“Don’t worry” : Gus Van Sant racconta lo straordinario nella vita di tutti i giorni

 In Cinema e Teatro

Presentato al Sundance e poi in concorso alla Berlinale, Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot (titolo completo) è il nuovo lungometraggio di Gus Van Sant basato sull’omonimo libro autobiografico di Callahan, scomparso nel 2010 all’età di 59 anni e uscito in Italia il 29 agosto, ancora nelle sale.
È un progetto che il cineasta ha inseguito per anni, inizialmente in collaborazione con lo stesso vignettista (il quale avrebbe voluto
Robin Williams nella parte principale, poi affidata a Joaquin Phoenix ). John Callahan è stato un cartoonist piuttosto noto nell’America degli anni ’80. Originario di Portland, abbandonato alla nascita dalla madre cattolica, la sua vita è cambiata completamente quando, in seguito ad un incidente d’auto, è rimasto tetraplegico, costretto per tutta la sua esistenza su una carrozzina elettrica, che guidava spericolato nel traffico. Don’t Worry appartiene a quella nicchia nella filmografia di Van Sant in cui ci sono anche Good Will Hunting, Scoprendo Forrester, Milk, L’amore che resta, ovvero film più tradizionali nella messa in scena, spesso nati a partire dalla biografia di un personaggio realmente esistito, portatori di un messaggio umanista, genuinamente democratico, inclusivo.
Seppur Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot si concentra principalmente sull’ incidente d’auto a ventiquattro anni che sembrava avergli rubato anche la speranza, è proprio qui che la macchina da presa inizia a narrare l’incredibile, la tragedia che si trasforma in favola romantica. Callahan si rialza, affronta i suoi drammi di petto e si mette a combattere le dipendenze, anche se non può più camminare. Il cineasta unisce così con leggerezza due figure classiche del cinema hollywoodiano: quella dell’alcolizzato e di chi è costretto su una sedia a rotelle, senza scadere nel pietismo più banale, ma condensa tutto il suo immaginario nella ironia sempre oltre le regole del suo protagonista, a tal punto da mostrare in pellicola i suoi lavori per permettere allo spettatore di comprenderne il pensiero.
Mai arrendersi, sempre guardare oltre l’orizzonte, suggerisce Van Sant, che costruisce il suo Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot sulle spalle di un Joaquin Phoenix, letteralmente in stato di grazia. L’attore americano è bravissimo infatti a intercettare questo tono stretto tra autoironia e rabbia repressa, mostrando un irriducibile anticonformista sotto ogni angolazione. Il Callahan sullo schermo è infatti un alcolizzato ribelle e immaturo prima dell’incidente per poi diventare, dopo lo schianto, il sopravvissuto che affronta una riabilitazione senza fine, l’astuto, provocante e cortese uomo in carrozzina e l’artista determinato che stringe una penna nella mano destra mentre la sinistra lo indirizza sul foglio di carta, creando bozzetti taglienti e caustici, che lo divertono anche nei momenti più bui.


Perdonare e perdornarsi, accettare e accettarsi, aiutare e farsi aiutare, queste sono le azioni che conducono l’uomo, nonostante le avversità, alla serenità in un percorso doloroso ma dovuto, coadiuvato da personaggi positivi interpretati da grandi attori. Jonah Hill, ingiustamente sottovalutato, interpreta Donnie, lo sponsor ricco e carismatico che conduce il gruppo degli alcolisti che salveranno John. Donnie è realmente la figura più rilevante di Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot, la sua originalità come essere umano e la sua centratura come terapeuta meriterebbero senza dubbio uno spin-off a lui dedicato. Jack Black veste i panni di Dexter, l’amico alcolista che causa l’incidente d’auto, credibile compagno di sbronze ma anche bravo interlocutore quando incontra John dopo la riabilitazione dall’alcol. Rooney Mara è Annu, ragazza scandinava di cui John si innamora, ricambiato. Poche scene significative ben interpretate, ma soprattutto l’occasione di rivedere le sue meravigliose fossette quando sorride. Inoltre, in un film anni ‘70 non ci si poteva far mancare un cammeo in cui Udo Kier è uno degli alcolisti del gruppo terapeutico, il cui volto descrive tutta l’epoca con un solo primo piano.
La sensazione che Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot di Van Sant lascia alla fine è quella di un’opera non perfetta ma che ha trovato il
giusto bilanciamento tra biografia e cinema, rendendo la vita di un uomo realmente protagonista e non una costrizione strutturale su cui installare scene interpretate da attori professionisti.
Merce rara nella corsa forsennata al biopic più intrigante, a cui Hollywood si sta sfidando ogni anno.

Nunzia Ilardo

Nunzia Ilardo

"Giurista" e lettrice, fuori posto e fuori tempo. Non sono un'amante del cinema, sono la moglie.
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