Ema, specchio delle nostre brame

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Dopo l’esperienza hoollywoodiana di Jackie, Pablo Larrain torna nel suo Cile per girare Ema, un’esperienza visuale e allucinogena del mondo moderno e, in particolare, dei suoi figli. Mariana di Girolamo e Gael Garcia Bernal sono i protagonisti di questo film assurdo, difficile da definire tra comuni canoni di bello o brutto. Ema è un film che vive di picchi altissimi e discese terribili, risultando estremamente polarizzante nello spettatore. Oltre l’adorazione o il disgusto, Ema però lascia tanta confusione in chi, come me, ne apprezza molto alcuni tratti ma ne disdegna altri.

Sicuramente, per cominciare, è estremamente positivo che un film sia talmente particolare da risultare non catalogabile: questo assicura che, in un modo o in un altro, Ema è un progetto nato da una ricerca, riuscita o meno, e non dalla prospettiva di vendibilità al pubblico.
Tuttavia, insidiate in questa ambizione, in Ema sopravvivono istanze che strizzano troppo l’occhio ad una narratività moderna, mischiate insieme forse da una mano non proprio al passo coi tempi. Larrain si confronta con un mondo che gli è palesemente ostile, quello delle moderne rappresentazioni, composto da luci al neon, fluidità di genere e rifondazione confusa di sessualità, moralità e rapporti sociali. In questo senso, paradossalmente, Ema è fedele ai tempi che viviamo: in esso convivono tutte le narrazioni incomplete, emotive ma senza guida, plastiche e carnali, del nostro tempo, ricamate insieme da personaggi bizzarri e disagiati che non sanno dove sbattere la testa. Al pari della confusione, convive in questo spaccato umano una volontà bruciante: una spinta, verso il non si sa cosa, fortissima, che non affievolisce solo per il fatto di non avere una meta.

La protagonista Ema incarna perfettamente una generazione giovanile incapace di razionalizzare in modo adulto qualsiasi cosa; attraverso questo paradosso, la confusione rappresentativa di un film che inciampa nella vera confusione che vuole mettere in scena, Ema finisce per risultare credibile e ad affascinare, a dispetto di tutte le lacune che ha. Sembra un giochino logico, ma durante la visione è chiaro che questa simbiosi di confusioni sia incidentale e non voluta: ne sono prova una sceneggiatura davvero debole (e in alcuni dialoghi e fotogrammi, quasi ridicola) e un generale fastidio provocato dalla stessa protagonista, incapace com’è lo spettatore di catalogarla in qualsiasi modo, divenendo ella sempre più simile ad un’antagonista, man mano che si va avanti. La trama vede Ema e suo marito Gastòn alle prese con la frana del loro, forse prematuro (ma il film non lo spiega) matrimonio, causata principalmente dal fallimento dell’adozione di un bambino colombiano, Polo, che i due hanno riconsegnato agli assistenti sociali. Anche qui la narrazione è confusa: standoli a sentire, non si capisce in realtà quanto il loro rapporto fosse solido, e la ricercata atarassia della protagonista di Girolamo risulta sin da subito fastidiosa e irritante.
Quello che chiaro è che Polo portava il segno di disturbi piuttosto complessi, che i due giovani sposini (lei promettente ballerina, lui coreografo di ballo) non sono riusciti a gestire. Lapalissiano considerare che nessuno dei due ci sta troppo bene con la testa, e quindi capire in base a quali considerazioni hanno decretato come problematico il loro figlio adottivo.

In ogni caso, al di là delle trame sofferte e delle relazioni, Ema è un film dichiaratamente femminista: l’intero sforzo narrativo è volto a capovolgere il ruolo di madre inteso come obbligo, e quello di separazione dal proprio figlio come un’azione subita. Ema rompe i legami col melodramma hollywoodiano, per il quale la madre subisce l’allontanamento del figlio rinchiusa nella sofferenza e nell’attesa del ritorno. Filone già cominciato da almeno una ventina d’anni, ma che in Ema assume nuova consistenza.
Quello che caratterizza la protagonista di Larrain è una definitiva rottura col canone di madre: Ema ha un aspetto androgino, underground, spinto in ogni suo atteggiamento e in ogni sua parola. Se il principio in origine è lodevole e necessario, in virtù di riscrivere interamente il concetto di donna nell’arte secondo i tempi che viviamo, è impossibile non notare una decisiva impronta surreale della protagonista, che finisce per sembrare quasi una caricatura di istanze femministe e gender fluid. Non è per cosa fa o con chi lo fa, è per come: la sceneggiatura è troppo debole per sostenere un personaggio così ambizioso, e la rottura che intende Larrain con il prototipo di donna-madre è talmente brusca da risultare poco realistica.
In Ema non c’è niente di “normale”, questo la rende troppo finta.

Anche i rapporti sessuali e la sessualità in generale che viene trattata in Ema ha un retrogusto costruito. Chiara è l’intenzione di non avere limiti di definizione o di forma, proposta anch’essa non nuova nel cinema indipendente né tantomeno nella narrazione sociale moderna. In Ema questa liquidità si traduce in un’anarchia sentimentale, di senso e di ragione, che finisce per sminuire la potenza sensoriale e carnale delle persone in un vacuo consumo. In questo senso l’opera di Larrain incappa di nuovo in una realtà fortuita: la crisi del sentimentalismo che viviamo in era moderna gode esattamente di una libertà anarchica e irrazionale, che finisce per svuotare la sessualità di tutto il proprio potere misterioso, esoterico, emotivo e catartico. Di nuovo s’intende bene come quest’identità non sia voluta: seguendo Ema e le sue relazioni, insieme a tutte quelle che ha intorno, si capisce come l’intenzione originale fosse quella di caricare di emotività le interazioni sessuali, non di svilirle, come avviene.
Onestamente non saprei dire se queste dissonanze siano dovute ad un’ambizione troppo alta nel confezionare questo film o nella semplice considerazione che, ai giorni d’oggi, tutto è svilito e consumato per davvero, quindi mettendo in scena un racconto moderno non si fa che ricadere nella stessa vacuità esistenziale.

Quello di cui sono sicuro è che Ema ha una tecnica impressionante, salvando in toto il proprio aspetto dai dubbi e dalle incongruenze che assalgono la narrazione. Se nella trama il surreale infastidisce e disgusta, nella fotografia, nella musica, nelle coreografie dei balli e della regia esso assume un codice estetico completamente nuovo, facendo sembrare Ema un esteso videoclip musicale (nel senso buono della definizione). Valparaiso con i suoi colori pastello è lo sfondo urbano perfetto, capace di incamerare in un’estetica metropolitana le luci stroboscopiche, le fiamme, le magliette leopardate e i cappotti alternativi dei protagonisti, costituendo uno scenario globale davvero pazzesco. La musica è la scelta migliore di Larrain: un compendio di modernità e suoni ossessivi che incollano l’attenzione al ritmo di Ema, producendo una catarsi che con la trama non avviene. In alcuni punti sembra quasi un musical, e forse sarebbe stato meglio se lo fosse stato a piano titolo. Non per niente, dietro questa selezione da paura, c’è la mano del musicista cileno-americano Nicolas Jaar.

In definitiva, Ema è un film divisivo, esteticamente impressionante e impeccabile ma narrativamente piuttosto vuoto. L’esigenza di riscrivere canoni di genere e di personaggi cinematografici, avviene attraverso occhi troppo distanti da ciò che vogliono raccontare: esemplare, in questo senso, è la scena più potente del film, che esaspera il punto di vista contrario all’universo condiviso da Ema e compagne. Larrain tradisce il proprio pensiero, che è anche quello di molti, portando lo spettatore a chiedersi come mai, allora, abbia cercato di confezionare il manifesto della nuova, perduta generazione. E’ un’opera da vedere, per iniziare ad incamerare nuovi concetti di relazioni, di passione e di amore, di famiglia, e di tutto ciò di cui il mondo del cinema mainstream si sta occupando in modo troppo politicamente corretto. La trama, che lascerebbe delusi, va quasi ignorata come un incidente di percorso, incapace com’è di stabilire un contatto con il reale, impegnata troppo a dipingere il codice estetico e morale delle nuove generazioni.

Come in un gioco di specchi, Ema forse è uno dei film più onesti del panorama cinematografico: con una copertina scintillante e avvincente finisce per non raccontarci nulla, proprio come il mondo delle nuove generazioni riesce a confezionare una irrefrenabile, consumata bellezza ma che, alla fine, parla del nulla.

Enrico Zautzik

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