Elbow – Little Fictions – Recensione

 In Musica

Circa 27 anni di carriera, iniziati nel 1990 col nome Mr Soft, e 7 dischi in studio: questi i numeri principali da tenere a mente se si vuole parlare dei britannici Elbow. L’alternative rock proposto dalla band, venato di varie influenze tra cui anche il pop e l’art rock, ha trovato la propria naturale continuazione ed evoluzione nel recente Little Fictions, pubblicato lo scorso 7 febbraio sotto etichette Polydor Records e Concord Records.

La definizione “alternative rock” è ampia ed è stata utilizzata per etichettare vari artisti non necessariamente somiglianti l’uno all’altro (Muse, Franz Ferdinand, Creed, per dirne alcuni); nel caso degli Elbow, la prima cosa che salta all’orecchio è una certa attenzione per le linee vocali, la predilezione nei confronti delle melodie piuttosto che delle distorsioni più marcate e anche un’espressività venata di malinconia di fondo. Tre sono i brani pubblicati come singoli nei mesi precedenti l’uscita di Little Fictions, primo dei quali Magnificent (She Says), che è anche il pezzo d’apertura del disco, in cui troviamo una batteria che scandisce un tempo sostenuto senza però fare troppo rumore e riferimenti orchestrali in crescendo man mano che ci si avvicina al ritornello. In effetti, alla lavorazione dell’album hanno collaborato anche l’orchestra sinfonica di Manchester The Hallé ed il suo coro.

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Gli Elbow.

All Disco, quarto brano del disco scelto come secondo singolo, presenta modalità d’esecuzione analoghe, con una carica espressiva concentrata quasi interamente nella voce, mentre dal punto di vista strumentale non troviamo grosse modifiche o palesi sconvolgenti: la melodia portante si stabilizza per la maggior parte del tempo su un unico tema. In genere la monotonia di un brano è anche il suo biglietto d’entrata per la noia, ma non è questo il caso, perché sono il cantante Guy Garvey e le altre voci che lo accompagnano a tenere alto e vivo l’interesse.

Il terzo singolo Gentle Storm è, invece, più fedele al proprio nome, presentandosi con una batteria più ritmata e il resto della sezione strumentale ridotta praticamente al minimo indispensabile – giusto un accordo di tastiera per ogni verse, regalandoci così un’atmosfera perfino un po’ lounge. Il brano che però ho più gradito a livello personale è Head For Supplies, non so bene spiegare il motivo: molto semplicemente è accompagnato da accordi che sono riusciti in qualche modo a colpirmi nel profondo e a farmi viaggiare con la mente, grazie anche alle armonie vocali per le quali – non so quante volte l’ho detto – ho una fortissima predilezione, se sono eseguite bene. La title track Little Fictions invece colpisce immediatamente già per la durata, circa otto minuti e mezzo, e come si può facilmente immaginare è anche la più articolata del disco, quella più ricca di sviluppi e di effetti aggiunti e sottratti più volte, nonché l’unica in cui la strumentazione prende il sopravento – o almeno, tiene testa – alle linee vocali.

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Se state cercando un lavoro energico che vi faccia scatenare e agitare le braccia in aria, Little Fictions decisamente non fa per voi. Si tratta di un album introspettivo, dalla forte carica riflessiva e soprattutto emotiva, quindi lo raccomando ai sentimentali, ai romantici incalliti e a chiunque sia in cerca di qualcosa in grado di lasciare il segno senza fare troppo casino: sono certa che non rimarrete delusi dagli Elbow, perché la qualità c’è eccome.

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Elisa Mucciarelli

Elisa Mucciarelli

Roaming the Earth da 27 anni, senza una fissa dimora da circa 8. Fan dello humor nero, Grammar Nazi per vocazione, sostenitrice dell'eclettismo musicale (che nel mio caso tende al disagio). In parole povere, una rompipalle.
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