Elle – Recensione

 In Cinema e Teatro

Il volto imperturbabile e regale di un gatto, in sottofondo le urla sospirate di una donna che si alternano al ritmico ansimare di un uomo; l’occhio della camera si sposta: lei è riversa a terra con il seno nudo, gli abiti stracciati, lui è sopra di lei, ha un passamontagna, e quando finisce di stuprarla, si pulisce e se ne va.

Così inizia Elle, con una violenza borghese, cruda, implacabile e insieme pacata, quasi sofisticata, che detta fin dal primo istante il tono del film.

Michèle è una donna ricca, intelligente, egoista, graffiante. È autoritaria nella vita sentimentale e in quella professionale: si trova a capo di un’azienda che produce videogiochi, è separata dal marito, verso il quale nutre una morbosa possessività, ha un figlio idiota, una socia che è la sua migliore amica, e intrattiene una relazione sessuale con il marito di lei; sua madre è dipendente dal botox e ha tutte le intenzioni di sposare un ragazzo che le fa da escort, suo padre è un mostro, che uccise ventisette persone e sconta la sua pena in carcere. I suoi vicini sono una coppia da copertina, formata da un affascinante banchiere e da una moglie bella e bigotta.

E poi c’è lui, il suo stupratore.

Michèle non lo denuncia, non vuole polizia, non vuole giornalisti, ne ha avuto abbastanza per questa vita e oltre. Pensa di potersi difendere da sola, ma quando il suo assalitore torna inizierà con lui un gioco pericoloso.

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Il film di Paul Verhoeven è stato apprezzato ai festival, ha ricevuto premi e nominations, partendo da Cannes, passando per i Golden Globes (due vinti, come migliore attrice per Isabelle Huppert e miglior film straniero) fino ad arrivare alla candidatura agli Oscar della Huppert. Meritatissima, perché lei è immensa.

Elle è tratto da Oh…, un racconto di Philippe Djian. Al titolo dal suono lascivo Verhoeven ha sapientemente rinunciato, prediligendo Elle per rendere chiaro da subito che il film si regge su di lei, Michèle, la protagonista, e su Isabelle Huppert, l’interprete. Eppure, mentre nel racconto di Djian è Michèle a raccontare e a raccontarsi in prima persona, qui lo spettatore viene tenuto sempre a debita distanza, respinto da lei, dalla sua strana e forte personalità mascolina (magnifica e significativa la scena di voyeurismo e masturbazione al femminile) e dalle sue reazioni imprevedibili che destrutturano gli eventi, tanto che si arriva alla fine del film con un dubbio: a quale genere si ascrive la pellicola di Verhoeven? È un dramma? Oppure è un film ironico, una commedia francese? E il rapporto tra vittima e carnefice è ambiguo e morboso, oppure soltanto ridicolo?

Michèle è al centro di violenze diverse, in famiglia, sul lavoro, da parte di estranei. Eppure resta glaciale, quasi indifferente, come il suo gatto. È senza dubbio cattiva, di un egoismo crudele, ma in qualche modo suscita il perdono di chi la circonda e la pietas e la comprensione del pubblico, perché è se stessa, in un piccolo mondo borghese che merita il disprezzo, e quello non lo nega a niente e nessuno.

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Isabelle Huppert è una cacciatrice di ruoli che spaziano dalla nevrosi alla psicosi, e in questo è semplicemente immensa. Avrebbe meritato l’Oscar, più di Emma Stone.

Il film di Veroheven si regge praticamente su questa figura dominante dagli sguardi freddi, inumani, e su una regia pulita che regala momenti scioccanti e colpi bassi in una storia amorale, che forse nessuna attrice americana avrebbe accettato.

Resta tuttavia qualcosa di fastidioso in questo thriller molto (troppo) borghese, nel messaggio di violenza che mira a spezzare (seppure con ironia) il perbenismo di classe, e negli atteggiamenti della stessa protagonista, inafferrabile sul piano emotivo. Suscita pietà ma pochissima empatia, provoca domande ma non fornisce molte risposte, è disturbante fino al punto limite dell’irritabilità.

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Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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