagonisti di spostarsi nel giro di un attimo in luoghi diversi del mondo dove poter iniziare una nuova vita.

Saeed è timido e goffo, Nadia è più intraprendente, una giovane donna in scooter che non professa alcuna religione ma indossa sempre una tunica per proteggere la propria indipendenza. La loro storia d’amore cambia col cambiare della guerra, e se l’attaccamento che hanno l’uno nei confronti dell’altro permette loro di sopravvivere e li incoraggia a migrare, dall’altro la catastrofe che si trovano ad affrontare è un nemico anche per gli innamorati più caparbi, tale che la loro relazione si trasformerà nello scoglio più difficile da superare. Entrambi si sentono cambiati ma nessuno è pronto ad esserlo.

Il passaggio era un po’ come una morte e un po’ come una nascita, e in effetti Nadia provò una sensazione di annientamento

Il romanzo ha una brevità ingannevole, perché la lettura della storia procede con la stessa lentezza di chi la sta vivendo, con il dolore della perdita di un genitore, la paura di abbandonare la propria città senza saper la prossima destinazione, lo spaesamento dello stato di migrante confinato in un campo rifugiati con centinaia di tende e baracche e persone di molte diverse tonalità di colore che parlavano in una cacofonia che era la lingua del mondo.

L’autore de Il fondamentalista riluttante innesta il motivo del realismo magico nella contemporaneità, creando un’atmosfera di verosimiglianza con l’odierna società, la quale conta più di un miliardo di migranti che ogni giorno attraversano confini nazionali e internazionali, si spostano, cambiano residenza e lavoro. Per quanto l’ambientazione sia inverosimile, la storia di Nadia e Saeed e di tutte le altre persone che incroceranno nel loro percorso è la storia di qualsiasi migrante.

Hamid col suo sguardo impietoso e sensibile riesce a creare un forte sentimento di empatia fra il lettore e i protagonisti del racconto e a stimolare una riflessione sulla condizione del migrante, che non è in nulla diverso dagli altri, e si conferma essere un “brillante ventriloquo che è profondamente impegnato nei tempi più scottanti del nostro tempo”, come lo definisce Andrew Motion sul Guardian.

Un romanzo contemporaneo e che aiuta a capire la contemporaneità.

Valutazione dell'autore

Giulia Mele

Giulia Mele

In un momento imprecisato di un giorno qualunque mi è capitato di innamorarmi follemente delle parole. Da Tucidide a Capote, faccio delle storie immaginarie e di quelle suoi giornali il mio pane quotidiano, alternando la lettura alla scrittura. Passerei la vita con lo zaino da viaggio in spalla, ma al momento vivo a Londra (e sì, ho la moka nella mia credenza).
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