Il mondo di Zadie Smith è tutto in Denti Bianchi

 In Letteratura

Capita, alle volte, che si legga il libro di un autore e si resti così affamati della sua poetica da voler leggere tutta la sua produzione, andare indietro nel tempo e nel corpus, insomma, capita alle volte che leggere sfami e affami contemporaneamente. A me è successo con Zadie Smith, autrice inglese tra le più talentuose e celebri del panorama letterario contemporaneo, che nel 2000 ha esordito con “Denti Bianchi“, il suo primo romanzo, che è in un certo senso bacino collettore dei temi che caratterizzeranno tutta la Poetica dell’autrice.

Introvabile in Italia per anni, è stato recentemente ristampato da Mondadori nella sua nuova collana Oscar 451, comprendente libri che, in un modo o nell’altro, bruciano.

denti bianchi

Il primo romanzo non si scorda mai per un lettore, figuriamoci per uno scrittore, figuriamoci per Zadie Smith, figlia di un matrimonio misto (è metà inglese e metà giamaicana), studentessa universitaria che vede alcuni editori dall’ottimo intuito contendersi il suo manoscritto ancora non ultimato. Alla sua uscita, Denti Bianchi è diventato subito un bestseller, ricevendo gli entusiasti favori di pubblico e critica e consacrando Zadie Smith quella che è oggi: narratrice eccezionale, saggista sagace, femminista (forse troppo), in ogni caso una delle più lucide voci della sua epoca.

Denti Bianchi è la storia di due famiglie e delle forze – verso il passato, verso il futuro, verso il “qui e ora” – che abitano in queste famiglie e si muovono in una Londra lontana dalle fotografie dei turisti, multietnica e oscillante tra orgoglio e disperazione.

È la guerra che fa incontrare Archibald Jones e Samad Iqbal, i capostipiti delle due famiglie che coabitano il romanzo. Se il primo è inglese, qualunquista, agnostico e a suo modo privilegiato (per lavoro “piega la carta”), il secondo è bengalese, fortemente religioso, ancorato alle tradizioni e immigrato (“si può sapere come si fa, pensò Samad, a lasciare per mancia la stessa somma che si butta in una fontana per esprimere un desiderio?“). Il periodo che i due trascorrono in guerra li legherà a vita, e con loro anche le future famiglie Jones e Iqbal: Archie convola a seconde nozze con Clara Bowden, giamaicana in cui scorre sangue inglese e figlia di una fervente testimone di Geova; Samad sposa Alsana, bengalese come lui ma di stirpe nobile, che lavora tutto il giorno alla macchina per cucire ed è spesso preda di attacchi di rabbia (“Nella sua ingenuità, Samad aveva semplicemente dato per scontato che una donna così giovane sarebbe stata… facile. Ma Alsana non lo era… no, non era per niente facile“). Irie Jones e i gemelli Magid e Millat Iqbal completano le due famiglie: sono la seconda generazione, che pendola nervosamente tra le influenze del presente, i fantasmi del passato, la pesantezza delle radici e una società che non li riconosce, a tratti li disprezza.

Il passato non è mai passato, e Zadie Smith lo sa bene. Se la vicenda narrata in Denti Bianchi si svolge dal 1975 al 1999, la storia che sta dietro alla vicenda affonda le sue radici molto prima nel passato. Sopra il destino dei Jones e degli Iqbal, infatti, grava il peso degli antenati, dell’indiano Mangal Pande (1857) come della giamaicana Hortense Bowden (1907), grava il peso delle tradizioni e della religione, dell’identità strappata, delle speranze riposte in un Paese nuovo dal quale si vorrebbe fuggire appena si mette piede (“In questi giorni ho la sensazione che quando si entra in questo paese si fa un patto con il diavolo. Si consegna il passaporto, si riceve un timbro, si vuole guadagnare qualcosa, si comincia… ma allo stesso tempo si vuole tornare indietro!”). Quando nella vicenda irrompono i Chalfen, una famiglia benestante governata da razionalità, empirismo scientifico e incrollabile spirito crocerossino, la storia dei Jones/Iqbal si trova davanti un’antitesi inevitabile, dalla quale scaturisce una sintesi narrativa che è l’estrema conseguenza del gioco di forze portato avanti lungo tutta la storia.

Vorrei non aver mai letto questo libro per poterlo leggere ancora: è la sensazione che mi resta addosso quando mi imbatto in letture che non voglio abbandonare. Zadie Smith riesce a strutturare un universo di luoghi e personaggi mai completi fino in fondo, scissi nella propria condizione di immigrati, diversi, messi da parte da una società che li respinge, ai quali non resta che provare soluzioni estreme. Provo sempre grande ammirazione per gli autori che riescono a scrivere storie lunghe nel tempo e in termini di pagine, e tuttavia non perdono mai la bussola della narrazione, quegli autori che sembrano divagare e invece stanno raccontando cose essenziali per comprendere appieno la storia. Quando meno te lo aspetti, poi, la Smith recupera un personaggio comparso centinaia di pagine prima e lo fa deus ex machina della vicenda, senza che ciò appaia forzato o poco utile.

Lo stile dell’autrice è, come per Jonathan Franzen o David Foster Wallace, quello del “realismo isterico”: il termine, coniato dal critico James Wood proprio in un saggio su Denti Bianchi, identifica uno stile “esagerato e maniacale”, che vuole riversare sulla pagina tutta la vitalità del mondo reale, utilizzando un linguaggio a tratti giornalistico, a tratti parossistico, soffermandosi in maniera quasi voyeuristica sulle manie dei personaggi, alternando la descrizione della realtà in quanto tale alla proiezione di tale realtà nella mente dei protagonisti.

Se l’epilogo di Denti Bianchi è l’estrema conseguenza, come detto sopra, delle forze che la Smith mette in gioco, tuttavia l’autrice non offre un finale codificato, anzi, fa ironia sulla volontà da parte dei lettori di leggere la fine della storia e chiudere un cerchio che in realtà è irriducibile, come la vita:

Ma indubbiamente raccontare queste storie assurde e altre simili significherebbe diffondere il mito, l’idea fallace, che il passato è sempre remoto e il futuro, prossimo. E come ben sa Archie, non è così. Non è mai stato così“.

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Simona Di Rosa

Simona Di Rosa

Laureata in Lettere e specializzata in Pubblicità, sogno di lavorare creando cultura. Nel mentre, faccio scorpacciate di libri, e ve li racconto.
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