Dogman, i puri di cuore senza cielo di Matteo Garrone

 In Cinema e Teatro

Un pitbull abbaia appena trattenuto da una grossa catena. Terrorizzati, altri cani lo guardano in silenzio, forse al sicuro dietro le sbarre delle loro gabbiette. All’energumeno inferocito si avvicina allora un uomo dall’aspetto fragile che piano piano riesce a vincere la fiducia della bestia. È Marcello, proprietario di Dogman, negozio dedicato alla toilettatura per cani, e titolo dell’ultimo film di Matteo Garrone.

Ci troviamo da qualche parte lungo il litorale laziale ma potremmo benissimo pensare a qualche città fantasma al confine col Messico. La sabbia ricopre gran parte delle strade, gli edifici scrostati e semideserti mostrano il ferro delle travi mentre il vento carica l’aria di polvere. Solo le insegne dei negozi ci riconducono ad una geografia umana ben nota: da una parte un Compro Oro, dall’altra un centro scommesse. Nel mezzo troviamo il negozio di Marcello, toilettatore di giorno, piccolo spacciatore nel tempo libero, padre amorevole nei giorni di visita della figlia. Un uomo mite, follemente innamorato dei cani ma allo stesso tempo alla continua ricerca dell’affetto degli uomini. Un “Dogman” che si lega fatalmente a Simoncino, il delinquente più temuto e odiato del quartiere, enorme tossicodipendente incline a improvvise esplosioni di violenza.

Per il suo nuovo film Matteo Garrone prende spunto da un episodio realemente accaduto ovvero l’efferato omicidio de “Er Canaro Della Magliana” che vide un coiffeur per cani uccidere (con discreta fantasia) un temuto pugile tossicodipendente. Il regista parte dunque dalla cronaca ma solo per superarla, doppiarla e restituirla attraverso il suo sguardo impregnato di magico realismo. Dogman è un crocevia di nera poesia nel quale s’incontrano Reality, Primo Amore e L’Imbalsamatore. Soprattutto quest’ultimo film, il primo successo di Garrone, risuona in Dogman. Peppino Profeta, il tassidermista nano ossessionato da un giovane prestante è il perfetto contraltare di Marcello. Entrambi fanno appello alla parte peggiore di loro, nel tentativo disperato di scrollarsi di dosso una solitudine senza scampo, un senso di prigionia che trovava perfetta ambientazione a Castelvolturno prima e nella Magliana adesso (Marcello dirà a Simoncino “Come ti senti ora? Ti piace essere ingabbiato?”). Per entrambi, il solo risultato è quello di una solitudine confermata, sottolineata fisicamente da ecomostri e mari plumbei chiusi in se stessi.

Marcello, a differenza di Peppino, è però un puro di cuore. Prima spera di poter addomesticare il cane feroce, poi di poterne assimilare la forza standogli vicino. Dopo aver miseramente fallito, non gli resta che desiderare una vendetta in vecchio stile che lo riaffermi come uomo agli occhi del mondo intero come accade , potremmo dire, in certi Western di formazione. Spera anche in un premio, in un riconoscimento per aver liberato la comunità dal terrore del “cane bianco feroce”. Un’ingenuità, la sua. Da Western, appunto. Nelle Badlands della realtà, tutto è invece condannato ad un silenzio ovattato, senza alcuna distinzione tra bene e male. Dove ogni cosa diventa banale quotidianità di periferia, non c’è spazio neanche per lo spettacolo della violenza.

Guardando Dogman e vivendo fisicamente il suo mondo di frontiera si finisce con il chiedersi: è possibile parlare di bellezza per un film nel quale si può associare questa parola solo ad un “Concorso per cani”? E’ possibile parlare di poesia in un racconto dalle immagini sempre impolverate, dove la notte è nebbiosa e il giorno senza mare (incredibilmente claustrofobico) né cielo ( lo vediamo solo un paio di volte)? La risposta è si. Questa è la grandezza di Garrone.

Abbandonati i toni di genere de L’Imbalsamatore, con Dogman Garrone definisce la sintassi di un umanesimo al confine tra reale e magico. La magia sta tutta nella capacità di trasformare anche i più piccoli gesti in vasti sguardi interiori, nel riportare anche le peggiori brutture all’umile livello delle fragilità umane. Il che, forse, le rende ancora più spaventose per noi spettatori; mentre incomprensibili, sicuramente, restano agli occhi di quei cani terrorizzati e in silenzio nelle loro gabbie anche dopo la morte del “compagno rabbioso”.

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Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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