Francia 1940. Travolte dalla Wehrmacht truppe inglesi, francesi e belghe hanno raggiunto il porticciolo settentrionale di Dunkirk, l’ultimo non ancora conquistato dai tedeschi. Da lì l’esercito in rotta spera di potersi imbarcare per l’Inghilterra. All’orizzonte si scorgono le scogliere inglesi del Dover, vicine e irraggiungibili. I panzer tedeschi mantengono la loro morsa d’acciaio intorno alla città, bombardieri e caccia fanno massacro dei cacciatorpediniere mandati in soccorso. Per il comando inglese diventa troppo rischioso inviare ulteriori forze per un’evacuazione paradossalmente  indispensabile. Per i 400.000 uomini intrappolati sulle spiagge di Dunkirk non resta che aspettare un miracolo sotto l’incessante fuoco nemico.

L’episodio di Dunkirk non ha mai avuto molto spazio nella narrazione cinematografica della seconda guerra mondiale. A fotografarne il dramma ci provò nel 2005 l’inglesissimo Edgar Wright con un toccante (ma forse patetico) piano sequenza in Espiazione. Dopo di lui, il vuoto. Forse perché si tratta della storia di una sconfitta trasformata solo a conti fatti in vittoria morale, chissà. Ciò che è certo è che Dunkirk dell’altrettanto inglese Christopher Nolan lascia sbalorditi. Il re del blockbuster da sempre sfida il suo pubblico, ora cercando di seminarlo con raffinati giochi di prestigio, ora sfidandolo all’inseguimento attraverso intricate scatole cinesi. A volte, potremmo dire, tirando troppo la corda. Dunkirk racchiude tutti i canoni ben noti di Nolan, segnandone tuttavia anche il netto superamento.

Sceglie ancora una volta la via del racconto non lineare, frammentato e ricomposto senza alcun ordine canonico, come una granata congelata al momento dell’esplosione. La coralità del dramma è infatti raccontata attraverso tre vicende sparpagliate nel tempo e nello spazio: viviamo una settimana al fianco di un soldato semplice (Fionn Whitehead, una vera sorpresa); tre giorni con un civile di mezza età che fa rotta verso Dunkirk (Mark Rylance, un mattatore); un giorno con il pilota di caccia della RAF chiamato a proteggere come può le operazioni di soccorso (Tom Hardy, che ne parliamo a fare?).

Pochissimi dialoghi, quasi nessun effetto speciale, scene d’azione con il minor numero possibile di tagli. Quello di Dunkirk è un Christopher Nolan che gioca per sottrazioni, che rinuncia a qualsiasi cosa non sia strettamente necessaria. Anche la colonna sonora di Zimmer si scarnifica, riducendosi a pulsazioni ritmate, a respiri trattenuti. Gli stessi attori sono ridotti a figure di passaggio in un dramma corale che supera di gran lunga le vicende del singolo individuo. La cosa davvero incredibile di questo film sta nel fatto che un apparente allontanamento dal singolo personaggio, veicolo primo di ogni “emotività” narrativa classica, non aumenta la distanza dello spettatore dallo schermo. Al contrario la riduce. Nolan capovolge le prospettive, trasformando in panorama le angosce profonde dei personaggi, lasciandole attecchire nelle distese marine, nella sabbia e nei cieli di Dunkirk. Terra, cielo e mare diventano altrettanti protagonisti di un racconto che non mostra tanto la guerra quanto i suoi effetti. La scena è dominata dal logoramento, dalla resistenza umana al disumano, non dallo scontro. Dei tedeschi non vediamo neanche il volto. Campi lunghissimi, profondità di campo intrappolano i personaggi come lo spettatore, costretto letteralmente da Nolan a vivere fisicamente l’intero film. Dunkirk lascia senza respiro, scena dopo scena e questo potrebbe non piacere a tutti. L’occhio non può spaziare, gli attori neanche sembrano poter respirare, tanto rigorosa è la conduzione di Nolan. Non c’è da sorprendersi se qualche audace critico lo abbia paragonato a Hitchcock.

Per capire la direzione di Nolan basterebbe paragonarlo a Spielberg. Il secondo sceglie il fuoco d’artificio, caldo, vistoso quasi bruciante. In Dunkirk Nolan è al contrario una bomba di profondità. Immersi nell’acqua, la vediamo colare a picco in silenzio, ne sentiamo l’esplosione distante, quasi ovattata, per poi essere travolti nel cuore e nello stomaco da un’onda d’urto orchestrata al secondo. Un veterano di Dunkirk, uno degli ultimi, all’uscita della sala ha detto commosso “E’ stato come tornare indietro nel tempo”. Non possiamo che credergli. Storia di solidarietà umana e collettiva che supera i singoli eroismi, Dunkirk è fino ad ora l’unico blockbuster del 2017 di cui varrà la pena parlare tra qualche anno. Lasciatemelo dire: Insieme al nostro El Alamein-La Linea del Fuoco (da recuperare) e a Lettere da Iwo Jima di Eastwood, è anche il miglior film di guerra degli ultimi 17 anni.

Valutazione dell'autore

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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