Dov’è il mio corpo? – L’emozionante odissea di una mano mozzata tra i sobborghi di Parigi

 In Cinema e Teatro

Tra i roboanti titoli sfoderati da Netflix nelle scorse settimane potreste perdervi un piccolo gioiello. Parliamo di Dov’è il mio corpo? diretto da Jeremy Clapin, film acquistato da Netflix e prontamente distribuito in un pugno di sale così da poter ambire agli Oscar (una strana regola vuole infatti che i film papabili siano passati anche per un giorno per le sale tradizionali). Personalmente, Dov’è il mio corpo? è uno dei lungometraggi più intimamente emozionanti e sicuramente più originali dell’intero 2019.

Una mano mozzata si risveglia chiusa in una busta di plastica all’interno di un frigorifero insieme ad altri organi. Si, avete capito bene. La mano fugge dalla sua prigione, si arrampica sul bordo di una finestra. Ecco di fronte a lei, i sobborghi di Parigi. Alla povera mano spaesata non resta che tuffarsi nel vuoto e iniziare un pericoloso viaggio per ritrovare l’unica cosa che potrebbe mai desiderare: il suo corpo. Altrove, in un altro tempo e in un altro luogo un bambino di nome Naoufel sogna di diventare un astronauta pianista e trascorre le sue giornate andando a caccia di suoni da catturare con il suo registratore. È affamato di mondo, eccitato da tutte le possibilità che ha di fronte. Crede che gli basterà tracciare una linea retta fino alle mille destinazioni che vorrà raggiungere, fossero queste anche sulla luna. Dovrà cambiare idea di fronte all’improvvisa morte di entrambi i genitori. Strappato ai suoi sogni di bambino e portato in un paese straniero, Naoufel cresce senza la voglia di registrare alcunché. Per lui il mondo si è ormai ridotto ad una strada a senso unico, senza alcuna possibilità di scelta. Ancora una volta le sue certezze dovranno però essere messe alla prova dall’incontro casuale con una giovane ragazza che nel cuore della città sogna il silenzio del polo nord.

Dov’è il mio corpo? corre così, su un doppio paradossale binario. Da una parte c’è la storia di Naoufel in bilico tra passato e presente, dall’altra quella di una mano alla ricerca del suo corpo. Adattando un surreale racconto di Guillaume Laurant, sceneggiatore de Il meraviglioso mondo di Amelie, il regista Jeremy Clapin entra con prepotenza nel pantheon del cinema moderno d’animazione e lo fa sfruttando le possibilità più profonde offerte dal linguaggio (perché l’animazione, ricordiamolo, è questo, non un genere a sé stante).

È possibile provare empatia per un arto mozzato, senza occhioni o vocine disneyane? Possiamo temere per lui, addirittura emozionandoci? Ebbene sì. La mano percorre i tetti e i vicoli della città, affronta ratti, piccioni, parassiti, cani. Deve guadagnarsi lottando ogni metro che la separa dalla sua meta, immersa nella sporcizia di una Parigi più vicina a quella immaginata da Sylvian Chomet che alla romantica città di Ratatouille. È un luogo violento dove tuttavia le brutture non escludono squarci di inaspettata dolcezza. Esausta, la mano ricorda la vita passata con il suo corpo, con flashback in bianco e nero tratteggiati come nell’incertezza della memoria, ripercorrendo piccoli momenti di tenerezza e di fragile felicità, tra una dolorosa caduta e l’altra. Ma ecco che il dubbio sorge: sarà veramente possibile recuperare quanto perduto quando il “se stesso” al quale si vorrebbe tornare potrebbe non esistere più?

Scandite dalla bellissima soundtrack “metropolitana” di Dan Levy (un mix di rap, hip hop, elettronica, musica strumentale) le vicende di Naoufel e della mano si vanno così ad intrecciare, rincorrendosi con la logica di un sogno tra passato e presente. Ne esce fuori un racconto surreale sul destino, capace di toccare con delicatezza corde che risulteranno familiari a tutti noi, in un modo o nell’altro. Questo perché tutti abbiamo perduto qualcosa lasciando dietro un pezzettino desideroso di ricongiungersi a noi, eternamente indecisi tra il voltarci indietro e il proseguire, tra l’ombra di un preteso destino e la voglia di scardinare ogni certezza. Nella sua macabra poesia è quindi perfetta la scelta della mano, uno dei primissimi strumenti che sin da bambini ci hanno permesso di “ascoltare” il mondo facendone esperienza, permettendoci anche da adulti di tessere il legame tra noi e gli altri.

Primo film d’animazione ad aggiudicarsi il Nespresso Prixe (premio della critica) a Cannes e realizzato con un programma open source, Dov’è il mio corpo? è un brindisi a quanto perso e trovato tra un incidente di percorso e l’altro. Ancor di più è uno splendido paradosso, bello nel suo lasciare spazio al mistero e al non detto, al silenzio e al suono, traboccante di malinconia come di desiderio bruciante di vivere. Se avrete la voglia di credere al viaggio surreale di Dov’è il mio corpo? difficilmente ne resterete indifferenti (consigliata la visione in lingua originale). 

 

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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