Ex_Machina – Recensione

 In Cinema e Teatro

L’espressione deus ex machina è davvero curiosa, e la dobbiamo alle antiche tragedie. È latina, mutuata dal greco vἀπὸ μηχανῆς θεός e letteralmente significa: il dio (che scende) dalla macchina. La mechanè era una gru in legno, posizionata sul palcoscenico e sostenuta da un sistema di funi e argani. Gli attori che personificavano gli dei venivano calati sul palco, e attraverso questa discensione simboleggiavano l’intervento divino che giungeva dall’alto, nel momento in cui non c’era spazio per soluzioni alternativa alla provvidenza.

Il film di Alex Garland (regista al suo esordio, scrittore di quel The Beach da cui Danny Boyle trasse il film con Di Caprio, nonché sceneggiatore dell’apocalittico 28 giorni dopo) cancella l’elemento divino e lascia tutto nelle mani degli uomini e delle macchine: Ex_Machina è una giostra di bugie e illusioni che ruota attorno al tema della tanto discussa intelligenza artificiale.

Alex-Garland-Ex-Machina

Caleb (Domnhall Gleeson) è un giovane programmatore che vince la possibilità di trascorrere una settimana nella tenuta dell’amministratore delegato della società presso cui lavora. Una volta giunto nella residenza di Nathan (Oscar Isaac), isolata tra boschi, fiumi e montagne, Caleb scopre che in realtà è stato scelto per prendere parte a un esperimento: il test di Turing. Attestare l’effettiva intelligenza di un’intelligenza artificiale. Infatti, come il dottor Frankenstein nel suo gotico castello, così anche Nathan, in quella magione trasformata in laboratorio di ricerca, ha dato vita alla sua creatura, Ava, una donna umanoide fatta di microchip e circuiti, a cui l’attrice svedese Alicia Vikandeer ha prestato il volto. Le sessioni con Ava diventano sempre più intime e Caleb rimane abbagliato dal fascino, dalla tenerezza e dalla pietas che questa donna-non donna gli suscita. Ma presto iniziano a trapelare scomode verità: Ava provoca continui blackout nella residenza e convince Caleb che non c’è da fidarsi del suo creatore. Così, mentre si solidifica la loro alleanza e il rapporto si fa più intimo, l’odio e il disprezzo nei confronti di Nathan crescono di giorno in giorno. Lo scienziato pazzo, l’uomo che gioca a essere dio, non può e non deve vincere.

Il test di Turing è un esperimento volto a dimostrare che una macchina è in grado di pensare. Il cogito cartesiano, insomma, nella sua accezione fantascientifica, un’accezione che si fa sempre più attuale e vicina.

L’arrivo di un’intelligenza artificiale forte era inevitabile da decenni. La variabile era quando, non se. Non vedo Ava come una decisione, ma come evoluzione.

Chi è il dio? Il creatore, il creato o quello che si pone tra i due?

Il classicismo di Ex_Machina non si ferma al titolo. La magione di Nathan, per esempio, è il locus amoenus celebrato nella letteratura antica, il Paradiso terrestre immerso tra i boschi, nei pressi di ruscelli o fonti d’acqua. Ripetuto è il riferimento a temi biblici, a partire dai nomi degli stessi personaggi (Ava è Eva, la prima donna, Caleb era uno degli undici uomini inviati da Mosè a esplorare la terra di Canaan, e infine Nathan, profeta della corte di Re Davide). Non manca, poi, il richiamo a temi mitologici, come la tristemente nota punizione di Prometeo, il cui fegato veniva divorato da un’aquila ogni giorno, perché aveva scelto di dare il fuoco agli uomini; nello stesso modo, Nathan, l’uomo illuminato, che porta il futuro nel presente, lascia che l’alcol sbrani il suo fegato.

Alex Garland ci regala un film fatto di echi raffinati, affida la tensione ai colori e alla fotografia, sceglie uno scontro fatto di parole e racchiude il pathos inquadrando i piccoli dettagli. downloadSi procede a passo lento, ma non si perde mai il ritmo, si seguono i punti del triangolo Ava-Nathan-Caleb, e fino alla fine s’ignora chi stia in alto. La tana di Nathan è uno spazio grande ma ristretto, claustrofobico, spiato, dove si muovono tre attori eccezionali, che danno vita a tre personaggi diversissimi, eppure tutti “fluidi, caotici, imperfetti”. Creature che non hanno scelto di essere quel che sono. Principalmente, che non hanno scelto di essere dominate dal desiderio, motore immobile di umanità, che sia il desiderio di libertà, di potere o di amore. Nell’era delle intelligenze artificiali, vincono le emozioni, gli sguardi confondono e la pelle si indossa.

Per alcuni questa fantascienza potrà risultare fredda e asettica, io l’ho trovata ipnotica e disturbante.

Kubrik avrebbe gradito.

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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