Disincanto, la nuova sfida di Matt Groening

 In Serie Tv

Disincanto, la nuova opera del “patron” dei cartoni per adulti, Matt Groening, è stata rilasciata lo scorso 17 agosto su Netflix, per un totale di 10 episodi per la prima stagione e in attesa di successivi 10 per la seconda.
C’è da chiarire immediatamente, come si evince già dalle prime puntate, che Disincanto è un progetto in essere, non completamente definito e con un avvenire incerto.
La premessa della creazione di questa serie è piuttosto semplice: da 30 anni i Simpson seguono il corso storico attuale (forse perdendo man mano colpi), il progetto Futurama, conclusosi nel 2013, è stato un’affacciata groeninghiana sul futuro, non restava che dipingere il passato. Un’idea che sembra banale ma si rivela molto intrigante per i fan della famiglia più famosa d’America, che scalpitavano in attesa di scoprire come il papà di Homer avrebbe affrontato il Medioevo e le sue contraddizioni. Fra questi c’ero io che il 17 agosto mi sono sparato i 35 minuti del pilot, per poi divorarmi tutti i restanti episodi.
La tradizione inaugurata da Futurama, ovvero di non ricalcare lo stesso tipo di comicità inventata dai Simpson, ma crearsene una tutta sua, si ripete e rinnova anche in Disincanto che assomiglia più al futuristico e strampalato viaggio di Fry che ai Simpson, ma si discosta anche da questo per una maggiore attenzione al black humor e all’aspetto tetro della narrazione.
Inoltre, la definizione serie animata non è casuale perché Disincanto propone un susseguirsi omogeneo e lineare della trama, ancor un passo in più rispetto alle avventure di Fry e soci che mantenevano solo sullo sfondo una progressione cronologica, mentre la maggior parte degli episodi erano a sé stanti. Questo si costituisce sicuramente come punto di forza perché, al di là della comicità e della sua riuscita o fallimento, l’interesse si mantiene comunque vivo per conoscere lo slegarsi degli eventi.
Un punto debole è, nemmeno a dirlo, proprio la protagonista: la principessa Tiabeanie, meglio conosciuta come Bean. Ubriacona, incapace ed anche un po’ tonta (sulle orme di Fry), Bean risulta spesso vittima del cliché moderno della rivoluzione inetta, soffocando sia una possibile fedeltà alla realtà storica dei tempi, sia una caratterizzazione più sfumata e particolare. La vediamo incespicare tra fallimenti adolescenziali che sicuramente mantengono una propria validità concettuale, e vengono proposti in maniera intelligente e mai banale, ma la spogliano allo stesso tempo di un fascino eroico proprio dell’epoca e che sarebbe stato interessante vedere in chiave ironica. Tiabeanie non fa altro che rimanere vittima degli eventi, pur millantando una spregiudicata voglia di scegliere. Nata palesemente all’ombra dell ideologia antimaschilista, ovvero in antitesi rispetto alle principesse Disney perfettine e a quelle moderne, coraggiose e rivoluzionarie, la protagonista di Disincanto inciampa però troppo in se stessa, rimanendo inconcludente e poco intrigante come personaggio. (Oltre che sembrare un giovane Homer donna).

Se questo è un lodevole e realistico tentativo di definire la generazione moderna e le sue ribellioni ignave, indipendentismi infantili e le miserevoli sconfitte dell’individualismo della prima età adulta, è anche lo scoglio sul quale si infrange l’empatia verso la giovane protagonista. Bean infatti sa cosa non vuole, non sa cosa vuole (e questa artisticamente è una grande cosa) e alla fine non ottiene nulla, non per un travaglio interiore o per manifesti impedimenti, ma solo perché è un’idiota.
Ricalcando il cliché moderno dell essere fighi perché problematici e autodistruttivi, Tiabeanie risulta una bozza incompleta (che promette poi di risolversi e non spiego perché per non fare spoiler) e personalmente stucchevole, ma probabilmente altri avranno impressioni diverse, essendo questo mio giudizio dettato da un’insofferenza strutturale per questo determinato archetipo.
Solo la veste critica di questa visione, ovvero lo sprono pungente ad una gioventù inetta, può essere una chiave di lettura positiva verso questo aspetto. Quello che resta più obiettivo è quanto invece siano meglio definiti i personaggi secondari di Disicanto, ricorrenti, intorno alle vicissitudini della nostra eroina: a partire dal sovrano Zog, re atipico ed unico nel suo genere, passando per Elfo la cui voglia di malessere diventa letteralmente esilarante in alcuni episodi, attraversando il mago di corte, i cospiratori ed i cavalieri erranti dalle dubbie capacità, per finire al demone personale di Bean, Luci, il cui ruolo è ancora fumoso e che forse insieme alla principessa si costituisce come il punto ancora da sviluppare, ma che comunque regala momenti memorabili col suo savoir-faire malvagio.
Le influenze di Game of thrones ed in generale di tutto il fantasy dark di questa nuova corrente fortunata, è chiaro e forse un po’ troppo forte, ma non rovina la genuinità di un’idea fuori dagli schemi. In Disincanto Groening non insiste troppo sulle conosciute macabre usanze dell’epoca, né su un facile appiglio ai costumi violenti, ma si traccia una via di mezzo che abbraccia il contorno pur riuscendo a scavarsi un’identità propria.
Il punto di forza maggiore però, neanche a dirlo, è la narrazione: la storia è davvero avvincente, e le numerose gag, divertenti e meno, si sposano perfettamente con lo scorrere degli eventi che subisce poche interruzioni, facendosi via via sempre più appassionante per diventare, nelle ultime 3-4 puntate, davvero incredibile e geniale. Se infatti fino alla fine Disincanto lascia un po’ perplessi sul dove voglia andare a parare realmente, gli ultimi episodi sono davvero un exploit di intrigante fiabesco, lasciando lo spettatore fremente per l’arrivo della seconda stagione.
Ora la questione da un milione di dollari: fa ridere o no? Come per tutte le commedie (ancor di più le black comedy, genere in cui possiamo tranquillamente infilare Disincanto) è difficile dirlo, essendo l’ironia molto più soggetta del dramma a gusti e pareri personali. Sicuramente l’umorismo di questa serie è sottile: non demenziale in senso stretto, alterna momenti più immediati e pungenti a battute più fini e riflessive. Il mix è abbastanza equilibrato, ma anche questo è un aspetto che si evince incompleto e da definire nelle prossime stagioni. Basti pensare che nel gruppo dei Simpson che seguo, il tema Disincanto ha spaccato nettamente l’opinione fra chi lo adora e chi non lo vuole nemmeno sentir nominare.
Resta da vedere i nuovi episodi, sicuri di farsi un po’ di risate e di seguire una storia avvincente, con la consapevolezza di assistere allo schizzo di un progetto ancora in formazione e che darà il meglio di sé più avanti.

Enrico Zautzik

Enrico Zautzik

Non sono responsabile delle censure di quei %&*"°# degli autori
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